L’Università di Modena abbellivasi di Scarpa, Spallanzani, Venturi, Spezzani; quella di Bologna degli scolari del Malpighi, quali l’Albertini, il Sandri, il Valsalva; la padovana diede eccellenti maestri dietro a Mazzini e Michelotti, propensi alle dottrine matematiche; e la pratica di condurre lo scolaro al letto del malato, introdottavi da Giambattista Montano veronese sin dal 1543, fu seguita da Bottoni e Oddo ma come privato consiglio, finchè nel 1764 la Signoria veneta eresse in quell’università una cattedra di medicina sperimentale.
Attenzione si pose a particolari malattie, quali la rachitide, il cretinismo, la debolezza cronica, lo spasimo facciale, la pellagra nel Milanese e, non molto dissimile, il mal della rosa nelle valli d’Orvieto. Il vajuolo mieteva ogni anno moltissime vite non solo di bambini ma di adulti, e più nei ricchi perchè più curati con que’ pessimi metodi che erano il salasso e l’impedir l’aria fin a fasciare i miseri. Luigi Carena, medico a Vienna, vi portò l’innesto dall’Inghilterra, e ne dimostrò i vantaggi con un opuscolo che ristampossi a Pavia dal Brera, e che persuase a valersi qui pure della vaccinazione, malgrado i pregiudizj[302]. Quando nel 1764 Tronchin venne appositamente a Parma per innestare il vajuolo al principe Ferdinando, fu divisata una gran solennità, si stamparono versi, si nominò ajo apposta al principino il poeta conte Manara, mentre doveano starne separati il Keralio e il Condillac, ancora immuni da quel male. Buniva in Piemonte, Sachero in Sardegna, Sacco in Lombardia... diffusero l’innesto.
Dell’anatomia patologica si comprese l’importanza, e a cercarla con circospezione e imparzialità. Giambattista Morgagni di Forlì (1682-1771) presto meritò il titolo di principe degli anatomisti. Quando n’ebbe la cattedra all’Università di Padova, preludendo non ampliavasi sui proprj meriti e sulla scienza stessa, ma con semplicità prometteva rendere omaggio al Creatore della macchina umana col non cercare novità o bellezza ma il solo vero, e ripudiate le futilità e le blandizie di parole sconvenienti a chi narra la divina opera, non che spendere il tempo in lunghe e superflue controversie, non baderebbe all’ostentazione ma al pubblico bene, con piana e fedele dimostrazione.
Questa prolusione destò meraviglia per la semplicità; e l’insegnamento suo procedeva tanto chiaro e piacevole, che v’accorreano anche persone estranee alla scienza. Benchè mostrasse non dare che illustramento e seguito alla misera compilazione di Bonnet, che pur fin allora era la più diffusa ed erudita, egli vi pose moltissime osservazioni proprie e del Valsalva; i predecessori rispettò senza idolatria; investigò la sede e l’origine dei mali reconditi (1761); e quantunque censurino la prolissità delle storie e l’arbitrario disporle secondo i sintomi predominanti, nessuno mai aveva sì ben collegata l’anatomia colla patologia. Europa sonò di applausi; in tutte le lingue si volle tradurla; principi e accademie onoravansi di onorarlo; la sua patria e la nazione germanica a Padova gli eressero statue; il senato veneto crebbegli lo stipendio a duemila duecento zecchini: e fra le virtù e le onorificenze egli protrasse l’esistenza fino a novant’anni.
Gli succedette Leopoldo Caldani bolognese (1725-1813), lodato per le sue Icones anatomicæ[303], e de morbis mulierum, puerorum et artificum, e fu il primo che qui insegnasse l’irritabilità di Haller. Ai vasi linfatici, negletti dopo la scoperta fattane da Rudbeck e Bartolino, volse le ricerche Pietro Mascagni (1752-1815), vedendoli in tutto il corpo, e destinati ad assorbire i liquidi animali, eccetto il sangue, non tutti mettendo al canale toracico. Si stampò postuma la sua Anatomia per uso degli studiosi di scultura e di pittura, e il Prodromo della grande anatomia, dove tutte le parti del corpo sono rappresentate con esattezza e grandi al vero.
Giannantonio Galli bolognese (1702-82), per agevolare l’ostetricia, fece eseguir in creta e in cera molti modelli da Giovanni Manzolini scultore e dalla costui moglie Anna Morandi; vi unì tutti gli strumenti antichi e moderni da ciò: la quale raccolta Benedetto XIV comprò per diecimila scudi, e la regalò all’Istituto di Bologna. Di Felice Fontana roveretano, che scrisse sul veleno della vipera, si ammirano le preparazioni di cera a Firenze e a Vienna.
Domenico Cotugno medico napoletano scoprì gli acquidotti detti da lui, il nervo parabolico incisivo, e prima del Galvani si accorse della elettricità animale in occasione che, avendo sparato un sorcio, questo gli diè sulla mano colla coda in modo da intormentirgliela. Bianchi di Torino, avverso ad Haller, studiò il fegato, e n’ebbe controversie con Morgagni; Malacarne da Saluzzo, il cervelletto umano, e fu de’ primi ad avvertire l’importanza dell’anatomia comparata. A questa s’applicò Giacomo Rezia, professore a Pavia; nella quale Università fu eretta la scuola pratica di chirurgia per Antonio Scarpa trevisano (1747-1832). Avea questo studiato a Padova, dove al Morgagni ottagenario e cieco assisteva, e leggevagli i consulti e gli autori classici, dei quali poi fu sempre innamorato, come anche delle arti del disegno. A Parigi legossi con Vicq d’Azir, col famoso litotomo frà Cosimo, coll’oculista Wensel, a Londra con Pott principe de’ chirurghi e coi due Hunter. Osservate le costoro injezioni de’ linfatici, volle anch’egli avere un simile gabinetto, e vi faticò dacchè fu messo professore a Pavia, dove le ventinove preparazioni lasciate dal Rezia ben presto ebbe cresciute a trecensessantasei. In un viaggio col Volta a spese di Giuseppe II, conobbe i grandi scienziati d’Europa, e al ritorno trovò il dono più desiderato, una compiuta raccolta d’istromenti chirurgici antichi e nuovi.
Era il tempo che la medicina deponeva i vecchi errori, ed a passi giganteschi accingevasi, appoggiata alla fisiologia, all’igiene e all’anatomia, divenuta scienza esatta. Lo Scarpa, sebbene avesse soltanto una clinica di trenta malati, fece progredire immensamente la scienza, coll’attenta osservazione pratica, unita a immensa erudizione, molte cose osservando egli primo, molte meglio de’ precedenti. I ganglj nervosi, le ernie, gli organi dell’udito e della vista, furono il principale suo esercizio: sulla cateratta scrisse mirabilmente, difendendo l’abbassarla, invece dell’estrarla come allor si faceva: e il suo trattato delle malattie degli occhi può dirsi il primo che in Inghilterra insegnasse queste cure. L’opera sui nervi del cuore e quella sull’aneurisma sono corredate di bellissime tavole incise da Anderloni; vi pose in campo quistioni, che poi furono illustrate da Bichat, Andral, Gavarret; e descrisse le anastomosi delle arterie in modo che si ardì legare la crurale, le carotidi, le iliache, fin l’aorta abdominale. Cuvier e Dupuytren lo ammiravano, a tacere i minori, e somma influenza ebbe nella scienza sua. Consultato da tutta Europa, parlava tutte le lingue, ricco, onorato, dotto d’onnigena scienza; diseredato solo di generosità e d’affezioni, non avendone mostrato che per lo Jacobi, professore di fisiologia, che morì giovane.
CAPITOLO CLXXIV. La fine dei vecchi tempi.
Il Denina termina le sue Rivoluzioni d’Italia con un quadro della nostra penisola, dove, senza sconoscere la superiorità de’ forestieri, accenna i progressi qui avvenuti. Secondo le teoriche d’allora, li ripone sovrattutto nell’aumento di popolazione, per tal conto anteponendola a ogni altra parte d’Europa. Secondo lui, il Regno, che nel 1670 contava tre milioni e mezzo d’abitanti, nel 1790 n’avea cinque milioni, e due altri la Sicilia; Napoli da ducensettantamila abitanti era in cent’anni cresciuta a quattrocentomila; l’entrata del Regno a sessanta milioni di franchi, ma un terzo andavano a pagare l’interesse del debito: onde non potevasi mantenere meglio di ventottomila soldati e quaranta bastimenti da guerra.