La Romagna al nord degli Appennini non pareagli meno abitata che ne’ tempi più floridi; che se Perugia, Ravenna, Ferrara erano scadute, fiorivano Ancona, Macerata, Sinigaglia, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola; Bologna da quarantamila era aumentata a settantamila teste: l’intero Stato pontifizio faceva la metà popolazione che il napoletano, benchè il Patrimonio di San Pietro fosse il paese più deserto d’Italia: Roma, che, al fine del secolo precedente, avea da ottanta in novantamila anime, allora censessantamila. In Toscana la Maremma, e Pisa e Siena erano decadute; ed anche Firenze, benchè s’avvisasse a qualche aumento: Livorno contava da quarantacinquemila anime; e tutto il granducato un milione appena, sopra un territorio doppio della Lombardia austriaca; e la rendita notificata da Pietro Leopoldo sommava a nove milioni e ducentomila lire fiorentine.
In Lucca viveano da cenventimila abitanti; da cinquecentomila fra Modena e Parma. Venezia, scemata d’un quarto, sopra cencinquantamila aveane un terzo di levantini e greci, ma ne’ dominj rimastile c’era aumento d’un quarto, numerando da tre milioni di sudditi, colla rendita di tre milioni di zecchini, e appena seimila soldati di terra. Il paese più popolato d’Europa era il Milanese, malgrado la diminuzione di territorio e il continuo uscirne d’artieri e merciajuoli; del quale prosperamento esso Denina attribuiva il merito, dopo la pinguedine del terreno, ai migliori costumi introdottivi dopo san Carlo.
Il Piemonte numerava due milioni e mezzo di teste, e Torino da trentacinquemila era salito a ottantamila; a scapito, è vero, di Casale, Asti, Chieri, donde molte famiglie s’erano trasferite alla capitale; aggiungansi novecentomila di Savoja e Sardegna: le rendite totali dello Stato ammontavano a venticinque milioni, sebbene dalla Sardegna ne venisse neppure mezzo milione. Invece i quattrocentomila abitanti di Genova e sua Riviera davano all’erario nove milioni.
Italia dunque da’ suoi diciannove milioni d’abitanti avrebbe potuto trarre censessantamila soldati, anche nelle umane proporzioni d’allora, e appena aveane la metà; giacchè ad assalire non pensava, nè assalti altrui parea dover temere. Natura la regalò di minerali d’ogni sorta, e vegetali bastevoli ad ogni bisogno; le sete del Piemonte, i cotoni della Puglia, le lane dell’Abruzzo, della Toscana, della Romagna, la canape del Bolognese, del Ferrarese, della Romagna, non che fornirla di vestimenti, le davano un eccedente con cui comprare e manufatti esteri e delicature.
Così l’uomo, che meglio avea meditato, e spesso compreso la storia della patria, lusingavasi sul presente e sull’avvenire di essa; nè un dubbio concepiva di vicino sobbalzo; come nol concepivano i filosofi: anzi il primo che osò scrivere una filosofia della storia, assicurava che la presente perfezione de’ sistemi politici assicurava omai i popoli da ogni sovvertimento; poche riforme sol restano e queste tranquille; ma una rivoluzione l’Europa già più non la teme[304].
Per verità le rivoluzioni sembrerebbero meno a temere quando si è sulla via delle riforme, se l’esperienza non mostrasse tuttodì che queste invogliano di quelle. Qui i principi erano d’accordo nel volere il bene dei popoli, i quali li lasciavano fare: e a mezzo il secolo noi trovammo un vivere agevole, molle, spensante, un silenzioso fluire della vita. Le plebi, ingombre di morale timidità ma soddisfatte, allegre, burlone, senza chiara cognizione dei diritti nè risolutezza a tutelarli perchè non li sentivano minacciati, e perciò non impennandosi agli arbitrj del potere e all’alterigia de’ signori, non che prepararsi a nuove sorti, non ne capivano il bisogno, non lottavano, non partecipavano alle discussioni o alle speranze degli statisti. I nobili rimasero una condizione piuttosto che uno stato dacchè furono sciolti i vincoli servili e tolti i privilegi feudali; tranquilli nella loro superiorità indisputata e quasi naturale, voleano essere padri di questi loro inferiori, purchè il riconoscessero come un benefizio, non come un dovere; colla bonomìa ragguagliavano i difetti della posizione e della classe; alcuni aspiravano al privilegio della gentilezza e degli studj, altri per gli agi e gli ozj cadevano nel vizio, ma i principj dell’educazione cristiana e austera rigalleggiavano al chetarsi delle passioni. Il clero rilassato men ne’ costumi che nella dottrina, serbava grand’impero sopra le classi povere e le agricole, vera base della società. Le classi medie arrischiavansi alle speculazioni per quanto lo assentivano la scarsa circolazione de’ capitali e la mancanza d’associazione; cominciavano a conoscere la loro importanza sociale, ma non ancora febbricitavano dell’avidità di miglioramento.
A chi addolora delle convulsioni odierne; di questo irriposato arrancarsi ad un meglio che non si sa qual sia, ma che sta fuori della realità e del possibile; di un’ambizione che si esalta a tutti i fantasmi; d’un appetito insaziabile di movimento, di pericoli, di forti emozioni; d’un’istruzione farraginosa e svaporata; d’una stampa meschina, beffarda, distraente, molestatrice, dove ogni scolaretto si erige maestro, ogni aguzzino si intitola giudice; del compiacersi nell’invelenire le proprie piaghe per fare ciarlataneria di empirici medicamenti; noi parremo troppo severi nel giudicare un secolo dove la bonarietà era il fondo delle classi basse non men che delle nobili, ogniqualvolta non la corrompessero le ambizioni e la passione; ove una tradizionale fedeltà legava il patrizio alla sua città o al suo castello, il padrone a’ suoi servi o coloni, il mestierante al paterno telonio, il cittadino al suo Governo; ove il popolo teneasi limitato ne’ desiderj e rassegnato alla subordinazione; ove le menti riposavano d’accordo su certi principj generali, nè il culto all’autorità era soccombuto all’idolatria di se stessi, non credeasi che tutti devano comandare, nessuno obbedire; bensì che questa terra non è il paradiso dell’uomo ma la sua espiazione; laonde non si vantava a ciascuno il diritto ai godimenti, ma si disponeva alle abnegazioni, alla pazienza; e la carità, se riputavasi un dovere dai ricchi, non esigevasi come un diritto dai poveri. L’uomo non era ancora scomparso davanti all’onnipotenza del Governo e del gendarme; ancora l’istruzione, la carità, il buon governo si fondavano nella fecondità dei voleri individuali e dei sacrifizj volontarj; alle cariche sostenute spontaneamente, gratuitamente e in vita, non erasi surrogato quel mecanismo d’agenti salariati, eletti, trasferiti, deposti ad arbitrio del Governo, venali e servili eppure faziosi ed anarchici, sollecitatori irremissibili, capaci di qualunque bassezza quando abbiano da soddisfare l’appetito, di qualunque ricalcitramento quando siano satolli, disposti a tollerare qualunque ignominia per salire, che accumulano sul potere ogni responsabilità, e l’opprimono sotto cupidigie impazienti, rancori epigrammatici, inefficace devozione; erpete il più funesto che la democrazia inoculasse al secolo nostro. Semplice era la scienza dei Governi, durando la buona intelligenza fra essi e i governati, fondata sull’osservanza del dovere personale e del diritto, da una parte sul rispetto all’autorità, più vivo quanto meno essa faceasi sentire; sul riguardo dall’altra alle locali consuetudini e all’attività individuale: gli uni contentandosi di quel che per loro si facea, non pretendeano si facesse tutto, nè metteano a repentaglio il bene per ismania del meglio; gli altri concedeano molto, senza garanzie nè patti è vero, ma neppure appoggiandosi all’unica ragione dei grossi eserciti, all’unico espediente de’ numerosi impiegati. Così la costituzione de’ popoli era dispotica, ma libere le consuetudini; i re poteano permettersi ogni arbitrio, ma nol faceano; e con istromenti poco regolari trovavano più facile il governare popolazioni docili, che non dappoi il governare con istromenti geometrici le popolazioni riottose; il rimprovero che principi e statisti fanno a que’ sudditi, era il non curare la cosa pubblica.
Non cadiamo però con quelli, che prendono per promessa di felicità lo snervamento delle anime e l’abbassamento de’ caratteri; nè coi retrivi che, storditi dal vortice odierno, figurano come beatitudine quel procedere rassegnato di tutti nella carreggiata paterna. Un’educazione non profonda e di certe classi soltanto; una poesia da ventagli; una letteratura separata dall’azione, che riponea la riforma nel cangiare di modelli, e adagiavasi nell’imitazione anzichè bisognare della originalità che nasce da verità sentite al vivo ed espresse nella lingua di tutti, faceano dominare quella pulitezza che mette dappertutto il cerimonioso, l’artefatto. Duravano i difetti dello sfrazionamento; idee locali senza alcuna generale, gelosie anguste, piccoli divisamenti; la cura degli interessi patrj, che suscita e incoraggia lo spirito, restringeasi ne’ limiti del municipio; invece degli Enciclopedisti avevamo i Giansenisti; per un Gesuita che censurasse Dante, menavasi maggior rumore che non per uno scettico che impugnasse Dio; disputavasi per mantenere al papa la chinea, mentre correa pericolo il vangelo. La situazione politica non offriva veruno di que’ grandi oggetti, nell’attuare i quali si svolgono ed esercitano le nobili facoltà, e lasciavasene il pensiero ai governanti, sicchè dagli affari pubblici non erano richiamati gli uomini alle severità della vita, non tenute in equilibrio le combinazioni astratte dell’ideale coll’inflessibile misura del possibile.
Obbligo dell’uomo è l’avanzare faticando; e certo l’Italia in mezzo secolo di pace progredì meno che non altri popoli in condizioni non così favorevoli. Un sentimento di fiacchezza n’è carattere generale, viepiù notato dalla nostra età, tutta agitazioni e inesorabile movimento. Nasceasi, viveasi, morivasi nel villaggio, nella condizione, nelle idee, in cui era nato, vissuto, morto il babbo e il nonno, evitando i bronchi della vita per seguitarne giù giù il declivio; crogiolavansi in quell’egoismo, che pone se stesso per centro e periferia, che considera come ingenite in una classe o in una persona la superiorità, la ricchezza, l’ingegno, e gli altri condannati dal nascere all’inferiorità, alle sofferenze, a ricevere i favori conditi coll’insolenza.
La lunga pace, la diffusa agiatezza, le altre condizioni di benessere suscitavano un’agitazione vaga ma inoperosa: la pochissima stampa era intisichita non tanto dalla censura, quanto dalla pubblica noncuranza: che se alcuni pochi leggevano i libri degli Enciclopedisti, se altri s’ascrivevano alle loggie massoniche, e criticavano ed esaminavano, e vedeano la possibilità d’un meglio, i più amavano dondolarsi quieti e gaudiosi; desideravano i miglioramenti, ma o gli esageravano per inesperienza, o ne rifuggivano per pusillanimità: e alle innovazioni di Giuseppe II e di Leopoldo si torse il labbro anche dove poteano essere ragione; così false situazioni, contraddizioni perpetue, inevitabili ad un popolo scostato dalle sue tradizioni. Quella monarchia assoluta, senza scossa, in mezzo a tranquille prosperità e ad inclinazioni filantropiche, non toglieva di sentire i mali; e come que’ Governi, paterni insieme ed arbitrarj, usassero rigori e indulgenze del pari senza regola; dando ai diritti l’aria di favori, di vendetta ai castighi, lasciassero formarsi abusi ed accumularsi, e sovrapporvisi i particolari interessi, che poi ricalcitravano quando fossero toccati; mentre invece, per regolare gli uomini, vuolsi meno condiscendenza nel fondo e più legalità nelle forme.