Governi così foggiati poteano reggersi finchè sostenuti dal clero e dalla nobiltà, unici elementi vitali della nazione, uno de’ quali prestava il braccio negli uffizj civili e nel militare, l’altro dava il potere sulle coscienze, mentre queste prevalevano ancora all’opinione. Ma l’una e l’altro vedemmo scassinati, qui non rimanendo tampoco, per circostanze speciali, quel valore guerresco, che in Francia potè supplire a tant’altre mancanze. I nobili, non avendo più poteri che li facessero rispettare, ma ancora privilegi che li facevano odiare, cospiravano contro la vecchia società, nè tampoco sospettando che con essa sepellirebbero i loro secolari vantaggi. La Chiesa non era tanto infiacchita dalla lepida guerra esterna, come dalla protezione dello Stato, che dal dovere di proteggerla presumeva il diritto di regolarla anche in ciò ch’è di sua esclusiva competenza.
L’indipendenza della volontà umana, perciò varia e irregolare; quell’impulso personale, vigoroso, persistente, che è prima condizione del merito e delle virtù; quel concorrere libero di tutti all’opera sociale, parvero confusione e disordine a un filosofismo che surrogava l’ordine artifiziale al naturale, i sistemi umani alla volontà divina. Allora i Governi ingelosiscono dell’azione giornaliera, collettiva o individuale de’ cittadini; ad ogni sforzo spontaneo vogliono surrogare la propria iniziativa, l’autorizzazione, la sorveglianza, l’interesse proprio; tutto sapendo e tutto potendo, certi che quel che vogliono è il bene, si prefiggono d’attuarlo senza verun contrasto, neppure delle consuetudini, dell’indole de’ popoli, di quella libertà che s’impenna contro chi la violenta[305]. Se la personale dignità ne deperisse nol cercavano essi, e tanto meno se i costumi si corrompessero. La bontà di questi è necessaria dove il popolo interviene a governare; non già dove il Governo fa tutto, ed ha forza di far rispettare l’ordine. La coscienza pubblica si riduce dunque alla Polizia; con questa lo Stato può impedire il disordine, e basta; l’individuo abbia per tutta morale il non violare le leggi politiche, cioè non incorrere ne’ castighi; fuor di là tutto gli è lecito; sia bene o no che importa, purchè non sia proibito. Del resto quand’anche l’immoralità divenisse universale, l’ordine è stabilito, e la forza pubblica impedisce che la licenza privata produca la pubblica anarchia.
Realmente col trarre a sè l’autorità, che dapprima sparpagliavasi fra governatori, municipj, pretori, feudatarj, i Governi provvedevano meglio alla giustizia e alla sicurezza del popolo; coll’abolire i privilegi patriziali, rendere mobile la proprietà, pareggiate le eredità, agevoli le comunicazioni, crescere le scuole, svincolare l’industria, faceano senz’accorgersi gl’interessi della democrazia, nè forse accorgevansene quei che ve li spingeano o ne li lodavano. Ma la democrazia non si limitava a chiedere l’eguaglianza di tutti in faccia alla legge; eguaglianza riconosciuta da tutti i nostri legislatori, prima che l’Assemblea di Francia la proclamasse spettacolosamente. Sviata da coloro che d’ogni teorema fanno una speculazione, domandava impieghi, li volea pagati, temporarj, in arbitrio del Governo, invece di quelli che un tempo appoggiavansi a certe famiglie, a certe persone, indipendenti, responsali per se stesse.
La rivoluzione amministrativa operata dai principi sconnettè l’antica locomotiva, quando appunto stava per dare la spinta; surrogato il Governo regio ai Governi locali, tutto cambiò di centro e direzione; i nobili più non seppero fin dove potrebbero conservare, gli ignobili fin dove potrebbero aspirare; rinnegavasi il vigore che le istituzioni traggono dall’essere antiche; quando si vide che i re cambiavano tutto, venne l’idea che potessero cambiare anche il bene, e che bisognasse munirsi d’istituzioni tutorie; ma il clero aveva interessi diversi, diversi il mercante, diversi il paesano, talchè non poteano concertarsi a veruna limitazione ragionevole contro gli arbitrj del potere, nè ad un graduale miglioramento delle proprie condizioni: il gentiluomo ricingeasi del suo orgoglio, il magistrato della sua indipendenza, il prete delle immunità, il borghese dei privilegi, nessuno d’una libertà ragionata e garantita: e mentre le classi rimanevano distinte, ogni giorno men diverse riducevansi per costumanze, fortune, coltura. Introdotte idee nuove, nuovi bisogni, svaniva lo spirito di famiglia, aborrivansi le associazioni, dacchè impedivano il libero lancio degli individui; alle presidenze, alle amministrazioni, alle rappresentanze, gratuitamente assunte per tradizionale clientela e per amore di patria, preferivasi il vantaggio domestico di lucri e titoli.
L’eroismo nasce da spirito, unito a sentimento. Come dunque aspettarlo quando la filosofia, ristretta a freddo raziocinio e resa splendido trionfo del sofisma e della negazione, inaridiva il cuore col fare analisi e beffa di tutto, tutto fischiare, non abbandonarsi all’ammirazione ma affinare l’epigramma e il sarcasmo; essere cattivi per vanità, non avere più passioni ma disegni? Allora il libertinaggio prendeva il luogo dell’amore; le consuetudini giudicavansi riprovevoli sol perchè antiche; la religione pareva un’ubbia di secoli ignoranti; la passione della simmetria scomponeva il vecchio; tutto insomma era critica e negazione: eppure non v’è che l’amore che possa fecondare il caos.
Pertanto quello era secolo di preparazione; lasciava campo alla potenza individuale, non ancora interamente assorta nella governativa; bandì la crudeltà dalle istituzioni penali, l’arbitrio ministeriale dalle amministrative; rivendicò l’eguaglianza civile: ma non conobbe se stesso, non si stimò abbastanza; gl’Italiani, che in tante vie erano precorsi ai Francesi, e già aveano riformato il sistema amministrativo e il penale e le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, s’infervorarono alle declamazioni e alle domande de’ Francesi; al progresso storico preferendo lo speculativo, vollero sbarbicare gli alberi antichi per fare una piantagione tutta nuova, distruggere le strade maestre pel gusto d’inerpicarsi in alture impervie, essere insensati con un paradosso anzichè ragionevoli con un luogo comune.
Tra le falsità gentilesche sopravviveano gl’istinti generosi e caritatevoli del cristianesimo; e poichè questo avea non solo predicato, ma abituato ad amarsi, in quel ribollimento delle idee svolgeasi pure la carità, non già quella che viene dall’universale sommessione davanti a un Dio creatore e redentore di tutti, e che dall’esempio di questo ritrae l’obbligo dell’abnegazione fin alla croce, e la pazienza degli umiliamenti e delle privazioni portate dallo stato di ciascuno e dalla natura umana; sibbene una virtù semiuffiziale, sistematicamente eretta sopra la potenza illuminata dello spirito umano, che suppone la nostra razza destinata non ad espiare e meritare, sibbene a crescere più sempre i godimenti verso un secolo d’oro, che redima de’ patimenti antichi: e se una volta preti e frati aveano insegnato l’austerità, la rinnegazione, la pazienza, ora i filosofi sopreccitavano gli istinti nobili e simpatici, proclamavano le gioje di questo banchetto della vita, a cui tutti sono egualmente invitati, talchè si guardasse come vittima chi non vi riceve porzione eguale agli altri.
Laonde alla povertà volontaria de’ frati, sottentrava la infelice e dispettosa di quelli, a’ cui desiderj non riuscivano pari i mezzi e i guadagni, e che sfoggiavano franchezza col bestemmiare chi più e da più lungo tempo possedeva. Gli scrittori, all’autorità della coscienza sostituivano gli effimeri oracoli dell’opinione. In conseguenza smetteasi quel fare patriarcale che spesso impaccia la libertà e deprime la dignità dell’uomo, ma a cui pure si sospira dopo che la famiglia, la patria, la clientela non sono più che un’astrazione, un ricordo. Nelle classi privilegiate appariva quanto l’incertezza della coscienza e della ragione nuoccia a chi non veda se non gusti da seguire, passioni da soddisfare: nelle moltitudini sentivasi l’irrequietudine di chi ha perduto il prisco equilibrio, non acquistato un nuovo.
Il pericolo non era riconosciuto dai più; la libertà filosofica garbava dacchè era stata tolta la libertà storica; quelle idee di diritti, di dignità, di fratellanza arridevano tanto meglio, quando non erano ancora state contaminate da verun eccesso, e nello zefiro delle riforme nessuno presentiva l’uragano della rivoluzione: onde sognavasi un progresso tranquillo, ove dello scalzato edifizio curiale di Roma non rimarrebbe più che l’autorità ecclesiastica; i principi raccoltasi in mano l’autorità pubblica, si renderebbero despoti, ma per ridurre ad effetto i miglioramenti proclamati da’ filosofi; la filantropia consigliatrice s’accorderebbe coll’autorità effettuante, in modo che ne verrebbe il perfezionamento dell’esistenza umana, il dominio della ragione assoluta; e parallelamente sviluppandosi i poteri fondamentali delle ricchezze, della forza, dell’opinione, si estenderebbero la sicurezza e la prosperità de’ cittadini, che più ricchi, più illuminati, più morali, contenti d’avere chi provveda alla loro spensierata beatitudine, amerebbero, difenderebbero, servirebbero meglio il principe e lo Stato.
Ma coloro che nel passato riconoscevano le garanzie e la scuola dell’avvenire; che le illazioni umane conosceano delirare quando non discendano da principj inconcussi, cioè divini; che vedeano divenire sinonimi empietà e progresso, spirito forte e scredente; togliersi alla morale l’addrizzo e la sanzione della fede; i Governi, reluttando al dominatore de’ dominanti, negare il peccato e ritenere il delitto, togliere a Dio la punizione, alla convivenza la solidarietà per arrogarla a sè, negare la legge superna e così negare se stessi; entro quella nube dorata indovinavano il turbine, il quale verrebbe a ripristinare il buon senso, ma chi sa dopo quali ruine!