E ben presto il terreno traballò. Lo Stato, perdendosi in infinite minuzie e soprattutto nel sorvegliare i preti, non accorgeasi che lo spirito pubblico trascendeva da ogni parte: la classe leggente diveniva inquieta, meno pei bisogni suoi che per quelli manifestati da Francia, e pei germi dissolventi comunicatile da questa: la vaghezza d’idee, d’abiti, di costumi forestieri faceano rinnegare le cose patrie, accettare dai forestieri il riso sardonico anche nelle gravi quistioni, la sistematica rivolta e le superbe proteste dell’individuo contro l’ordine esistente. Le profonde contraddizioni, che sono il sintomo più accertato delle sofferenze d’un paese, apparivano; scomposto l’equilibrio fra l’azione e il pensiero, smarrita la tradizione, una pusillanime diffidenza ratteneva negli abusi, o l’avventatezza gettava alle utopie; rivelandosi le esitanze d’una società che non sa come camminare; i desiderj confusi e gl’inquieti presentimenti di rimpasto e di novità, i puntigliosi garriti tra i vecchi interessi e i nuovi bisogni.
Que’ signori d’Italia e que’ ministri mediocri che si erano stirati per parere grandi, e aveano cerco gl’incensi de’ novatori col fare e disfare a precipizio, e rafforzare la monarchia col deprimere la sacerdotale arroganza, non tardarono ad accorgersi quanto si fossero mal avvisati nell’insultare le popolari credenze, nello scassinare idee vetuste e patrie, e avvezzare i sudditi a spingersi nell’avvenire col vilipendere il passato, coll’obbligarli a ricevere novità senza nè esaminarle nè esservi maturi, e convincerli che a mutar un paese basti la volontà d’un capo. Dai loro concetti filosofici arrestaronsi, appena si volle dedurne conseguenze radicali: e ben presto si trovarono in disaccordo coi pensatori, i quali con maggiore alacrità si spingevano quando appunto essi davano indietro. Davano indietro, ma dopo avere scemo il rispetto alle consuetudini, la fede all’autorità; procuratasi la facile gloria di dare qualche schiaffo ai papi, i Giansenisti, cattolici senza sommessione e protestanti senza coraggio, v’aveano dato urto in nome dell’antichità; in nome della novità i filosofisti; entrambi pretendendo vanto di franco pensare col farsi sostegno ai re delle spade contro quel dominio inerme che aspirava ai cuori e all’intelligenza. Il grosso del popolo, conservandosi fedele alle tradizioni, alla religione de’ suoi padri, al pontefice, al curato, avea dovuto scandalizzarsi di que’ prelati indevoti, di que’ principi che faceano da papi; nell’appello fatto alle sue opinioni avea cominciato a credere «Son anch’io qualche cosa»: e come tutti i poteri crescenti, trovò adulatori che gli dissero, «Tu sei tutto».
Allora i principi a lamentarsi dell’insubordinazione, delle idee antipolitiche e antireligiose. Ma di chi la colpa? chi avea scosso l’autorità, chi indebolito la fede, chi intaccato la proprietà? Come imputare il popolo se tirava legittime conseguenze? come pretendere rispetto essi che l’aveano negato alle cose più venerande? Nel 1790 il ministro di Francia scriveva da Venezia: — Il senato comincia a sentire l’importanza della religione nella politica; si pente di ciò che ha fatto intorno ai monasteri; adotta una bolla di Benedetto XIV circa il divorzio, dove tali cause son giudicate con minore leggerezza».
I Toscani s’erano divertiti in prima, poi stomacati a quella pioggia d’innovamenti; ne’ tremuoti che afflissero la Romagna etrusca, nelle persistenti nebbie, nelle malattie epidemiche, vollero leggere la disapprovazione celeste; e di Leopoldo sparlavano rimpiangendo quei tempi medicei ch’egli avea fatti denigrare[306]. Leopoldo, fosse insospettito dalla rivoluzione francese allora scoppiata, o corretto dall’esperienza, indietreggiò fin alla tirannia; fece condannare centotto persone, tra cui nove donne, senza difesa nè pubblicità; anzi esacerbò le condanne col mandarne molti nelle galere di Messina; e per compenso diè ricovero a novantaquattro loro orfani e vecchi parenti; insieme abbandonò alla popolare indignazione il Ricci e il Gianni, tanto suoi; eppure vietava si stampasse qualunque scritto su materie religiose senza l’approvazione del Governo.
Intanto moriva Giuseppe II (1790) senza figliuoli, e Leopoldo era chiamato ad assidersi sul trono imperiale, ove doveva comparire tanto da meno. Partendo di Toscana vi lasciava una reggenza, a cui raccomandava di «non usare mai condiscendenze verso la Corte di Roma in fatto di giurisdizione o d’autorità, in ispecie nelle materie ecclesiastiche ed affari d’impegno»; si fece rilasciare una ricognizione d’un milione centotredicimila cinquecentosessantadue scudi, come credito particolare, senz’addurne il titolo, e dimenticando i troppi compensi che lo Stato avrebbe potuto esigere da lui[307].
Subito vivi richiami si alzarono; Pistoja vuole abolite le novità ricciane; a Livorno i facchini insorgono ad insulti, massime contro gli Ebrei, il cui ghetto avrebbero saccheggiato se l’arcivescovo non avesse protestato v’entrerebbero solo traverso al corpo di lui; altre città gl’imitarono, persino Firenze che da due secoli e mezzo avea disimparato queste chiassose manifestazioni del voler popolare; e allora si vide quel che sia un Governo senza forza, e se a reprimere lo scontento bastino birri e guardaportoni.
Leopoldo si lamentò colla reggenza che in brev’ora si fosse sfasciata l’opera sua di tanti anni; ordinò severi processi, e «i carcerati più o meno rei indistintamente, nessuno eccettuato, uomini e donne di qualunque condizione, dovranno essere consegnati a bordo dei bastimenti napoletani, i quali avranno gli ordini necessarj dalla loro Corte. Io riformai le leggi criminali di Toscana come pareami convenire all’indole dolce e quieta della nazione; ora vedendo di essermi ingannato... ristabilisco la pena di morte per chiunque tenti sollevare il popolo. E siccome il popolo ha detto di voler mettere in libertà i carcerati, il Consiglio li farà trasferire nella fortezza di Belvedere, alle porte mettendo cannoni con artiglieri fatti venire da Livorno. I seimila armati... dissiperanno il popolo che si ammutinasse o si attruppasse, facendovi anche fuoco sopra... Nè il Consiglio nè verun giudice dovrà mescolarsi a fare grazia o commutare pena... neppur io, non volendo questa volta far grazia a veruno»[308].
Il figlio Ferdinando III sottentrato, per ingrazianirsi il popolo s’affrettò a ripristinare molti degli abusi tolti; modificò il codice leopoldino; limitò l’arbitrio dei giudici e della Polizia, che poteano economicamente condannare fin alle stafilate, all’esiglio, alla relegazione. Tenne consulta sull’abolire le ordinanze ecclesiastiche; ma se il clero domandava non si chiedessero informazioni ai birri intorno agli ordinandi e ai parroci, egli trovava anzi che i rapporti di quelli, ricercati e adoperati sagacemente, servono con profitto; insisteva perchè i vescovi dovessero considerarsi magistrati dello Stato, e dal sovrano unicamente riconoscessero le facoltà ad essi in parte restituite, di dare la tonsura, permettere missioni, visitare le diocesi. Del resto Ferdinando calcò le orme fraterne con meno spie; venuta carestia, vietò l’asportazione de’ grani; e fattosi toscano, separò gl’interessi del paese da quelli di Casa d’Austria.
Leopoldo anche in Germania e nel Belgio disfece l’opera del fratello, rintegrò le imposte e le istituzioni antiche, tolse i seminarj generali e l’assolutezza della Polizia e dell’amministrazione, pur conservando l’editto di tolleranza con cui Giuseppe II aveva confermato tutte le innovazioni ecclesiastiche.
I Lombardi levarono anch’essi lamenti con tutta la vigoria che lasciava la lunga abitudine dell’obbedire: onde Leopoldo invitò ogni città a spedire due deputati. I filosofi s’erano ravveduti dal predicare l’onnipotenza de’ principi, e Pietro Verri esclamava: — Da due secoli non erano tollerate le rimostranze pubbliche; intrigante importuno pareva chi le promovesse. Ora s’invitano, s’animano i figli a presentarsi al padre; se non esporremo tutto, la colpa sarà nostra, e nostra se con dimande indiscrete e inopportune screditeremo la causa pubblica, cercheremo un sistema precario e la riviviscenza di pregiudizj antichi, anzichè il regno stabile della ragione. Un foglio di carta, nemmeno firmato dal monarca, ha in un momento annichilato la congregazione dello Stato, tutti i ceti municipali, tutte le amministrazioni che la pietà de’ nostri maggiori aveva istituite per soccorso dell’indigenza. Dunque tutto il sistema antico era precario, non aveva per base una costituzione, nè potevasi allegare ostacolo di legge contro la volontà del ministro. Il peggio che possa accadere dunque è di tornare a tale precaria condizione. Il Milanese fu soggetto al despotismo dal momento in cui cessarono i suoi naturali principi. Questo despotismo si esercitava da alcuni corpi potenti sotto del Governo spagnuolo; poi ne furono gradatamente spogliati, e venne tutto collocato nell’arbitrio d’un uomo solo. Sarebbe un problema accademico il disputare quale dei due sia più funesto: quello che importa è d’uscire dall’abjezione sotto cui si geme, e da schiavi malcontenti diventare sudditi ragionevoli e fedeli: una costituzione insomma conviene cercare, cioè una legge non violabile neppure in avvenire, la quale assicuri ai successori la fedeltà nostra da buoni e leali sudditi, ed ai cittadini un’inviolabile proprietà, essendo questo il fine unico d’ogni Governo; una costituzione garantita e difesa da un corpo permanente, interessato a custodirla, e le cui voci possano liberamente e in ogni tempo avvisare il monarca degli attentati del ministro».