L’enfasi di queste parole mostri come gran benefizio considerassero i Lombardi questo essere chiamati a consulta dal sovrano, questa prima speranza d’una sancita costituzione, della quale però fino i migliori formavansi un sì inadeguato concetto. I deputati andarono in fatto a Vienna, ed insistettero sull’abolire le novità, e ripristinare la congregazione generale dello Stato. Aderì Leopoldo, dandole ispezione sulle spese e diritto di tenere un deputato a Vienna; il bel sistema comunale che Giuseppe II aveva scompaginato, fu rimesso, restituendo ai municipj l’ispezione sul censo, sulle vettovaglie, sulle strade, sulla sanità, sulla polizia urbana.

Delle novità viepiù dovevano sgomentarsi i pontefici: ma sviliti dal dovere, in materie puramente ecclesiastiche, adagiarsi alla volontà de’ principi ed accettarne le restrizioni, non trovavansi circondati di zelo e dottrina bastante per affrontare le idee irruenti. Pio VI colla bolla Auctorem fidei condannò come ereticali cinque proposizioni del sinodo di Pistoja, e settanta come scismatiche, erronee, scandalose, calunniatrici e maliziose. Il Ricci, con cui il papa avea trattato otto anni per ridurlo a disdirsi, denunziò al Governo questa condanna per ingiusta: ma già egli avea perduto l’aura popolare, e veniva in uggia alla Corte come fautore dei Francesi. Dai quali poi, quando vennero, ebbe scarsi favori, e al loro partire persecuzioni; dopo le quali professava: — Fermamente unito di cuore e di spirito alla cattedra di San Pietro, quello ch’ella tiene ed approva, io pure tengo ed approvo; quello che disapprova e rigetta, io pure rigetto e disapprovo...; tutto quello che contro il mio intimo sentimento, o nel sinodo di Pistoja o in alcuno de’ miei scritti può essersi insinuato di contrario a quella dottrina, protesto, dichiaro e intendo d’averlo per condannato e anatemizzato»[309].

Confidiamo nella sincerità e libertà di questa ritrattazione. Roma pensò anche riparare alle dottrine proclamate da’ filosofi, ma della gracilità d’allora è gran prova l’essersi scelto a tale uffizio Nicolò Spedalieri (1741-95), i cui Diritti dell’uomo sono un’esanime transazione con idee di moda. Benchè capisca che gli uomini, prima di conoscere lo stato socievole, «sarebbero stati incapaci d’idearlo», egli accetta un contratto come fondamento della società civile, pretende dimostrarlo partendo dalla libertà naturale, e divisando un non so qual patto non fatto, a prova del quale trascina i passi biblici. È diritto naturale il giudicare e fare tutto ciò che concerne perfezione; laonde l’uomo in tal fatto è indipendente, atteso che conosce meglio i proprj bisogni, e ha diritto di regolarli col proprio gusto, colle vedute proprie. La nazione può dichiarare scaduto il sovrano che violi il patto sociale. Insomma egli accetta il diritto pubblico protestante, sebbene ne impugni le conseguenze, e distrugge l’idea d’autorità nel mentre vuole consolidarla. Vero è che sosteneva la religione essere fautrice della libertà, nemica della tirannia, e unica capace a prevenire gli abusi, che poi armano i popoli contro i re: ma questo poco di attribuito alla Chiesa bastò perchè i principi proibissero la diffusione di quel libro.

E poichè il Gerdil era pei pochi, nessun altro io conosco che risolutamente affrontasse i concetti rivoluzionarj, se non forse alcune traduzioni, come le lettere del conte di Walmont; nessuno che sentisse come un progresso riposto nell’esclusione della sovranità divina non possa che recare il trionfo dell’immoralità; e che invece bisognava ripristinare l’autorità della morale, riconoscendone l’origine divina, e in questa ritrovare le leggi spontanee della nostra libertà. Intanto i pii rifuggivano in un mesto sbigottimento, e cercando lumi e consolazioni nel libro santo, vi leggeano: — Fremettero le genti, e i popoli meditarono delle vanità. I re della terra sorsero, e i principi si allearono contro il Signore, contro l’unto di esso, e dissero, Spezziamo i vincoli, rigettiamo da noi questo loro giogo... Colui che abita i cieli si riderà di loro, il Signore li befferà; allora parlerà ad essi nell’ira sua, nel furor suo li sovvertirà; li governerà in verga di ferro, e come vasi di creta li spezzerà. Or fate senno, o re; imparate, voi che giudicate la terra».

FINE DEL LIBRO DECIMOQUINTO E DEL TOMO DUODECIMO


[ INDICE]

Capitolo
CLX. I Pontefici. Ferrara e Urbino. Guerradi Castro. Contese pel giansenismo e per la regalìa [Pag. 1]
CLXI. Venezia e i Turchi [31]
CLXII. Luigi XIV e sua ingerenza in Italia. Sollevazione di Messina. Genova bombardata. Guerra della successione spagnuola. Incremento del Piemonte [59]
LIBRO DECIMOQUINTO
CLXIII. L’Alberoni. Elisabetta Farnese. Le successioni di Parma, Toscana, Austria [115]
CLXIV. Assetto dell’Italia. Carlo III [155]
CLXV. Alito irreligioso. Abolizione de’ Gesuiti [168]
CLXVI. Idee innovatrici. Economisti, filantropi, filosofi [221]
CLXVII. I principi novatori. Giuseppe II. Pietro Leopoldo. I Giansenisti. Pio VI [279]
CLXVIII. I re di Sardegna e quelli di Napoli [336]
CLXIX. Le repubbliche. Lucca. Genova. La Corsica [370]
CLXX. Venezia [400]
CLXXI. Costumanze. Il teatro [435]
CLXXII. Lettere e arti belle [488]
CLXXIII. Scienze matematiche e naturali [573]
CLXXIV. La fine dei vecchi tempi [597]

NOTE: