[1]. Un altro ramo d’Este possedeva il marchesato di San Martino e Borgomanero, e trasmise i titoli, nel 1757, per matrimonio ai Belgiojoso, casa d’origine longobarda, che un tempo possedette molte terre in Romagna, e talvolta anche le città di Imola, Faenza, Ravenna ed altre.
Il Frizzi, nelle Memorie di Ferrara, dice che i principi d’Este furono «i più moderati e generosi che prima e poi vantar potesse alcuna città d’Italia!»
[2]. Leti, Italia regnante, vol. II. Una relazione delle entrate, spese, forze e modo di governo di tutti i principi d’Italia esistente nell’archivio Mediceo fra le carte Strozziane, filza 320, e che pare della prima metà del Seicento, dice che Sisto V pose in castello tre milioni d’oro, e che la rendita papale era di due milioni d’oro, i quali oggi risponderebbero a ventotto milioni di franchi; e che sarebbe stata doppia qualora ne’ pontifizj vi fossero state gabelle come negli altri Stati. Nella qual somma non comprendeasi l’entrata libera e particolare del papa, gonfiata dalle rendite della dataria e degli uffizj vacabili. Bisogna che il tesoro di Sisto fosse dissipato se Urbano VIII, poi Innocenzo X contrassero tanti debiti.
[3]. Nel 1596 Carlo Emanuele di Savoja lagnasi col papa che, in una numerosa promozione di cardinali, non abbia nominato alcuno de’ suoi raccomandati. Il papa risponde al 31 agosto: — Essendo i cardinali consiglieri del papa, è strano che i principi vogliano farvi nominare loro creature. Che direbbero del papa s’egli volesse avere ne’ consigli dei principi persone di sua confidenza?» Cibrario, Memorie cronologiche.
Sulla promozione di cardinali del 1596 dà preziose particolarità il cardinale d’Ossat, Lettera 67, offrendo la più bella e viva pittura della Corte romana d’allora. Altre ne ha su quella del 99. In quel tempo v’avea sei cardinali milanesi: Federico Borromeo, Agostino Cusani che diceva non dipender da altri che dalla propria coscienza, Flaminio Piatti, Tolomeo Gallio, Nicolò Sfondrati e il cardinal Alessandrino. Monsignor Taverna pur di Milano era governatore di Roma, poi ebbe la porpora. Napoletani erano i cardinali Gesualdo figlio del principe di Venosa, Aragona figlio del marchese del Guasto, Acquaviva figlio del duca d’Atri, Santa Severina, cioè Antonio Santorio; Siciliano don Simone d’Aragona figlio del duca di Terranuova.
[4]. Gualdo Priorato racconta che il principe Panfili, incaricato dal re di Spagna di presentare la solita chinea, «compariva in un abito al più sublime segno arricchito, e l’arnese del cavallo tutto d’oro massiccio, con più di 200 mila scudi di diamanti attorno. Era servito da venti paggi e sessanta palafrenieri, con ricca e bizzarra livrea, otto carrozze a sei della sua stalla».
[5]. «Arrivò il Lavardino in Roma domenica 16 novembre 1687, ed affettò d’entrare in giorno di festa, per render più superba la sua comparsa agli occhi del papa. Il suo corteggio consisteva in duecento officiali di guerra, trecento soldati di guardia, cento gentiluomini e cento cortigiani di servizio. E i cardinali d’Estrée e Maldachino uscirono ad incontrarlo, ciascuno con tre carrozze a sei, un miglio fuori della città, ed in questo modo entrò dalla parte della porta del Popolo, che è quella per dove suol farsi la cavalcata ordinaria degli ambasciatori, con una carrozza superbissima, e con lui sedevano ne’ due luoghi maggiori i due cardinali d’Estrée e Maldachino. Nell’entrar di detta porta si presentarono i gabellieri o siano officiali della dogana, chiedendo la visita delle robe, divise in più di quaranta muli con le coperture a fiori di giglio. Risposero le genti dell’ambasciatore, che tenevano ordini di tagliar il naso (o Sisto, Sisto, e dove sei!) e le orecchie a chi si sia che ardisse di guardar le robe di sua eccellenza. Di modo che i gabellieri nell’intendere così fatto complimento, con sberrettata sino a terra, si ritirarono tutti modesti nelle loro casuccie. Il mastro di casa camminava innanzi gettando monete d’argento, con l’armi ed impronto del re Luigi, ed il vulgo nel raccorle non mancava di gridare spesso Viva la Francia.
«In questa maniera dunque, con regio trionfo, entrò Lavardino in Roma, traversando a lungo più della metà della città, passato ad alloggiare nel superbo palazzo Farnese, ch’è il più superbo di Roma, nella di cui piazza s’ordinarono tutti gli officiali e soldati, chi con la spada sfoderata in mano, chi con il pistoletto, facendo una nobilissima spalliera tutto all’intorno, aspettando l’arrivo di tutti i cortigiani e muli di carico, e così armati restarono sino che furono scaricate tutte le robe: ed il tutto seguì senza che v’arrivasse minimo disturbo, non ostante il numero infinito del popolo che si trovava dappertutto concorso, non già per la solita curiosità, ma mosso dallo stupore di veder entrare in Roma un ambasciatore mano armata, a dispetto del papa, con tanta vergogna d’una città così regia, così santa e così popolata; e i più zelanti andavano esclamando ad alta voce: Eh! che se fosse stato Sisto al Vaticano, il Lavardino sarebbe stato in Parigi, o che si sarebbe molto pentito d’essersi avvicinato a Roma.
«Lo spavento che portò alla città questo marchese fu così grande, che il governatore di Roma con i suoi ministri di giustizia, e con questi quella gran ciurmaglia di sbirri non ardivano uscir di casa, per essersi sparsa la voce che dall’ambasciadore si era dato ordine a quella sua gente armata di correr notte e giorno all’intorno del suo quartiere del palazzo Farnese, col tagliar il naso e le orecchie a quanti sbirri si potessero scontrare. Di più, l’ambasciatore s’era dichiarato in presenza di molte persone, acciocchè si spargesse la voce per la città tanto più presto, che nell’andar egli per Roma, ovvero l’ambasciatrice sua moglie, se scontrava cardinali od altri che non gli rendessero tutti gli onori dovuti ad un ambasciatore del re Cristianissimo, che lo farebbe pentire nel punto stesso; di modo che nessuno ardiva uscir di casa, se non quei soli che volevano rendere gli onori dovuti a sua eccellenza, che affettava d’andar per Roma ogni giorno, come andava l’ambasciatrice, con ducento guardie ciascuno a cavallo all’intorno delle carrozze. Il papa, più timoroso degli altri, si chiuse nel Vaticano, insieme col cardinal Cibo, decano del collegio e suo principal ministro, e da una finestra con un occhialone guardavano questo bello spettacolo di veder andare per Roma così armato il Lavardino: e questo durò per lo spazio di nove mesi.
«Questa è una guanciata delle più sensibili e delle più vergognose, che abbia ricevuto mai principe alcuno nel mondo, nè mai città ebbe un affronto di tal natura. Ma che principe poi! Un papa con uno Stato così grande, con tante guardie a piedi ed a cavallo, con una numerosa guarnigione nel castello, con una città forte, qual è Roma, con più di quindicimila persone capaci a portar l’armi, senza un numero di più d’ottomila ecclesiastici, che a colpi soli di sassate avrebbono potuto tener lontano dalle mura di Roma il Lavardino, tanto più per esser forte in se stessa. E quando se gli fossero chiuse le porte in faccia?...» Leti, Vita di Sisto V, part. III. l. 3.