[6]. Ove il Leti esclama: — Sisto, in luogo di andar a fare il sanctificetur innanzi al crocifisso, avrebbe fatto preparare un laccio, e dati gli ordini necessarj per far strangolare l’ambasciadore; ed al sicuro o che l’ambasciadore non sarebbe venuto, o che sarebbe stato strangolato».
[7]. Ap. Arckenholz, Vita della regina Cristina, t. IV. app. 32.
[8]. Lo racconta Marco Foscarini nell’arringa sopra i provveditori di Dalmazia.
[9]. Capitolare del consiglio dei Dieci, nº 78. Ma al 12 gennajo 1621 si fa querela perchè lasciavano «mesi ed anni i rei, senza farsi progresso ne’ processi».
[10]. Pag. IV. 50. Sulla regolarità di quel processo s’è già scritto da molti; e qual v’è tribunale che non sia infallibile? Ben ne fece ammenda il consiglio dei Dieci con decreto 16 gennajo 1622, che fu letto nel maggior consiglio; poi in Sant’Eustachio gli fu posta quest’iscrizione:
ANTONIO FOSCARENO EQVITI BINIS LEGATIONIBVS AD ANGLIÆ GALLIÆQVE REGES FVNCTO, FALSOQVE MAIESTATIS DAMNATO, CALVMNIA IVDICII DETECTA, HONOR SEPVLCRL ET FAMÆ INNOCENTIA X VIRVM DECRETO RESTITVTA MDCXXII.
Marco Foscarini riformatore, in un’arringa tenuta nella correzione del 1761-62 diceva: — Tegno per domestica tradition la grata e tenera memoria de quel zorno 16 gennaro 1662, quando xe stada dichiarada nel mazor consegio con solene parte, e po resa nota a tutte le Corti, la tragica vicenda caduta sora un cittadin che avea sostenude le prime dignità della patria. Xe stà allora che la povera mia casa ha accolto un prodigioso numero de nobili concorsi a manifestar sentimenti misti de lagrime e de consolation ecc.»
Il processo contro il Fornaretto vorrebbe mettersi al 1505; ma pare favoloso. Costui, andando la mattina a portar il pane per le case, trovò il fodero d’un pugnale e se lo pose in tasca; la ronda, che avea tratto dal canale un ucciso, arrestò il Fornaretto, e gli trovò addosso quel fodero, corrispondente al pugnale che portava in cuore l’assassinato. Ben bastava per accusarlo; la tortura avrà fatto il resto.
[11]. Marino Cavalli, nella Relazione del 1543 al senato veneto, parlando del commercio di Germania dice: — Le merci che vi si portano sono spezie, ori filati, panni di seta e di lana, saponi, vetri, cristalli, sete tinte e crude, e simili altre cose. Da Venezia si servono di qualche panno di seta, ma pochi, perchè hanno dalli Fiorentini e d’ogni parte d’Italia damaschi e rasi per un terzo minor prezzo di quelli di Venezia; e se ben sono di più trista sorte, non avendo essi giudizio, o non curandosene molto, avendoli a miglior mercato, li pigliano volentieri, sì come si usa anche in Germania. Però non saria forse fuor di ragione che quest’eccellentissima repubblica, non potendosi tirar li cervelli di quei paesi ad usar drappi perfettissimi, accomodasse li drappi al volere e cervel loro, e concedesse che si lavorasse in Venezia per qualche parte panni di seta di minor prezzo e di più basso carato, per avere quell’utile che Fiorentini e Milanesi, che sono più lontani e che pagano più condotta, hanno. E certo a me pare che questa cosa non si doverìa lasciar per derelitta, ma abbracciarla come di molta importanza; la qual potria in tre o quattro anni avviarsi e augumentar con simile maniera il doppio di quel che al presente è; e se pure per qualche rispetto non si volesse permettere questo in Venezia, si potria almeno concederlo alle altre città, come Padova, Verona, Vicenza e Treviso, che hanno copia grande di sete, e per non le poter lavorare esse, le vendono a Bologna, Firenze, Lucca, Genova, Modena e Milano; e si nutriscono a questo modo del nostro latte popoli alieni, e li nostri s’impoveriscono e sminuiscono, com’è accaduto in Vicenza, che di ventiquattromila anime che soleva fare, per la rovina di altri mestieri e per la proibizione di rilevar questo di nuovo è ridotta che non ne fa quattordicimila; e il medesimo potrà avvenire delle altre. Ho sentito io molti a ridere dell’ignoranza de’ Mori, che avendo loro il fior delle sete, le vendono a noi altri, e poi da noi stessi comprano li panni di seta lavorati: ma l’istesso forse si potria dire di noi, che facendo ogn’anno più di trecentomila scudi di sete nelle quattro città nominate, non le volendo lasciar lavorare, li nostri le vendono alli vicini, dalli quali comprano poi li panni di seta, li quali per contrabbando si portano in questa o nelle altre città; e così, oltre il traffico e l’arricchirsi che fanno li forestieri in Germania, che lo ponessimo far noi, li lasciamo anco arricchire nel paese nostro. Mi son maravigliato molte volte come questo Stato abbia per leggi statuito che tutti quelli che vogliono passar con merci a Lione per luoghi suoi, debbano venir prima a Venezia, e di là poi trarle per dove lor piace, per far questa città capo di ogni contrattazione; il che, sebbene per qualche tempo è parso cosa utile, si è poi veduto ch’è riuscita dannosa e impossibile, perchè gli Alemanni, che di natura son poco obbedienti, e non vogliono esser forzati a cosa alcuna, quello che per comodità prima facevano, ora violentati non vogliono fare, e hanno prese le strade di Trieste e di Milano, lasciando le terre di Vostra Serenità, e conducono le merci per dove lor piace, con la grandezza ed esaltazione d’altri e danno nostro. Ma concedendo che il condur queste merci forestiere riesca e sia utile, non so intender per qual ragione quelle che nascono nel paese di Vostra Serenità, sopra le quali si può mettere quanti dazj e disponer come ne pare, lo si lascino trar fuori senza condurle a Venezia e senza farle lavorare nelli paesi nostri; e questo lo dico sì per le sete che per le ferramenta e acciaj del Bresciano, li quali solevano per costituzione tutti essere condotti in questa città, dove Siciliani, Toscani, Napoletani, Francesi, Spagnuoli e Portoghesi venivano a levarli, mentre ora potendo esser cavati di Bresciana per ogni luogo, Genova è fatta capo di questo commercio. Io parlo per utile pubblico e senza interesse alcuno». Relazioni venete, vol. III. pag. 102.
[12]. L’opera era stata suggerita da Luigi Grotto, detto il Cieco d’Adria, che quantunque perdesse gli occhi sin da fanciullo, studiò attento e fu valente idraulico; e nell’orazione da lui recitata a tal uopo in senato, adoprava il principio enunziato un secolo dopo dal famoso padre Castelli, che un corso d’acqua di determinata misura può passare per una sezione più o meno ristretta secondo la maggiore o minor sua velocità. Vedasi una memoria del ministro Paleocapa, pubblicata nel 1856 sopra il protendimento delle spiaggie dell’Adriatico.