[78]. Choiseul ministro di Francia, al 4 ottobre, scriveva al suo ambasciadore: Je vous avoue mon étonnement de l’attention trop sérieuse que vous donnez aux supercheries de M. Tanucci et de M. le cardinal Orsini, et aux impostures mal adroites dont ils font usage auprès de vous. Des ministres de cette espèce ne sont assurément pas faits pour traiter des grandes affaires; et il faut se borner à mépriser les petits moyens de leur basse et artificieuse politique. Ap. Theiner, vol. I. p. 139.

[79]. Theiner, vol. II. p. 89.

[80]. Saint-Priest, p. 137.

[81]. In una lettera del ministro Choiseul al cardinale Bernis ambasciadore, del 26 giugno 1769, principal motore dell’abolizione compare Carlo III, e che il pontefice per ogni via allungasse la cosa. — Io credo col re di Napoli che il papa operi debole o falso: debole, se tituba nel fare quello che il suo spirito, il suo cuore, le sue promesse gl’impongono; falso, se cerca tener a bada le corone con speranze illusorie. In ambidue i casi, i riguardi sono inutili con lei, perocchè noi avremmo bel fare a risparmiarlo: s’egli è debole, lo diventerà più quando si accorga che nulla deve temere da noi; s’è falso, sarebbe ridicolo lasciarli concepire la speranza che noi soggiacessimo alle sue astuzie. E così faremmo, se aspettassimo che il santo padre avesse il consentimento di tutti i principi cattolici per l’abolizione de’ Gesuiti: ella ben vede che lungaggini, che difficoltà ne verrebbero. La corte di Vienna non darà il consenso che con restrizioni e con vantaggiosi patti: la Germania darallo con fatica: la Polonia, eccitata dalla Russia, per farci un mal tiro lo rifiuterà: la Prussia e la Sardegna (ben le conosco) faranno lo stesso. Quindi il papa non giungerà mai a riunire questo consenso di principi, e quando ci propone una tale clausola, ci tratta come ragazzi che non hanno cognizione degli uomini, degli affari e delle Corti. Ma quando il santo padre aggiunge che al consentimento de’ principi quello pur si deve congiungere del clero, egli vuol proprio la burla di voi. Il consenso del clero non potrà darsi nelle forme legali se non adunando un concilio; e questo non può esser convocato in paese cattolico, senza la volontà de’ principi e del pontefice. Ai principi soli della Casa tocca dunque di sollecitare il papa ad estinguere una società a loro infesta; e pei principi soli della casa di Borbone il santo padre deve determinarsi a questa accondiscendenza... S’io fossi ambasciadore a Roma, mi vergognerei di vedere il padre Ricci antagonista del mio padrone».

[82]. Corrispondenza fra Aubeterre e Choiseul, presso Ravaignan, pag. 362.

[83]. Nell’editto asserendosi che san Carlo l’aveva introdotta per vie oblique e senza il regio exequatur, l’arcivescovo Pozzobonelli rispose che tale formalità non era in quei tempi necessaria, nè poteva credere che il santo suo predecessore avesse ricorso a sotterfugi. Altrettanto protestò il Durini vescovo di Pavia. Già in Piemonte, coll’istruzione del 20 giugno 1755 (rinnovata poi da Carlalberto nel 1831) si proibiva la lezione propria di Gregorio VII «con altri infiniti libri maligni e sediziosi non meno di quelli che tentano di rendere al papa soggetta la podestà temporale de’ principi, insegnando che ai medesimi, quando sono scomunicati, non si possa obbedire di coscienza, o che al papa spetti il deporli e sciogliere i popoli dal giuramento di fedeltà».

[84]. «Non certamente (dice Theiner) per far violenza ai Gesuiti, ma unicamente per mantener l’ordine tra la folla». Eppure poche linee appresso assicura che «la popolazione guardò quest’avvenimento con calma e indifferenza profonda». Vol. II. pp. 338, 339.

[85]. Nell’Indice del 1744 si legge: Prohibentur libri omnes, opuscula, theses, aliaque omnia tam edita huc usque, quam imprimenda, tam contra quam pro Cornelio Jansenio et PP. Jesuitis.

[86]. Certo ne rideva Federico di Prussia, il re filosofo; e D’Alembert gli scriveva: — Dicesi che il conventuale Ganganelli non prometta carezze alla Compagnia di Gesù, e che san Francesco potrebbe esser l’uccisore di sant’Ignazio. Parmi che il santo padre farà una gran pazzia a cassare il suo reggimento delle guardie per compiacenza verso i principi cattolici. Questo trattato somiglia a quel dei lupi colle pecore, cui prima condizione fu che le pecore licenziassero i cani (16 giugno 1769). — Ecco cacciati i Gesuiti da Napoli; e presto (dicesi) saranno da Parma, e gli altri Stati borbonici tutti sbratteranno la casa... Con ciò la Corte di Roma perde le migliori sue truppe, le sue sentinelle morte. Parmi ch’essa raccolga insensibilmente le sue tende, e finirà coll’andarsene con i Gesuiti (14 dicembre 1767). — Il papa conventuale si fa tirar per le maniche innanzi sopprimere i Gesuiti. Qual meraviglia? Proporre al papa di cassar questa brava milizia, gli è come si proponesse al re di Prussia di congedare il suo reggimento delle guardie» (7 agosto 1769). E Duclos, altro scrittore filosofico, nel suo Voyage en Italie, pag. 40, meravigliandosi dell’invidia che gli altri Ordini professavano contro i Gesuiti, e della gioja jusqu’au scandale che manifestarono alla loro soppressione, conchiude: Le premier coup de tonnerre est tombé sur la Société, arbre dont la tige perçait la nue; mais que les moines doivent penser que, si l’on coupe les chênes avec la coignée, on fauche l’erbe. Leo (protestante) dice: — Il papa avea diritto d’abbattere l’Ordine, e negl’interessi della Chiesa potea veder ragioni sufficienti a ciò: ma che un sommo pontefice abbia potuto dimenticare a tal punto il principio, per cui Roma erasi elevata di sopra del mondo; che abbia ceduto alle istanze delle potenze temporali, prodotte sotto forma insultante, fu un porre a nudo che la santa Sede era scesa a uno stato di debolezza, di cui la ragione non sta tutta nelle circostanze generali, ma colpa n’è in parte l’uomo che l’occupava senz’aver la natura eroica richiesta dall’elevata sua posizione». Storia d’Italia, lib. XII. 4. Carlo Botta, arrabbiato ai Gesuiti, racconta che i Giansenisti si mostrarono duri con loro; e «molto maggiore umanità mostrarono i filosofi, ajutando e di consiglio e di denaro e di favore quei derelitti discepoli d’Ignazio. La compassione pubblica ora gli accompagnava; imperciocchè molti mentre all’esiglio s’incamminavano, ai più miserabili estremi erano o per infermità o per età o per povertà ridotti»; lib. XLVIII. Egli stesso enumera le loro colpe, cioè d’aver voluto maggioreggiare, e perciò studiare più degli altri; scegliere a gran cura i novizj; prolungarne le prove, tanto che non fossero aggregati se non dopo sicuri di quel che facevano; avere scuole migliori che le Università; acquistarsi la fiducia dei parenti e l’amor degli allievi; stare fra loro uniti per modo, che quegli stessi, i quali disgustati uscivano dall’Ordine, non ne sparlavano. Vedi il principio d’esso lib. XLVIII.

[87]. Perfino il marchese Gorani che andava a cercar espresso lo scandalo in ogni atto dei principi e dei preti, e che non s’esaurisce in bestemmiar i Gesuiti, nega affatto l’avvelenamento di papa Ganganelli, mentre ne descrive a minuto i delirj.