State all’erta, avvertite

Ch’ei non s’impegni nelle vostre guerre,

E ch’ei non entri nelle vostre terre.

[145]. — S. C. M., con estremo rammarico e cordoglio dell’animo mio appresi da S. S. le aspre doglianze avanzate dalla M. V. contro la mia povera persona, come che abbia avuto il temerario ardimento di offendere la di lei imperiale persona, mio augustissimo sovrano, con alcune espressioni di una lettera responsiva ad un’altra del senatore Rucellaj. Mi riconosco pertanto in debito di presentarmi ossequioso al trono della C. M. V. medesima, chiamando in testimonio l’onnipotente Iddio sul sacrosanto carattere che indegnamente porto, nell’esporre alla di lei imperiale persona le mie più umili giustificazioni sopra di ciò. Supplico dunque con ogni più riverente ossequio la M. V. I. volersi sul predetto mio sacrosanto giuramento assicurare, che neppur per sogno mi è caduto in pensiero simile frenesia ed indegnissimo ardimento di offendere in minima cosa la persona sacrosanta del mio augustissimo sovrano, e per conseguenza niuno dei supremi e principali ministri di qualunque sorta essi siano; anzi mi sono sempre gloriato e sempre mi glorierò dimostrare in fatti ed in parole alla C. M. V., ed in proporzione al di lei imperiale ministero quel sommo ossequio e venerazione che le devo, anche a costo della propria vita, quando fosse duopo. Nonostante, qualunque sia la causa di sì grande mia disgrazia e deplorabile mia disavventura di vedere contro di me irritato il mio augustissimo e clementissimo sovrano, eccomi umiliato ai piedi della C. M. V. per implorare un generoso e benigno perdono, che dall’innata clemenza e pietà di sì pio imperatore mi giova sperare, non meno che la gloria di potermi protestare, quale prostrato in atto di baciargli ossequiosamente la imperiale porpora sono e sarò eternamente, della C. M. V. ecc.».

Non meno notevole in tal proposito è la lettera di monsignor Incontri arcivescovo di Firenze al Richecourt capo della reggenza il 1752: — Molti invero sono i pregiudizj che dalla libertà di pensare, di parlare, di leggere ho riconosciuto esser derivati alla nostra santa religione da qualche tempo in questa città, e che hanno aperto più libero il campo al libertinaggio, dappoichè le potestà ecclesiastiche non hanno potuto usare dell’autorità loro; ed essendone da più parti giunta la notizia alla santa Sede, ho ricevuto dei forti eccitamenti dal sommo pontefice per riparare agli abusi, onde l’ho supplicato a confortarmi col suo ajuto nell’adempimento del mio ministero. All’occasione, nelle maniere più proprie, ho pensato alle volte, affine di non mancare verso il popolo alle mie cure spirituali confidato, d’istruirlo con degli avvertimenti pastorali, e mi è stato impedito, come è noto; me ne sono rispettosamente rammaricato: ho fatto sovra a varj punti appartenenti alla religione ed al costume, siccome sopra altre materie concernenti l’ecclesiastica disciplina, delle umili rappresentanze, e per mio demerito non sono stato esaudito; e V. E. sa quante volte mi sono dato l’onore d’essere ad ossequiarla per parteciparle le mie più riverenti e fervorose istanze; sicchè confesso che nelle divisate contingenze mi trovo alquanto disanimato. Qualora poi venga assistito nell’esercizio del mio vescovile impiego dalla suprema autorità che vivamente imploro, m’incoraggerei molto, nè avrei più che desiderare. Con tal fiducia pregando V. E. a riprotestare all’imperial consiglio la mia più distinta venerazione, mi pregio di rassegnarmi di V. E. ecc.».

[146]. Zobi, Storia, lib. IV. c. 3. In Toscana nel 1784 v’avea 7957 preti secolari, 2581 cherici inferiori, 2433 preti regolari, 1627 monaci laici, divisi in 213 conventi, 7670 monache in 136 chiostri. Firenze contava 78,635 anime, di cui 2134 monache, 917 frati, 1377 preti, 1627 militari, 1335 funzionarj civili, 1018 lanajuoli.

Moltissime memorie uscirono sulla giurisdizione ecclesiastica e regia; le più belle sono del Rucellaj. Una secreta, spedita a Vienna il 1745, contiene fra le altre cose la seguente: — La storia delle dispute di giurisdizione fra la Corte romana e il poter civile può ridursi a questo punto; che essa non cessò mai di pretendere suoi i diritti degli altri, per poter poi accordarli per grazia a quelli che devono possederli per giustizia, e che, nojati di questo eterno conflitto, si contentarono di goderne a qual prezzo si fosse, senza riflettere che questo cambiamento di titolo permetteva al sacerdozio, come non lasciava mai di fare, di rivendicare finalmente per conto proprio quello su cui pareva aver acquistato un diritto col cederlo».

[147]. Nella Via Crucis, devozione raccomandata dai Francescani, come dai Gesuiti il Sacro Cuore, si pretese fossersi fatte aggiunte alla narrazione evangelica, e proponeasi, non di abolirla, ma di sostituire cinque nuove a cinque delle vecchie stazioni. Di ciò s’infierì una disputa, a cui preser parte molti giornali; e il Pujatti, l’Affò, il Bettinelli ed altri vennero a lunghi litigi nel 1783.

[148]. Troppe scritture di quel tempo attestano la rilassatezza e peggio del clero, e principalmente del regolare.

[149]. Prima memoria, 21 luglio 1781. La lettera 3 agosto al teologo ducale comincia: — Stanca S. A. R. del mal umore, animosità e contegno molto strano, col quale il santo padre tratta gli affari della Toscana, ecc.