[150]. Lettera del 10 luglio 1782 al segretario Seratti. Il Ricci teneva corrispondenza coi Giansenisti d’oltremonte, e si hanno venti lettere sue al famoso vescovo Grégoire, ostilissime a Roma. La Chiesa scismatica di Utrecht diresse un’esortatoria al vescovo di Colle, quando supponeva ch’egli avesse adunato un sinodo diocesano; recata da Zobi nel vol. III. doc. 125.

[151]. Vedi Istoria dell’assemblea degli arcivescovi e vescovi della Toscana, tenuta in Firenze l’anno 1787; Punti ecclesiastici, compilati e trasmessi da S. A. R. a tutti gli arcivescovi e vescovi della Toscana, e loro rispettive risposte, Firenze 1788. Sul frontispizio v’è una stampa con figure simboliche, e al di sotto un genietto che tiene aperto un libro, sul quale è scritto Encyclopédie. Ricci vi propugna costantemente i principi giansenistici, e come modello presenta il sinodo giansenistico di Utrecht del 1763, esortando i vescovi toscani a imitarlo, ricevendovi i curati come giudici, e premunendoli contro gl’intrighi della Corte di Roma, che adoprerà i monaci e il nunzio per mandarli a vuoto; disapprova l’Indice de’ libri proibiti, e molti ne raccomanda in questo inseriti.

[152]. Allora uscì un libello famoso, il Conclave dell’anno 1774, dramma per musica, con parodie ed emistichj del Metastasio. Era stato fatto dai nemici del cardinale Zelada, perchè non riuscisse papa: l’autore scoperto fu condannato a morte; ma il Zelada fu fortunato d’ottenergli la grazia: pure gli epigrammi lanciatigli valsero a questo una trista celebrità. Eppure egli aveva ricchissima biblioteca e medaglie e macchine, fece costruire una specola al Vaticano, e raccoglieva e favoriva i dotti. 1717-81.

[153]. Quel che pel Gaetanino dicevasi di Gregorio XVI, si diceva pure di Pio VI per uno Stefano Brandi suo factotum.

[154]. Lettera 11 gennajo 1782.

[155]. Il filosofista Bourgoing, nei Mémoires historiques et philosophiques sur Pie VI dice: — Era una frenesia di trovarsi sul passaggio del papa; il corso del Danubio ostruivano le barche dei curiosi; a venti a trentamila affollavansi nelle vie che riescono alla Corte, chiedendo a gran voci la benedizione del papa, e più volte il giorno Pio VI doveva comparire al balcone per concedere alla folla quel facile favore. Si temette di mancare di sussistenze, tanta gente accorreva a Vienna dai paesi più remoti. Fu notata l’ostinazione d’un paesano che veniva da sessanta leghe lontano per veder il papa. Arrivato, andò a mettersi in una sala dell’appartamento ov’era sua santità. — Cosa volete qua? gli chiese la guardia. — Veder il papa.Non è questo il luogo: andatevene.Oh no: aspetterò finchè venga; io non ho fretta, io. Badate pure anche voi alle cose vostre. E siede, e mangia il suo pane in santa pace. Da alquante ore aspettava, quando l’imperatore saputolo, l’introdusse egli stesso dal papa, che l’accolse bene, gli diede la mano a baciare, e la sua benedizione e alcune medaglie che aveva portate da Roma. To’ to’ (esclamava il villano) e questi Viennesi non m’avevano detto che il papa desse denari a quei che vanno a trovarlo».

Egli stesso reca le parole d’un protestante: — La presenza del papa a Vienna produsse effetti stupendi, e non mi meraviglio che altre volte operasse strane rivoluzioni. Molte fiate ho visto il papa nell’atto che dava la benedizione al popolo di questa capitale: io non sono cattolico, non facile alla commozione, ma v’assicuro che questo spettacolo mi ha intenerito alle lagrime. Quant’è interessante veder forse cinquantamila uomini uniti nel luogo stesso, dello stesso sentimento, portando negli sguardi e negli atti l’impronta della devozione e dell’entusiasmo, con cui aspettano una benedizione, da cui dipende la loro prosperità in questa e la felicità nell’altra vita! Assorti in quest’oggetto, non s’avvedono di stare incomodi; accalcati gli uni contro gli altri, respirando a fatica, vedono apparir il capo della Chiesa cattolica in tutta la sua pompa, colla tiara in capo, cogli abiti pontificali, sacri per essi, magnifici per tutti, cinto da cardinali che vi si trovavano, e dall’alto clero. Egli si curva verso terra, alza il braccio verso il cielo come persuaso profondamente che vi porta i voti di tutto un popolo, e che negli occhi esprime la brama che siano esauditi. Figuratevi tali funzioni compite da un vecchio di maestosa statura, della più nobile e graziosa fisionomia, e non sentitevi commosso, se potete, al vedere questa folla immensa precipitarsi a ginocchi al momento che si dà la benedizione, ricevendola con entusiasmo pari a quello di chi la dà. Certo, io serberò tutta la vita l’impressione di questa scena. Quanto non dev’essere viva e profonda in quelli che sono disposti a lasciarsi affascinare dagli atti esterni!»

Pasquino ebbe a dire che il papa andò a Vienna a cantar una messa senza gloria per lui, senza credo per l’imperatore.

[156]. Fra quelli che meglio osservarono l’Italia fu Carlo di Bonstetten, nato a Berna il 1745, morto a Ginevra il 1832, autore di molte opere d’economia, di morale, di viaggi, notevoli per delicatezza e giusto amore dell’umanità. — Il mio viaggio in Italia (scrive egli) cominciò da Milano. Gorani m’aveva dato lettere pel conte Verri, che mi presentò a Firmian, ministro e in realtà vicerè della Lombardia. È d’alta statura, e la pinguetudine non nuoce all’aria sua di dignità intelligente, nel cui fondo si fa sentire la bontà. Mi prese a voler bene, ero invitato tre o quattro volte per settimana a desinare da lui. Alla tavola non faceasi conversazione generale, e si stava a un bel presso come dinanzi a un sovrano. Quando parlava lui, tutti taceano. Essendo seduto presso di esso, mi servii del suo vino di Tokai; e il cameriere mi avvertì ch’era riservato pel conte. Chi farebbe adesso siffatta distinzione? Il conte aveva udienze numerosissime; ciascuno comparivagli dinanzi alla sua volta; bisognava essere spicci, ma si era ascoltati e compresi; erano quasi processioni, e non si faceva che passare. Firmian era rispettato ed amato a Milano; pure nel Governo tedesco v’ha qualche cosa che non si affà agl’Italiani. Malgrado le virtù di Firmian, si ribramava la dominazione spagnuola, che pure era tanto inferiore all’austriaca. Pel carattere ancor più che per la giustizia si governano i popoli: l’armonia de’ caratteri è il legame naturale fra le nazioni. L’amore dell’ordine, proprio de’ Tedeschi, è una linea troppo dritta e dura per le anime passionate del Mezzodì, più elastiche assai che i Tedeschi. Ai dì nostri non abbiam veduto i Francesi, mentre smungeano agli Italiani oro e sangue, esserne mille volte più amati che non gli Austriaci, i quali, col loro sistema da marito geloso, fanno odiare fin le virtù de’ padroni? I Francesi aveano in Italia per alleata l’immaginazione nazionale, che il Governo tedesco mette incessantemente alla tortura: i Francesi regnavano per la speranza, gli Austriaci pel terrore. Fra i due Governi corre questo divario, che in quel della speranza voi avete per alleate tutte le illusioni e le realtà, in quel del terrore nulla si spera da colui che si odia».

A Roma egli conversò molto con Carlo Edoardo Stuart, il pretendente d’Inghilterra, marito di quella Stolberg contessa d’Albany, che fu l’amata del poeta Alfieri, e l’amante del pittore Fabre.