Il re (scrisse il viaggiatore francese) levasi alle sette; a otto e mezzo lavora coi ministri, un dopo l’altro, non tenendo consiglio; alle undici passa dalla regina, e va a messa; dopo pranzo dà udienza a chi vuole; poi al passeggio, poi cena in famiglia. Due volte la settimana v’è circolo dalla regina, dove vanno sole donne, e gli ambasciatori o gli stranieri presentati».
[163]. Per le nozze di Carlo Emanuele con Clotilde di Francia, la quale poi morì nel 1802 in odore di santità, il Bodoni pubblicò un miracolo di tipografia, cioè un volume in gran foglio col titolo Epithalamia exoticis linguis reddita, dove le trentaquattro città del Piemonte fanno voti in trentaquattro lingue diverse; con belle stampe d’Evangelista Ferrari, esprimenti le effigie dei duchi di Savoja e i fasti delle città: l’orientalista Bernardo De Rossi adoprò quelle varie lingue, del che non eravi esempio, giacchè il Monumentum romanum ad onore del Peiresc fu compilato da molti dotti insieme: il padre Paciaudi illustrò in latino le incisioni: Gaston Rezzonico descrisse il tutto in un lunghissimo poemetto, stampato dallo stesso Bodoni.
[164]. «Qualche momento prima di partire dai regj appartamenti, fece (Carlo III) la pubblica cessione di questi regni all’infante don Ferdinando suo terzogenito, che seguì, venendo letta dal marchese Tanucci segretario di Stato, stando la maestà sua cattolica sotto al baldacchino, con alla sinistra il suddetto Ferdinando, in presenza del suo consiglio di Stato, del consiglio di Santa Chiara, del luogotenente della Camera, della giunta di Sicilia, e dei deputati di Palermo. Dovendo poi il re di Spagna cinger la spada al nuovo re di Napoli e dargli il tosone, S. M. C. gli disse che con la medesima lui aveva acquistati questi regni, che dovea servirgli a difesa della cattolica religione, di se medesimo e de’ suoi vassalli. Non potè tutta eseguir quest’azione, perchè, impedito dalle lacrime, fuggì a sfogarle, ossia a confonderle con quelle della regina, che era in altra stanza ritirata». Lettera del residente veneto, 11 ottobre 1759.
[165]. On ne comprend pas comment Tanucci a pu se faire une si grande réputation de sagesse, dice il Gorani, e cita le insane sue tariffe che empirono il paese di contrabbandieri.
[166]. Il Botta asserisce aver lui veduto il dispaccio. Del resto il motto non disdice all’uomo che di sua moglie diceva: — Dorme come una marmotta, e suda come una troja».
[167]. Angiolino del Duca, povero villano servivasi d’una mula, ed essendogli morta, e il padrone volendone il prezzo, egli fu costretto vendere i pochi arredi, onde buttossi alla campagna e divenne brigante famoso. Spogliava baroni e signori, risparmiava i forestieri, anzi li scortava; passava di villaggio in villaggio, piantando tribunale e trovando facilmente in colpa i ricchi; ad altri scriveva lettere garbate, determinando le somme che doveano; talvolta agli assaliti toglieva sol la metà del denaro. Divideva lealmente il bottino co’ suoi, non assassinò mai. Avea proposto al re di mantener la quiete in tutto il regno se gli fissasse un soldo e un grado; e anche dopo il supplizio il popolo lo rimpiangeva come amico del popolo.
[168]. Pietro C. Ulloa (Pensées et souvenirs sur la littérature contemporaine du royame de Naples, Ginevra 1859) fece una pittura molta lusinghiera del reame alla fine del secolo passato.
La nobiltà, attirata presso al monarca, era ancora una classe privilegiata, ma dei due diritti che un tempo aveva di opprimere e di proteggere non avea conservato che il secondo. Non formava una Casta, non aveva essiccata la fonte delle sue entrate, non dispettava le riforme, non ricusava contribuire ai pubblici aggravj, onde non era impopolare. Il terzo stato era padrone quasi di tutto ciò che costituisce la ricchezza nazionale, il lavoro agricolo, l’industria, i capitali; esso attivava tutte le forze produttive: in esso gli avvocati, i medici, i precettori, gli artisti, i letterati, i filosofi. La nobiltà se ne valeva, onorava nelle classi inferiori un’esistenza utile, acquistata col lavoro e colle dottrine. Per mezzo della nobiltà la grazia e l’eleganza della Corte passavano nelle relazioni delle classi medie, e fin negli scritti. Nel popolo s’aveva ancora della miseria, ma non più le gravose fatiche, le cocenti cure, le esistenze diseredate, che le grandi città alimentano col soldo giornaliero. Il popolo, men capace di dissimulazione che di riflessione, e che non vedeva se non benefizj, sottometteasi volentieri alle leggi, alla preminenza delle classi elevate e massime delle famiglie storiche. ..... Il popolo di Masaniello aveva dimenticato le vecchie agitazioni, e non sentiva più il pungiglione della miseria, onde non sognava che feste o godimenti. ..... Coi Borboni il potere monarchico divenne il guardiano del diritto comune, e secondo il progresso della civiltà per mezzo dell’ordine, e dell’eguaglianza per mezzo dell’uniformità, il potere sviluppavasi sempre nel senso dell’interesse generale: nè mai il carattere de’ principi, il movimento degli spiriti, l’affluenza di valent’uomini aveva tanto illustrato il nostro paese».
Il Tanucci da Portici, il 15 ottobre 1763, scriveva al Caracciolo inviato a Torino:
«Per la preferenza del popolo e coltivazione del Piemonte sopra quella di questo regno, che io leggo nella rivista confidenziale dei 5, pare che V. E. non abbia veduto il tratto del regno ch’è tra Barletta ed Otranto, tratto pieno di città e terre abitatissime e tutto coltivatissimo; inoltre più vasto del Piemonte e più ricco di generi di estrazione. La sola seta è l’estrazione del Piemonte, ed in quel tratto, oltre la seta, sono grani, vini, olio, mandorle, passi e manna. Le città poi vi sono lodevoli quanto coteste. Non è Lecce meno di Vercelli, Barletta meno di Nizza, Bari meno di Casale, Bisceglie meno di Alba, Bitonto meno di Ivrea, Trani meno di Aosta, Monopoli meno di Fossano, Altamura meno di Mondovì, Gallipoli meno di Saluzzo, Taranto meno di Carmagnola, Acqui meno di Brindisi, ecc. L’Abruzzo è certamente più grande, più popolato, più fertile della Savoja. Certamente, dell’Italia da me veduta, il tratto tra Nocera dei Pagani e Francolise, cioè non meno di cinquanta miglia tra levante e ponente estivo, e di venti tra mezzogiorno e settentrione, è il più fertile e il più popolato. Li casali tra due e cinque mila anime son così frequenti che pajon contigui, e non vi sta meno d’un mezzo milione d’anime; e il grano vi è poco quando fa solamente il 12 per uno, ed i territorj si affittano regolarmente a dieci e dodici ducati il moggio. La provincia di Lucera, ch’è la più spopolata, alimenta due milioni di pecore, od altre bestie utili, e produce quel tanto grano che ognuno sa, e la manna infinita e celebre del Gargáno. Niuno controverte al regno tre milioni e mezzo d’anime, niuno la fertilità del triplo dei generi della Lombardia. L’ineguaglianza è poi vera, ma io non voglio parlare della ragione, sì perchè è inevitabile ove son più di mille baroni, con l’enorme giurisdizione che ella sa, sì perchè, ministro essendo dei Borboni, non devo entrare nel governo di due secoli d’un’altra famiglia, sì finalmente perchè essendo forestiero, non devo criticare il Ministero del paese. Ma appunto l’essere toscano mi somministra una idea terribile di cotesto catasto, per cui una famiglia paga cinque zecchini e un quarto e mezzo l’anno. Regolarmente li possessori dei terreni son la decima parte di un popolo ben diviso, laonde ad una famiglia possessora toccano cinquantacinque zecchini, almeno nell’alta Toscana, che equivale al Piemonte nel popolo, nell’estensione, nella cultura, nella fertilità, essendo da levante a ponente cento e venti miglia, e cinquanta da tramontana a mezzogiorno e più, ed è ugualmente divisa e distribuita una famiglia per l’altra delle posseditrici dei beni, paga soli trenta zecchini di catasto, eppure, oltre li stessi generi del Piemonte produce per li suoi tre quarti olio, che nel Piemonte è solamente nelle campagne di Nizza. Mi ricordo di aver veduto le campagne bianche e sterili di Vercelli, quali niuna è nell’alta Toscana, che uguagli in sterilità. Le città dell’alta Toscana, oltre Firenze che per tutte le cagioni è il doppio di Torino; Pisa, Livorno, Volterra, Pistoja, Pescia, Prato, Colle, San Miniato, Arezzo, S. Sepolcro, Cortona, Montepulciano, oltre un numero grandissimo di casali e terre riguardevoli, che equivagliono alle città. La bassa Toscana, vastissimo e spopolato paese, benchè fertile di grani e bestiami, lo paragono alla Savoja, ove però non sarà una città come Siena, capo della bassa Toscana, e forse nessuno come Grosseto, Montalcino e Chiusi, eccettuato Chambéry. In Toscana il catasto è del popolo, non del principe, e di esso si pagano li magistrati colli loro sbirri e subalterni, che son tutti salariati, le strade, li ponti, le muraglie, li castelli, li medici ecc., e un regalo al principe di cento mila zecchini annui. Del principe sono duecento mila zecchini delle farine, o sia testatico, altrettanti delle dogane, e circa altrettanti tra tabacco, posta, vigesima, tratte; altrettanti sarebbero quelli del sale, ma questa rendita è tutta venduta ai privati. — Questo metodo mostra che il catasto non è che la quinta parte di quello che paga la Toscana allo Stato e al sovrano, e su questo metodo calcolando, dovrebbe cotesto Stato e cotesto sovrano aver cinque milioni di zecchini, avendone un milione del solo catasto: Credat Judæus apella. Passan li Piemontesi per cavalieri d’industria e fanfaroni. Si sa che prima di questo secolo era cotesto Stato qualche cosa meno della Toscana; si crede che le conquiste lo abbiano raddoppiato in questo secolo, ma si crede ancora comunemente che di rendite, che limpide vadano in man del sovrano da spenderle per la truppa e per la Corte, sia sospetta questa quantità, che si dice sopra un milione di zecchini, e sia notoria fanfaronata quel che si dice sopra un milione e ducento mila di zecchini, perchè è notorio che cotesta Corte non spende più di duecento mila zecchini, ed è anche notorio che un milione di zecchini basta a mantenere lautamente quaranta mila uomini.