[265]. Archivio storico, vol. V. p. 17.

[266]. Egli scriveva nelle Osservazioni letterarie, tom. IV, art. 2º: — Chi vien di nuovo a comparire sulla scena, par che non creda d’essersi segnalato e distinto abbastanza, quando con qualche tratto diretto o indiretto non ha fatto prova d’attaccarmi e di farmi dispiacere... Ecco ciò che guadagna in Italia chi sacrifica la sua vita e le sue facoltà a coltivar le lettere ed a promoverle, benchè senz’altro immaginabile fine che del diletto proprio e del bene altrui».

[267]. Tali il Giulini per Milano, il Frisi per Monza, il Rossi per la Chiesa aquilejese, Dal Borgo per Pisa, il Tiraboschi per Modena, pei principi estensi e pei frati Umiliati; il Paciaudi per gli Stati parmensi, il Bandini per Firenze, per Verona Giambattista Biancolini sonatore e mercante; per Trento il padre Bonelli; il Baruffaldi per Ferrara, il Pellegrini pei principi longobardi, il padre Agostino dal Pozzo pei sette Comuni; per Asti Serafino Grassi, autore dei Baci, poesie lubriche al modo del Casti, che pareggiava in bruttezza; Lucio Doglioni per Belluno sua patria. A Bassano si compilò un dizionario biografico, fondato su quello di Chaudon, con buone aggiunte.

Giuseppe Antonini per la Lucania, Saverio Roselli per Grumento, Natale Cimaglia per Venosa com’anche Domenico Tata Grimaldi, Annali del regno di Napoli; Antinori, Memorie storiche delle tre provincie degli Abruzzi.

[268]. Fu il Filiasi che indicò al Tiraboschi il viaggio d’Abissinia del padre Lobo, da cui appariva che prima del 1728 i Gesuiti aveano scoperto le sorgenti del Nilo, e che Bruce non avea fatto che copiarlo. Così il Tiraboschi potè sbugiardare il milanese Luigi Bossi che aveva tacciato d’impostura i Gesuiti.

[269]. Esposte le ragioni per cui sarebbe e imparziale e informato, dice al lettore: — Intanto abbiatemi almeno questa gratitudine, che, non ostante gli spinosi negozj famigliari e le obbligazioni d’assistere all’anticamera pontifizia e all’impiego della mia carica (di cavallerizzo), mi sono privato spesse volte del riposo della notte, e altre della ricreazione del giorno per poter scrivere stentatamente e a pezzi, secondo che mi è stato permesso, la presente istoria».

[270]. Ecco il principio: — L’opera che viene alla luce ha per oggetto di comprendere le notizie del granducato non meno che quelle della casa Medici, e perciò il metodo intrapreso è sembrato il più conveniente per riunire in un sol punto di vista ciò che, essendo collocato sparsamente, avrebbe forse interrotto la serie dei fatti... E siccome il pubblico cui non è dato l’accesso dell’archivio (Mediceo) non avrebbe potuto in ogni caso fare il riscontro dei documenti, così l’autore ha creduto superfluo il ricoprire il margine di questo libro con delle inutili indicazioni d’armadj, filze e registri, ma si riserva di pubblicarli autenticamente nel caso che nasca il dubbio della verità dei medesimi».

[271]. Paolo Brazzolo padovano, adoratore d’Omero, ch’egli tradusse undici volte senza mai contentarsi dell’armonia de’ suoi versi a paragone di quei del Meonio, consigliò dapprima il Cesarotti, poi gli si inimicò quando ne vide il sacrilegio della Morte d’Ettore, alfine si scannò con un Omero a lato.

[272]. Carlo Gozzi, Memorie inutili.

[273]. Se fra quel brago è lecito cercar qualche pensiero cadutovi per caso, citeremo questa strofa: