Alla filantropia, parola d’ordine di costui e de’ Franchimuratori come dei ben pensanti, si acconciavano la scienza antica della legislazione e la nuova dell’economia. La banca istituita a Parigi dall’irlandese Law, supremo tentativo della potenza del credito, d’un guizzo fece correre fiumi d’oro, poi abusata nel principio e nei mezzi, sovvertì le fortune, e lasciò amarissimi disinganni, avea però rivelata l’importanza de’ fenomeni economici, sicchè gl’ingegni si volsero sul congegnamento della ricchezza sociale, sui modi d’abolir l’ozio, la povertà, l’oppressione, perfino la guerra. Due sistemi opposti ne nacquero: il medico Quesnay sostenne che unica fonte della ricchezza sia l’agricoltura, come la sola che può dare prodotti nuovi; e Gournay che fonte ne sia l’industria, senza la quale non han valore le produzioni naturali. Il primo ne induceva che tutte le gravezze dovessero cadere unicamente sul proprietario e sul prodotto netto, cioè quell’eccedenza di valore che resta disponibile al proprietario dopo rifattosi delle spese: l’altro mostrò il concatenarsi de’ diversi generi d’industria, domandando solo che il Governo «lasciasse fare, lasciasse passare». Ma se la ricchezza consiste nel denaro, ogni cura non deve essere rivolta a tenerlo in paese? Così faceasi, e al tempo stesso si vietava o restringeva l’asportazione di ciò che può procacciare denaro.
Adunque si osteggiavano gli Economisti coi Fisiocratici, i quali se errarono in quel loro dogma del prodotto netto, e non avvertirono la solidarietà delle varie specie di lavoro distinguendo il produttivo dall’improduttivo, piantarono però l’economia politica sulla base del diritto, le prefissero uno scopo più largo che non gl’interessi materiali, e dalla predilezione per l’agricoltura dedussero il canone della libera concorrenza.
I nostri camminarono sulle traccie degli stranieri, cercando le applicazioni più che i sistemi, proseguendo non tanto l’ideale astratto, quanto la lenta trasformazione del mondo effettivo. E per verità molti disordini restavano a designare e correggere. Le arti erano legate in corporazioni che impacciavano colle pretensioni loro, e rimovevano ogni novità per ispirito di corpo; regolamenti amministrativi gettavansi attraverso a tutte le industrie, onde prescrivere o vietar metodi, talvolta, ignorantemente, sempre con iscapito del libero incremento: molte regalie vendute a particolari, esponeano i contribuenti a tiranniche vessazioni.
Che dirò delle leggi vincolanti e dei dazj? Una balla di lana del valore di circa lire 260, per passare da Livorno a Cortona dovea toccare dieci dogane, e per quarantaquattro titoli diversi pagare lire 31 soldi 6 e mezzo[94]. In Romagna, per mantenere il buon mercato obbligavansi le comunità a comprar grani, e rivenderli a disavvantaggio qualora passassero un certo prezzo: il che le costrinse a debiti e fallimenti. Così era proibito che il grano voltasse le spalle a Roma, cioè si vendesse a paesi più distanti; onde da Perugia non potea condursi a Civita di Castello, non da Terni a Spoleto: dalla Maremma senese non potevasi estrarne che a misura e con licenza; forse principal causa dello isquallidire di quel paese. Ne’ bisogni della guerra gravati a esorbitanza, i Comuni affogavano nei debiti: appaltate le finanze a fermieri tirannici, che voleano aver a loro disposizione la sbirraglia per adempiere gli obblighi verso l’erario, e che al contrabbando faceano severamente applicare quelle pene, da cui sapeva sottrarsi il delitto o astuto o prepotente.
Qui esercitavansi i nostri statisti, ma nei più non possiamo riconoscere che copie od utopie. Il più originale fu Gianmaria Ortes (1713-90), frate veneziano, il quale, indispettito con «un popolo di studiosi, che fatto uno zibaldone d’economia, di ricchezza, di politica, di letteratura, confondevano e corrompevano le une colle altre, e in luogo d’insegnare e promuovere il possibile e il vero, insegnavano e promuovevano l’impossibile e il falso», volle esporre le sue dottrine, che reputava «migliori di tutte quelle degli altri»; ma comunicarle solo «a que’ pochi che credeva disposti a riceverle». In fatti de’ suoi libri poche copie distribuiva, e pochissimi vi prendeano interesse, massime che rinvolgeasi in formole matematiche e bujo gergo, senza gusto e discernimento nella molteplice erudizione: onde passò non solo inefficace ma ignorato, fin quando apparve nella raccolta degli Economisti italiani del 1804. Se egli non è «profondo e rivale de’ più illustri economisti stranieri», come in questa lo giudicò coll’abituale leggerezza il barone Custodi, cercò dare alla scienza un’unità, dell’occupazione facendo il principio, da cui muove a tutte le particolari analisi delle funzioni civili. Il capitale delle nazioni (a dir suo) è prefinito, talchè una non può arricchire se non ispoverendo un’altra; la quantità delle ricchezze sta a proporzione del numero degli abitanti: teoremi repugnanti all’idea del progresso, ed ai quali consuona il suo predire che l’Inghilterra stava sull’orlo del precipizio. Trattò anche della religione e del governo dei popoli, ponendo che la Chiesa rappresenta la ragion comune, il principato la forza comune, mediante la quale la ragione di tutti è difesa contro la forza di ciascuno; laonde i due ministeri di Chiesa e principato combinati costituiscono il governo. Diamogli lode di non aver incensate le opinioni correnti, e «Chi pubblica giornali deve adulare la letteratura ch’è in gran reputazione, deve adular i sovrani fin a chiamarli filosofi. La mia letteratura è diversa; coi letterati di maggior reputazione non mi trovo molto d’accordo; e finchè i sovrani governeranno i popoli colle armi, per me non saranno mai filosofi, non eccettuati il gran Federico e il gran Giuseppe: i filosofi non mantengono truppe».
Pompeo Neri fiorentino, che col Carli avea collaborato al censimento del Milanese, ne pubblicò una Relazione preziosa, e osservazioni sul prezzo legale delle monete, ove porge le regole direttrici in questa scabrosa materia; e vorrebbe le spese di monetazione cadessero sullo Stato; pratica che già il Montanari disapprovava in Bologna, e che tanto costa all’Inghilterra. Ne trattò pure Gian Francesco Pagnini volterrano, poi del giusto pregio delle cose, e proclamò la libertà di commercio: col che non s’intendeva già lo scambio fra tutte le nazioni, bensì che non vi fossero dogane tra un paese e l’altro dello stesso dominio, qual era per lui la Toscana.
Lodovico Ricci da Modena, scelto con altri da Ercole III per riformare gl’istituti pii della sua patria, discorse della povertà e del ripararvi; disapprova le elemosine, i donativi, le case di lavoro e le spezierie gratuite, gli asili per trovatelli e puerpere e i grandi spedali, le doti per le zitelle, attesochè la popolazione si mette sempre a livello dei mezzi di sussistenza, verità di cui si dà lode a Malthus; e conchiude, il Governo abbandoni ogni cura alla carità privata, s’occupino i mendichi a lavori di pubblico vantaggio, si animi il commercio, e basta.
Il conte Gian Rinaldo Carli istrioto (1720-95), esteso erudito, confutando i paradossi di Paw intorno agli Americani, mise fuori idee non ismentite dalle successive scoperte: delle monete cerca la storia da Carlo Magno in giù, con pazienti indagini sulla loro bontà, il valore, le alterazioni, le giuste proporzioni: sostenne della libertà del commercio non potersi fare una quistione isolata, ma connettersi con quella della forma di governo, e che è follia il voler solo agricoli o solo manifattori: del resto nelle materie economiche si mostra in ritardo. Maria Teresa gli affidò la presidenza al Consiglio supremo di commercio e d’economia pubblica istituito a Milano, dove ajutò la confezione del censo, e ne persuase i vantaggi al popolo.
Zaccaria Belli veronese (1732-87), flagellato dal Baretti per un suo poema sul baco da seta, oltre molte dissertazioni storiche scrisse della coltivazione dell’amerino selvatico (cerasus sylvestris); delle leggi universali intorno all’agricoltura; della moltiplicazione de’ bovi nel Veronese; propose l’asciugamento di quelle valli che ancor l’aspettano; promosse strade per poter cavare abeti dalle selve lessine, la sistemazione dell’Adige, il miglioramento alle strade postali; fece altre scritture, spesso a nome dell’Accademia d’agricoltura, arti e commercio del suo paese, che nel 1770 erasi dal senato dichiarata pubblica.
L’abate Antonio Genovesi da Castiglione (1712-69) napoletano, voltosi dalle dispute teologiche alle scientifiche, alla gioventù preparò un corso di logica, scevro da ambiziosa dialettica e da sistemi d’ideologia e di metafisica, e con precetti di semplice pratica, comprensibili al popolo e di facile applicazione, sebben non veda più in là che il metodo, e si diriga più sull’arte dell’argomentare che su quella d’indurre, vacillando nell’eclettismo; esaminò le massime che regolavano il commercio nel Reame; e benchè s’appoggiasse unicamente ai Fisiocratici e alla mercantile protezione, abbracciasse tutti gli errori vulgari intorno alla potenza governativa, e arrivasse talvolta a proporre la comunanza dei beni[95], la pratica delle scienze morali lo rattenne da molti errori di quelli, e gli mostrò quanto le abitudini intellettuali e morali sieno efficienti in fatto d’economia politica. Flagellava le cattive pratiche agricole, mentre con indipendenza criticava gli autori più venerati e lodava i proscritti, moltissima gioventù traeva, ed acquistò tanto credito, che sebbene un consesso di teologi l’appuntasse di proposizioni eterodosse, la Corte non volle recargli disturbo. La novità del dettare in italiano piacque, e l’economia pubblica entrò di moda, in mezzo all’opposizione venutagli principalmente dal clero, di cui impugnò le pretensioni e cercò incagliare gli acquisti, parendogli che «il più de’ contadini lavorasse per ingrassare le budella dei frati», e che, andando a precipizio i beni nelle mani di costoro, ben tosto anche i baroni sarebbero loro schiavi della gleba.