Di Celestino Galiani da Foggia, Eustachio Manfredi diceva che «le matematiche, nelle quali era sommo, erano la più tenue delle sue cognizioni». Chiesto da molti paesi a professore, nella Sapienza di Roma dettò storia ecclesiastica, fu arcivescovo di Taranto, primo cappellano del re, prefetto degli studj, consigliere intimo, e molto adoperato nelle contese colla santa Sede; ma non volle mai stampar nulla, nè ambì onori o fortune.

Educò egli il nipote Ferdinando (1681-1753), che messosi poi del tutto coi filosofi d’allora, secondo le idee di Locke dissertò sulle monete, sull’utilità del lusso, sul libero interesse del denaro.

L’affluenza di forestieri a Napoli e il denaro mandatovi di Spagna v’aveano prodotto abbondanza di numerario, e in conseguenza carezza delle derrate; del che il pubblico e il Governo spaventati, proponeano i soliti assurdi rimedj o di prefigger il prezzo, o d’alterare le monete, o d’introdurne una di conto. Questo Galiani, ancora di trentun anno, stette per la libertà; ma se desidera il momento che la popolazione sia cresciuta a segno da non aver grano da portar fuori, vuole che intanto la si promuova coll’impedirlo. Su ciò scrisse in francese dialoghi, il cui brio adescò il bel mondo: Voltaire li trovava «dilettevoli quanto i migliori romanzi, istruttivi quanto i migliori libri serj»: i Parigini ne smaniarono, e «la sentimentale (scrive Grimm) dimentica l’amante, la devota il confessore, la civettuola chiude la porta agli adoratori, per trovarsi testa testa col grazioso abate; il patriarca di Ferney sospende gli apostolici suoi lavori per bearsi in questa lettura». Nella gran città dimorava il Galiani come segretario d’ambasciata, legatissimo cogli Enciclopedisti e colle loro amiche; egli abate e satollo di benefizj, sbertava la religione e il pudore[96]; e colle inesauribili originalità si buscò fama, carezze e dispiaceri. Indovinava che gli Economisti miravano a sovvertire gli ordini del regno; onde rispondendo al Morellet, da cui gli venne il più serio ripicchio, diceva: — Vi capisco benissimo: ma per ridurvi a silenzio basterà ch’io vi fissi lo sguardo tra ciglio e ciglio». Scettico e burlevole sempre, allorchè tratta del diritto de’ neutri si appoggia a due canoni morali ch’egli crede verità, lampanti niente meno degli assiomi geometrici; gli uomini hanno il dovere di apprestare agli altri quel che serva agli agi ed ai bisogni della vita, qualora il possano senza danno o con profitto; e non solo di non far male agli altri, ma di rimuover le cause del nuocersi tra loro qualvolta il possano senza proprio danno. Ma sempre alle verità mescolava paradossi, e di paradosso dà spesso l’aria anche alla verità, atteso il voler continuamente sfavillare di spirito, e mirare all’effetto.

A Napoli fu consigliere della magistratura suprema del commercio, assessore delle finanze; fra altri impieghi, ebbe l’incarico di sovrintendere alla ricostruzione del porto di Baja, aprendo il mar Morto, e mettendo in comunicazione i laghi Averno e Lucrino, in modo che, oltre un magnifico porto, si risanassero l’aria e le paludi che deturpano le un tempo deliziose spiaggie di Miseno e di Cuma: opera rimasta soltanto desiderio. Commentò Orazio in modo bizzarro, e sulla sola autorità e i fatti di quello formò un trattato dei gusti naturali e delle abitudini dell’uomo; volle mostrare che il dialetto napoletano sia stato la lingua primitiva d’Italia; coltivò molto l’antiquaria e la storia naturale; ma il più del tempo consumava in un carteggio estesissimo con quanti avea begli ingegni l’Europa d’allora.

Del resto, non che partecipasse alle benevole illusioni de’ suoi compatrioti, dai cenacoli dei filosofi di Francia contraeva il disprezzo degli uomini e d’ogni entusiasmo, e l’affettare insensibilità; sostiene la tratta dei Negri; beffasi della gloria quando non frutti oro; sollecita pensioni, onori, agiatezze, banchetti, godimenti. Negli ultimi suoi giorni edificò, devotamente ricevendo i conforti d’una religione, che potè il suo sepolcro ornare colle insegne vescovili, da lui non valutate se non pei benefizj che godeva.

Filippo Briganti da Gallipoli, nell’Esame analitico del sistema legale e del sistema civile, s’accapiglia con Mably, Rousseau e quest’altri predicatori della povertà; e sostiene che l’uomo al pari che la società tendono a perfezione, e che a ciò avviano l’attività, le sussistenze, l’istruzione. Giuseppe Palmieri di Lecce, il quale scrisse anche sull’arte della guerra[97], come magistrato fece togliere i pedaggi e alcuni monopolj e il dazio sull’asportazione del zafferano; e stando alla pratica senza divagare in utopie, suggerì di far il catasto delle terre, di redimere dai nobili le regalìe e il diritto di giudicare; combattè il pregiudizio che il commercio snobiliti; essere empie le tasse del testatico e del sale; guerra a morte contro i masnadieri, peste del regno.

Targioni Tozzetti, che mostrò poter le scienze naturali parlare un linguaggio corretto ed elegante, nel Ragionamento sull’agricoltura toscana ne indicò i difetti e i rimedj. Gabriele Pascoli perugino, nel Testamento politico, presentava concetti per un regolato commercio negli Stati della Chiesa e la navigazione del Po. Del senese Bandini (-1775) vollero alcuni far un precursore de’ Fisiocratici; ma realmente non istabilì nè seguitò teorie, bensì diede buoni divisamenti intorno al sanare quella maremma, i quali furono adottati dal Ximenes. Egli favoriva la libertà, s’intenda sempre l’interna, togliendo le gabelle molteplici, le restrizioni, i bandi; «i prezzi delle grasce sono stabiliti dai bisogni e dal consumo; i ricchi terrieri restano poveri, colle cantine e co’ granaj ricolmi; i terreni perdono di prezzo, e mancando il credito allo Stato, viene a scemarsi il tributo fondiario; una circolazione rapidissima e continuata moltiplica in proporzione i capitali, e fa prosperare tutte le classi d’una popolazione». Ferdinando Paoletti fiorentino, ne’ Pensieri sull’agricoltura, suggeriva savj spedienti di politica pratica; poi le lezioni che ne dava a’ suoi parrocchiani pubblicò col titolo di Veri mezzi per rendere felice la società, libro letto e lodato anche fuori d’Italia.

Della carta circolante che stronizzava l’oro e l’argento, del credito pubblico che raddoppiava i capitali circolanti, e della potenza e delle illusioni di esso, della navigazione, delle colonie, non ebbero ad occuparsi i nostri, bensì degli emporj franchi, dell’estimo, de’ monti di pietà ed altri istituti di beneficenza, delle monete, delle zecche; amministratori in generale più che filosofi; e miravano anche a qualche artifizio d’esposizione, benchè nessuno facciasi leggere volentieri quanto i francesi. Nei più si riconosce una giovinezza inesperta e piena di fede, la quale avrebbe voluto abbracciar insieme e la realtà e l’ideale; chiedeano la libertà, ma solo nell’interno, coll’abolire privilegi, corporazioni, brevetti, ma osteggiando i forestieri, e gravandone di dazj le merci, impedendo l’asportazione delle materie prime, e al par degli storici mostrando d’essersi educati unicamente sui libri, non a fronte della realtà. E quei libri erano i francesi; e il non trovarsi mescolati nelle cose pubbliche e colla moltitudine, e da questa non intesi o non curati, li ratteneva dal sublimarsi fino a sentir la possanza del popolo; ma riguardandolo unicamente come oggetto della carità o delle superiori premure, volgeansi ai principi, aspettando da loro e a loro chiedendo i miglioramenti, riponendo il liberalismo nel ridurre in mano di essi l’autorità, sparpagliata fra i corpi e fra i magistrati municipali, volendo sempre governi operosi, intromettentisi, decretanti, come oculati tutori di nazione pupilla, anzichè limitarli all’uffizio di assicurar a ciascuno il libero esercizio della propria autorità.

Il conte Pietro Verri da Milano (1728-97), educato insulsamente dai maestri, frivolmente dalla società, ove la nobiltà, la bellezza, lo spirito faceanlo sfavillare, militò breve tempo nel reggimento Clerici, poi stabilitosi in patria intese tutta la vita a dire e ad incoraggiare chi dicea verità di tal fatta. Con alquanti giovani pari suoi compilò il Caffè, serie d’articoli che diffondessero massime di buon senso, con poca connessione e coerenza, ma colla franchezza che convince più della verità. In questo e in certi almanacchi ghiribizzosi bersagliò l’infingardaggine arrogante d’alcuni nobili, la supina ignoranza di altri, e proponeasi di «domare la pedanteria de’ parolaj, la scurrilità degli spauracchi dell’infima letteratura, quel continuo ed inquieto pensiero delle minute cose, che tanto ha operato sul carattere, sulla letteratura, sulla politica italiana». La statistica, secretaria indispensabile di tutte le pubbliche amministrazioni, e precedente necessario d’ogni novità allorchè fatta con talento e sincerità, mentre è trastullo di prestidigitazione quando non cerchi che puntellar colle cifre un assunto prestabilito, applicò egli nelle Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano: e per quanto i suoi bilanci siansi trovati falsi nel principio, erronei nell’attuazione[98], egli raffaccia l’antico fiore al successivo scadimento del paese, ove «deserzione d’abitanti, oscurità d’ogni cosa, obliquità di costumi, incertezza di possessi, ignoranza, timidezza, superstizione furono le qualità impresse allo Stato dalla dominazione spagnuola»; ne indaga le cause e i rimedj; raddrizza le assurde tariffe; combatte le distinte giurisdizioni a cui competeano i varj dazj; scassina l’appalto delle regalie e le leggi vincolanti il commercio dei grani. Nelle Meditazioni sulla economia politica, se troppo difetta in quistioni oggi fondamentali, allora a mala pena enunciate, se attinge a man salva dai Fisiocratici, e mette l’importanza nel diminuire le importazioni ed accrescere l’asportazione, pure cerca l’appoggio dell’esperienza: fu dei primi a dar chiara idea della moneta, qual merce universale, e com’essa non abbia valore se non in quanto rappresenta le cose che per suo mezzo possono ottenersi, e sia vanità e null’altro il voler monete coniate da zecca nazionale: cercò ridurre la pratica a crescere il numero dei venditori e diminuire i compratori, perciò disapprovando e le grandi amministrazioni e le manifatture prepollenti, e i privilegi d’inventori: vide l’utilità che ridonda dal trasporto, e dal ridurre il prodotto a portata del consumatore; vide che non è vero i dazj stimolino l’industria; che dovunque fiorisce il commercio, minimi sono i lucri sopra le singole merci, grandi invece ove torpe l’industria: idee sconnesse però, e da cui non traeva le illazioni. Quando per condiscendenza a Rousseau lodavansi il selvaggio e l’uomo isolato, egli osserva che un fil d’erba mietuto non val nulla, mentre ammucchiato con altri produce fermento e moto fin a divampare; un grappolo d’uva pigiato è materia feciosa, mentre molti uniti formano un liquore fragrante ed esilarante; e così «l’uomo isolato è timido e inetto; unito a pochi, poco può; ma molti ristretti in piccolo spazio s’animano e perfezionano, e spandono la vita e la riproduzione[99]».

Quanta importanza attribuisse ai possessi mostrò allorchè esortava a domandare una costituzione, stabilita sulla sicurezza delle proprietà, da ciò deducendo ingegnosamente le pubbliche garanzie non secondo le idee di Locke e di Montesquieu d’arrestare il potere mediante il potere; nè tampoco cercava un organamento de’ varj poteri. Scrisse contro la tortura, la quale era stata difesa da suo padre Gabriello, uomo di tanta erudizione legale e storica, di quanta mostrossi deficiente il figlio in una Storia di Milano, digiuna di critica, incompiuta nei fatti, che, al modo d’allora, sono assunti per provare delle tesi, abbandonando le vitali particolarità per divagare in generalità, dimenticando che un fatto solo istruisce più di cento raziocinj; e dall’incidentale racconto traendo l’occasione a dottrine usuali e retorica declamazione, sempre in istile scipito ed esangue, benchè subordinasse ogn’altro intento a quel di farsi leggere. Però neglesse le favolose origini della città, volse l’esame sulle istituzioni e i costumi, mostrò la prepotenza dei pochi, e come fosse fiaccata dall’unione de’ molti; seguì le vicende del clero sebben coi rancori d’allora, e i progressi e lo scadimento della libertà; e ripete ogni tratto che i presenti sono assai migliori dei tempi passati. Un volume solo pubblicò; l’altro fu alla meglio raccozzato sui suoi manoscritti; ma l’autore un’unica copia n’ebbe venduta; ed egli lamentava di vedersi così poco apprezzato, e di non aver altra speranza che quella d’essere dimenticato dai ribaldi e dagl’intriganti. «Per la fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d’informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s’accorgesse ch’io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d’intraprendere un tal lavoro, e conosceva rerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terraferma veneta, nella Romagna vi è sentimento di patria e amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, un’iscrizione pubblica, un diploma d’istoriografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare all’imitazione: ma noi viviamo languendo in umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; la Agnesi è all’ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza da lei. Nazioni che han sofferto assai, lasciansi cadere in quello scoraggiamento, nel quale si teme e il male e il bene; la tarda retribuzione è consueta in Italia, nè viene che traverso alle ire contemporanee»[100].