Molti provvedevano più direttamente al ben pubblico introducendo parziali miglioramenti, senza studio di teorie, senz’altra missione che la propria buona volontà; parlo de’ migliori, non de’ presuntuosi che il facevano per ostentazione, nè de’ fiacchi che per imitazione. Verun paese d’Italia restò diseredato de’ miglioramenti, e dicasi a lode dei nostri, realmente diretti all’utile dei più, anche quando errassero nei mezzi. Il marchese Carlo Ginori fiorentino introduce fabbriche di porcellana, macchine idrauliche per lavorar le pietre dure, piante esotiche; e sotto la sua direzione una nave con bandiera ed equipaggio toscano salpa per la prima volta da Livorno per America. Luigi Ricciomanni di Sabina fa stabilire a Montecchio la prima società agricola degli Stati papali; e a tacer molte opere legali ed erudite, lasciò un diario economico, un giornale d’arti e commercio, altri scritti d’agricoltura. Per Pietro Arduino botanico veronese la prima cattedra d’economia rurale in Italia fu istituita dalla repubblica veneta nell’Università di Padova (1765), il cui giardino egli provvide di tutte le piante utili, insegnandone la coltivazione e le opportune a introdursi, e largheggiando di consigli alle società agrarie, allora crescenti in quel dominio. Anton Zanoni udinese, migliorò nel Friuli le viti e i gelsi, aperse commercio operoso coll’America spagnuola, istituì in patria una società georgica e una scuola per disegnare stoffe di seta, e dettò con buone idee pratiche. Nel paese stesso il conte Fabio Asquini ravvivò l’agricoltura, tornò in onore le viti del piccolit, introdusse la patata e la robbia vegetale, conobbe gli usi della torba, usò nelle febbri l’erba sentonica (artemisia cærulescens L.), propose ripari alla devastazione dei boschi, fin d’allora deplorata. Bottari di Chioggia nel Friuli stabilì un podere modello (1782) rimpetto a Latisana, che dura tuttora, e vi estese la coltura delle rose damascene, molto usate allora per la teriaca; degli ortaggi, delle frutte, migliorò i vini, ma soprattutto studiò attorno al gelso, talchè quella provincia diventò una delle più sericole: ajutandosi coll’istruire i contadini, cangiarne le abitudini, e restò un suo buon libro sull’accoppiamento delle viti ai gelsi. Il marchese Manfrini piantò tabacco a Nona in Dalmazia; il conte Carburi naturalizzò l’indaco, lo zuccaro, il caffè a Cefalonia, dove nel 1760 il governo veneto apriva una accademia agraria-economica: di otto anni l’aveva preceduta la società de’ Georgofili in Firenze, ch’ebbe pure cattedra di agraria.
Jacopo Nani veneto, oltre il piano per la difesa delle lagune e altre scritture di guerra, diede impulso e istruzione per lo scavo dei combustibili fossili, e regole alle miniere; trattò tutte le parti dell’economia, e ne sollecitò le migliori applicazioni. Carlo Bettoni bresciano, operoso a migliorare la moralità de’ suoi paesani, e prevenire i frequenti omicidj, propose due volte cento zecchini agli autori delle migliori novelle morali, e altrettanti per chi suggerisse come risvegliare l’amore dei nostri simili nei giovanetti. Alvise Zenobio veneto coltissimo, esibì all’accademia di Padova l’ugual somma per chi «indicasse il mezzo più efficace a fiorire il veneto commercio». Vero è che la Signoria veneta vi si oppose, perchè non s’addice ad un corpo dipendente dal governo occuparsi d’oggetti di pubblica amministrazione, se non invitato da esso[101]. L’accademia di agricoltura, commercio ed arti di Verona nel 1792 domandava «se giovi o no tener le arti unite con discipline, privilegi e contribuzioni al corpo; e quali siano i vantaggi tanto generali come particolari rispettivamente al commercio, alla nazione, al pubblico erario»: la miglior risposta fu di Giambattista Vasco, stampata poi dal Veladini a Milano col titolo Delle università delle arti e mestieri, 1793, e risolve che non giova tener le arti unite in corpi, maggiori assai de’ vantaggi essendo gli sconci che ne derivano. L’accademia agraria di Conegliano nel 1789 poneva a concorso le cause, gli effetti, i rimedj della povertà quasi universale de’ contadini: e l’accademia di Udine raccomandava all’attenzione del senato veneto una Memoria del cappuccino Giambattista da San Martino sulla più utile ripartizione fra le praterie e i seminati. I Georgofili nel 1702, chiedevano se i prezzi dipendevano dalla legge o dal mercato.
Il conte Filippo Re di Reggio introduceva piante inusitate, e stese Elementi d’Agricoltura adatti alla Lombardia, applicandovi le teoriche fisiche e chimiche, e volendo mostrare che noi Italiani non avevamo bisogno d’impararla da forestieri; insegnò l’educazione delle pecore e de’ fiori; analizzò le malattie delle piante, opera a cui poco o nulla s’aggiunse di poi. Il marchese Domenico Grimaldi di Seminara studiò assai l’agricoltura viaggiando, e introdusse nel Napoletano macchine sconosciute, pomi di terra, prati artifiziali, mulini da olio: ma con ciò sbilanciatosi dovè limitarsi a scrivere, ed incaricato dal Governo di sorvegliare in Calabria la seta, introdusse i torcitoi da organzino. Paolo Balsamo siciliano fece molti trattati d’agronomia e d’economia, fra cui il Villano filosofo. Giovanni Presa di Gallipoli combatteva le cattive pratiche agricole, e introduceva nuovi metodi per preparare i tabacchi e l’olio. Aggiungiamo i Saggi d’agricoltura del parroco Landeschi (Firenze 1782), quelli del curato De Capitani lombardo.
Raimondo de Sangro principe di Sansevero (1710-71) fece e perfezionò un’infinità d’invenzioni; un nuovo sistema di fortificazione e di tattica per la fanteria; un cannone che pesava appena trenta libbre, un fucile che poteva caricarsi e a polvere e a vento, carta per le cartuccie che si polverizzava istantaneamente; una lampada inestinguibile, un panno finissimo e impermeabile, del quale vestivasi Carlo III; tappezzerie belle ed economiche; nuovi metodi di pitturare e di conservare le pitture, di colorire i marmi, d’imitar le pietre fine o di colorirle, di stampare a più tinte; una carrozza galleggiante. Lalande, Björnsthal, Nollet e altri viaggiatori non rifinano di dirne meraviglie; fu creduto mago; fu tacciato d’immorale per le figure di cui ornò la privata sua cappella, da lui stesso disegnata; fu creduto empio perchè aggregato a Franchimuratori.
Bartolomeo Intieri fiorentino (1680-1737), matematico ed abilissimo a invenzioni meccaniche, prosperò gli affari dei Corsini, dei Medici, de’ Rinuccini; a Napoli introdusse un nuovo modo di magazzini del grano e una stufa per conservarli, perfezionò il palorcio con cui gli abitanti d’Amalfi e di Vico calano le fascine e la neve dalle vette dei monti fino al mare; e il modo di stampare le polizze del lotto; cercò prosperarvi il commercio e le manifatture, e fissò trecento ducati annui per una cattedra di commercio e meccanica, a patto che l’insegnamento si facesse in italiano, il professore si eleggesse a concorso pubblico, e non mai religioso, e il primo fosse il Genovesi.
Pasquale De Pietro andò ad osservare le scuole di sordomuti in tutta Europa, e nel 1733 spedì a Parigi Tommaso Silvestri, il quale poi tolse a istruire que’ meschini a Roma, sostenuto dal cardinale De Pietro. Nel 1765 il gesuita Federico Sanvitali (1753-1829) dissertò sui metodi d’educarli. Battista Assarotti genovese oratoriano si segnalò per carità nella cura di questi infelici, e ne preparò gli odierni istitutori.
Anche la giurisprudenza s’avviava a sostituire una buona analisi all’opprimente erudizione, l’autorità logica alle arguzie scolastiche dei giuristi: ma de’ nostri la più parte si applicarono a casi o discussioni particolari, pochi alla scienza generale. Arcasio di Bisagno (1712-91), autore di stimati commenti di diritto civile, fu il primo professore dell’Università torinese, cui nel giubilarlo fosse concesso il titolo di senatore. Maurizio Richeri diede un riputatissimo corso di giurisprudenza. Giuseppe Aurelio Gennari avvocato napoletano, fra gl’impieghi fedele agli studj, nella Respublica jureconsultorum (1731) finge che i giureconsulti dopo morte vadano in un’isola del Mediterraneo, ove posero una repubblica modellata sulla romana; senatori sono i prischi che fiorirono da Papirio sino a Modestino; cavalieri quelli che fino ai dì nostri posero ingegno e coltura in quella dottrina; al popolo appartengono Accursio, Bartolo e gli altri arguti e ridicoli. La descrizione e gli accidenti di una gita ch’ei vi fa, porgongli modo di qualificare i varj. Fu opera applauditissima intrammezzata da versi, fra cui un poema in mille ottocento versi latini sopra le XII Tavole. Lasciò pure un trattato Delle viziose maniere di difendere le cause nel fôro (1744), dove accoppia la regola e lo esempio, e dà la storia della professione d’avvocato.
Monsignor Giovanni Devoti (1744-1820) vescovo d’Anagni scrisse il dialogo De notissimis in jure legibus, poi le Istituzioni di diritto canonico, adottate in molte scuole anche fuori d’Italia; materia non abbastanza ordinata, nè fusa, donde un ingombro di note: poi lo Jus canonicum universum, nel cui primo volume posa l’origine e i progressi di tale scienza; seguono le Decretali con appendici preziose. Famoso legista fu il romano Barberi, che fece il processo di Cagliostro, e più tardi una difesa dell’assassinio di Bassville, onde fu perseguitato dai Giacobini.
Il marchese Cesare Beccaria milanese (1735-93) nell’operetta Dello stile si striga da que’ precetti che non formano nè un oratore nè un poeta; ma dalla pura impulsione del sentimento cui rimaneva abbandonato, si propone richiamare lo stile alle regole dell’analisi e del ragionamento, siccome parte della metafisica, perocchè le scienze del bello, dell’utile, del buono, cioè le belle arti, la politica, la morale, considerava come del pari fondate nella natura dell’uomo e sopra il concetto della felicità, sì che i principj ne sono identici, ma più o meno estesi. Bel lampo della grande unità, cui ora le scienze s’incamminano. Solo per via delle sensazioni il piacere delle cose materiali si fa avvertire all’animo; onde la bellezza dello stile deriva immediatamente dallo esprimere le impressioni, e dal senso che eccitano nell’animo le parole che le rappresentano. Adunque lo stile maggior piacere produrrà quanto più interessanti sensazioni accessorie si addenseranno attorno alla principale, purchè l’animo sia addestrato a quel pronto e vivace risentimento, che in sè ecciti copia di variate impressioni. Tutti, a dir suo, nascono con pari capacità alle arti umane; datevi istruzione ed esercizj uguali, e si ridurranno a parlare e scrivere tutti al modo stesso. Paradosso ch’e’ deduceva da Elvezio, confondendo l’identità delle facoltà colla eguaglianza delle intelligenze; ma ch’egli accarezzava forse per togliere scusa a quelli, che dell’inettitudine propria imputano la natura matrigna.
Reputazione immortale gli venne dal libriccino Dei delitti e delle pene. La procedura criminale, di cui indicammo altrove gli svolgimenti, reggevasi sopra le ordinanze di Carlo V del 1532, e di Francesco I del 39, che statuivano il processo inquisitorio, le interrogazioni e i confronti a porte chiuse, le sentenze rendute sovra gli atti verbali. La prova doveva essere materialmente affissa al fatto, anzichè alla stima del giudice, al quale non rimaneva che a verificare le circostanze di fatto e il loro valore. S’avevano un titolo autentico, la confessione dell’accusato, due testimonianze, gravissimi indizj? bastava che il giudice li avverasse e proferisse la sentenza. Erano meno evidenti gl’indizj, un solo il testimonio, stragiudiziale la confessione? ne nasceva la prova semipiena, non bastevole a motivare la condanna, bensì a chiedere il compimento della prova mediante la tortura, o ad infliggere una pena minore. Di qui gli sforzi de’ giudici per ottenere la confessione degli accusati mediante la sottigliezza delle interrogazioni o il raffinamento de’ tormenti. Perocchè il delitto non deve rimanere mai impunito; e affinchè ciò non avvenga, deve la legge interpretarsi nel senso più lato[102].