I commentatori delle leggi romane tendevano a diffondere la interpretazione logica piuttosto che la letterale nel determinare i casi e le condizioni d’applicare le pene; e Farinacio e Menochio, per dire solo de’ nostri, ammettevano che, qualora i termini degli editti fossero oscuri o insufficienti, i giudici potessero senza scrupolo supplirvi; ne’ casi non previsti, applicassero la pena che più fosse analoga al fatto incriminato. L’articolo 105 dell’ordinanza di Carlo V permetteva di pronunziare pene anche fuori de’ casi da essa preveduti; e Bodino spingeva tale concessione fino alla pena di morte.
La sapienza romana non aveva imposto castighi diversi agli umili e agli ottimati?[103] Tutti i giuristi ammisero tal distinzione: e la gogna, la galera, la forca, le pene infamanti non toccavano ai nobili[104] ed anche nell’altre dovevano averne il minimo. Oltre che franchigie di cortigiani, di nobili, di preti intralciavano la giustizia; le preture feudali costituivano giudice e parte lo stesso padrone, o quando meno, rendevano ragione sotto l’influenza di lui che le stipendiava.
Innocenti e rei, sospetti e convinti, cittadini e proscritti trovavansi messi a livello entro orribili prigioni. Venezia aveva decretato qualche miglioramento, ma rimasero infami i pozzi e i piombi suoi. A Roma erasi tentato introdurre il sistema penitenziario (Cap. CLX, in fine); ma non ottenne applicazione nè durata. La Chiesa aveva rimediato con pie fraternite, cui uffizio era visitare i carcerati, sollecitarne i processi, impetrare grazie: or che volevasi togliere alla Chiesa l’arroganza d’essere l’unica benefattrice, bisognava provvedere che i Governi migliorassero le carceri. Quest’intento propose all’intiera sua vita l’inglese Howard, ogni paese girando per conoscerle, confrontarle, ottenerne qualche mitigazione. Limitandoci a dire dell’Italia, pessime le trovava a Torino, nè migliori a Milano, salvo che quivi erasi introdotta una casa di correzione[105], col proposito, se non coll’atto, di migliorare i detenuti, e non di soltanto castigarli. In Toscana se ne preparavano di migliori che non i soliti fondi di torre d’Orbetello e dell’Elba. Lucca, in mancanza di proprie, mandava i condannati nelle carceri di Venezia e di Genova, nelle quali ultime stavano opportunamente distinti i debitori e le donne. Quelle di Roma avevano almeno buona apparenza: quelle di Napoli rigurgitavano di detenuti, mancanti d’aria e di lavoro: quelle delle fortezze austriache, disse Howard a Giuseppe II, esser peggio della forca.
Fra le pene erano i lavori pubblici, fosse nelle fortezze, fosse a spazzar le città, trascinando le sonanti catene in mezzo al lusso e ai passeggi; il remare sulle galere, al qual uopo ogni anno la Lombardia consegnava molti rei a Venezia; le battiture ad arbitrio, il marchio, la scopatura, la morte[106] esacerbata da squisiti tormenti. Nel diutile dei notari per l’anno 1775 sussiste ancora la tariffa delle competenze del carnefice per l’esecuzione di sentenze fuori di Milano, dove gli sono assegnate lire centoventisei per dare morte colla forca o ruota o decapitazione; ottantaquattro per fustigazione, berlina, taglio della mano; venticinque di più qualora il condannato deva esser tratto a coda di cavallo; altro per la ruota, la colonna, le scale, le gabbie in cui esporre una o più teste, l’assa su cui distendere il condannato per tirarlo, i sacchetti da cavallo in cui riporre la testa o teste.
I giuristi avevano scritto contro qualche modo di procedura, ottenutene anche modificazioni; Montesquieu non pone altra restrizione al potere penale della società, se non lo spirito di dolcezza e di equità, benchè mostri l’assurdità delle giuridiche forme, come già avevano fatto lo Spee ed altri oppugnatori de’ processi delle streghe; Servan, avvocato generale al parlamento di Grenoble, occupossi d’applicare alle leggi criminali i miglioramenti indicati da Montesquieu; ma nessuno aveva impugnato l’insana libertà lasciata ai giudici d’aggravare le pene, non la sproporzione e i delitti, non l’abbandonare l’imputato senza difesa, senza modi di giustificazione, senza che la società sapesse perchè le era tolto; non riguardare l’accusato come reo e nemico della società, proponendosi unico scopo l’intimidire. Leggi romane, consuetudini, statuti, precedenti di giurisprudenza, tradizioni di pratica costituivano un corpo di diritto, di cui l’applicazione, non l’esame era l’oggetto degli studj; «un’opinione di Carpzovio, un uso antico accennato da Claro, un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinacio, sono le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero reggere le vite e le fortune degli uomini»[107]. Così diceva il Beccaria, giovane di ventisette anni, discorrendone con altri giovani amici, e infervorato scriveva pagine, da cui risultò un libretto, che ad impulso di Pietro Verri, e «animato da amore di letteraria reputazione e di libertà, e da compassione per le miserie degli uomini, schiavi di tanti errori», lasciò stampare alla macchia; e che, mentre rimaneva ignoto in patria, diffondevasi fuori perchè breve, italiano, e giunto in momento opportuno.
L’opinione era preparata dai lavori de’ filantropi e degli Enciclopedisti; aggeniava tutto ciò che digradasse il passato ed avviasse all’avvenire; alcuni processi famosi, ove la innocenza era soccombuta alle forme, aveano provocato le declamazioni del bel mondo contro la giustizia criminale. E il Beccaria appunto veniva ad abbatterla dalle fondamenta, per sostituirvi il rispetto ai diritti dell’uomo; piacque il tono sentenzioso, risentito, assoluto, che enuncia in tono di legislatore senza brigarsi di provare, mette la conclusione sopprimendo le dimostrazioni: piacque la veemenza, col disordine ma coll’impeto dell’ispirazione; il non trovarvi o cumulo di citazioni od ostentazione matematica o la beffa, maniere allora usuali, bensì aria di candida persuasione. L’abate Morellet trombettiere degli Enciclopedisti poco fedelmente lo tradusse in francese, dandovi ordine migliore e una distribuzione che ne agevolava l’intelligenza, e che l’autore adottò; Voltaire commentollo; a gara gli Enciclopedisti lo levarono a cielo, colla soddisfazione che si prova nell’applaudire in altrui le idee nostre stesse. Di rimpatto Venezia si tenne particolarmente designata in quel libro, e lo suppose opera della fazione che poco prima n’avea minacciato la quiete, e lo fece confutare dal padre Angelo Fachinei, il quale in un grosso volume lo denunziò fanatico, impostore, pericoloso ai Governi, satirico ai frati, calunnioso alla Chiesa, seduttore del pubblico: altri lo avversarono come arrogante che sprezzava leggi ammirate da secoli, e ch’egli voleva abbattere senza conoscerle[108]: coloro che l’intera vita aveano consumato nello studiar le pratiche avviluppatissime, o compassionavano o vituperavano questo giovincello che di punto in bianco mettevasi a saperne più di loro: astiosi gli uni, entusiasti gli altri, nessuno ben ponderandolo, come avviene de’ libri di occasione e che sono l’espressione della coscienza pubblica.
Nel fatto egli non era novatore, ma stipava in poche pagine ciò che in moltissimi opuscoli e volumi si leggeva sparso; autoravasi colle idee filantropiche del tempo, e col tono declamatorio che Rousseau avea messo di moda. Ma invece d’avvilupparsi in quel labirinto di leggi, ove egli avrebbe scapitato a fronte di consumati giurisperiti; d’intaccare qualche uso particolare, dove cozzerebbe colle abilità de’ pratici, assalisce il sistema in generale per abbatterlo, e vedere qual legislazione razionale potrebbe surrogarsi, fondata non più sulla pubblica vendetta, ma sui sentimenti di giustizia e umanità. Non dunque discussioni che portano discussioni, non tesi di diritto, ma un’esposizione chiara davanti al senso comune, e come questo richiede, breve, interessante. Realmente conosce poco di leggi, meno di storia, giusta il vezzo del secolo che delle cognizioni positive non tenea conto e meno delle tradizioni, surrogandovi il raziocinio; non architettò il suo libro artisticamente; non ne chiedea lode letteraria, ma di scuotere col sentimento, colla declamazione, coll’apoftegma; «fortunato se potrò ispirare quel dolce fremito, con cui le anime sensibili rispondono a chi sostiene gl’interessi dell’umanità». Trovatosi uomo grande senza saperlo, volle attribuirne merito ai Francesi ed agli Enciclopedisti.
Perocchè avendogli il Morellet mandato la sua traduzione colle cortesie che si costumano in tali evenienze, egli rispose una lettera, di cui qualche frase ripeteremo, come prezioso testimonio de’ tempi e dell’uomo:
— La graziosa lettera che vi siete compiaciuto dirigermi, ha destato in me i sentimenti della più profonda stima, della maggior gratitudine e della più tenera amicizia; nè saprei con parole esprimervi quanto mi tengo onorato di vedere l’opera mia tradotta nella lingua d’una nazione che è maestra e dispensatrice di lumi a tutta Europa. Io debbo tutto ai libri francesi; essi hanno risvegliato nell’animo mio i sentimenti d’umanità, ch’erano stati soffocati da otto anni d’educazione fanatica.... V’assicuro che nella sesta edizione seguirò intieramente o quasi intieramente l’ordine della vostra traduzione, che pone in miglior luce le verità che ho cercato esporre. Quanto alle oscurità che vi trovaste, io udii il fragore delle catene che la superstizione va squassando, e le grida del fanatismo che soffocano i gemiti della verità; e la vista di questo spettacolo spaventevole m’ha indotto a velare talvolta di nubi la luce. Ho voluto difendere la verità, senza farmi martire di essa....
«D’Alembert, Diderot, Elvezio, Buffon, Hume, nomi che nessuno ode senza sentirsi commuovere; le vostre immortali opere sono mia lettura continua ed oggetto delle mie occupazioni nel giorno, delle mie meditazioni nel silenzio della notte! Pieno delle verità che voi insegnate, come mai avrei potuto ardere incenso all’errore adorato, ed avvilirmi fino a mentire alla posterità? Trovomi ricompensato più che non speravo, nel ricevere segni di stima di cotesti celebri personaggi che sono miei maestri.