Ecco dunque il legame più sacro ridotto a un’accomandíta[118]; ecco la dipendenza confusa colla schiavitù, l’autorità colla tirannia; ecco smentito il genere umano che tra le garanzie d’ordine pubblico ha posto l’avere famiglia. Egli trova strano il beneficare i suoi prima degli altri, dicendo che «l’amor del bene in famiglia, idolo vano, insegna a restringere le beneficenze a piccol numero», quasi che idolo vano non possa dirsi anche l’amar il bene della società in cui si nasce, vale a dire la patria. Ma lo spirito nazionale per noi è lo spirito di famiglia ingrandito, e la costituzione politica deve farsene appoggio contro la mobilità dello spirito individuale. Distrutta la famiglia, la repubblica cadrà nel despotismo. Chi ne la salverà? «un dittatore dispotico, che abbia il coraggio di Silla, e tanto genio per edificare quanto egli per distruggere». E così infatti dovrà intervenire. Ma il Beccaria procede più innanzi, e con Rousseau va sino a chiamare la proprietà «diritto terribile e forse non necessario» (§ 22), egli il quale pure avea difesa «la sacra proprietà dei beni» (§ 32) e detto che «scopo dell’unione degli uomini in società era godere la sicurezza della persona e de’ beni».
Tali sfuggite sono viepiù strane in lui, che molto s’occupò d’economia pubblica. In gravissimo disordine era caduta la moneta nello Stato di Milano, collo sparire alcune specie, affluirne altre, colpa dell’autorità che avea voluto intrigarsene con tariffe, dove valutavansi le monete forestiere meno esattamente che non sapesse farlo l’interesse privato. La causa non saltava così agli occhi ai contemporanei; e invece di qualche provvedimento amministrativo, se ne fece un’indagine scientifica, appoggiandosi i più ai concetti di Locke, il cui libro Sulla moneta e sugli interessi era stato tradotto nel 1751. Il Beccaria, come il Neri, sostenne il valore intrinseco del denaro dover equivalere al legale, nè computarsi la lega e la monetazione; chiari gli errori di calcolo incorsi nella tariffa, propose un magistrato che vegliasse alle successive variazioni di corso, e proponesse i mutamenti che bisognassero.
La sua fama era volata lontano, e Caterina di Russia lo invitò a sè; ma il ministero austriaco trovò indecoroso il lasciarlo partire, e per lui istituì una cattedra di economia pubblica. Per quella il Beccaria compose lezioni sull’agricoltura e le manifatture, che poi furono raccolte dalle sue bozze non forbite; eppure sono opera più originale che non quella Dei delitti e delle pene. Oggetto dell’economia pubblica pone la ricchezza, la quale consiste nell’abbondare delle cose necessarie, delle comode, delle aggradevoli; sicchè riguarda l’agricoltura, le manifatture, il commercio, le finanze, la polizia, sotto tal nome abbracciando l’educazione, la sicurezza, il buon ordine. Omettendo le ciancie e le digressioni, prese a fondamento la massima quantità di lavoro utile, cioè che somministra la maggior quantità di prodotto contrattabile. Sopra questa teorica, che prevenne quella dei valori permutabili di Smith, proclamò la divisione del lavoro prima di questo, ma come fenomeno, non come causa principale dei progressi; determinò i criterj di regolare il prezzo dei lavori; analizzò le vere funzioni dei capitali produttivi e le vicende della popolazione; volle moderata la libertà nella contrattazione de’ grani; e cogli Economisti proclamò la sterilità delle manifatture e la dottrina del prodotto netto.
Pochissimo confidava ne’ suoi concittadini, molti dei quali in fatti mormorarono contro di lui; ma il governatore, dico il governatore austriaco, lo tolse in protezione, lo pose nel magistrato politico camerale e a capo dell’istruzione, e ne chiese i consigli, fra’ quali furono quello d’una moneta conforme in tutta Italia e di misure divise per decimi, e desunte dal sistema mondiale. Colla buona indole poi acquistava credito alle dottrine che professava; scrisse contro il lotto, e sebbene chiamatovi dalla sua carica, non assistette mai alle estrazioni: eppure placido e fin timido, non credea doversi sagrificare la pace all’amore della verità; e appena il mondo l’ebbe conosciuto, egli si tacque.
Giovanni Lampredi fiorentino (-1793), oltre indagare debolmente la filosofia degli antichi Etruschi e confutare Rousseau e Samuele Coccejo, stampò Juris publici universalis, sive juris naturæ et gentium theoremata (1776), testo in molte Università, ove coordina le migliori opere anteriori, s’emancipa dai principj del diritto romano divenuti disopportuni, e sostiene che alle leggi positive precede sempre una immortale: vorrebbe le leggi diminuissero in proporzione dei progressi della civiltà, poichè il bene non si fa che spontaneo, e una legislazione complicata può divenire tirannica anche negli Stati liberi. Il diritto delle genti deduce da quel di natura, e annunzia non darsi verun legittimo impero se non sopra chi vi acconsente; e quando un principe cede qualche suo Stato, i cittadini di questo non essere tenuti a obbedire al nuovo padrone. Intorno alle relazioni fra i popoli neutri in tempo di guerra, stette per l’opinione più liberale confutando Galiani. Fu tacciato di ligio perchè sostenitore della maggioranza de’ vescovi contro il Ricci.
Domenico Azuni pubblicò (1827) un Dizionario universale ragionato della giurisprudenza mercantile, ben diverso da quello del Savary, giacchè tira a mostrare i principj della ragion commerciale, e risolverne le controversie: invece di trarre i Principj del diritto marittimo dell’Europa dai puri fatti, rimonta alla ragione universale. Poi in francese trattò sull’origine della bussola, una storia della Sardegna ed altri lavori di legge o di erudizione. Seppe spogliarsi del gergo legulejo e non isfrantumare la materia, per modo che ciascun articolo riesce un trattato compiuto. Egli erasi valso a man salva d’una storia del diritto marittimo, che il napoletano Jorio avea premessa a un codice mercantile, di cui gli avea dato incarico il re delle Sicilie: l’Azuni la spogliò delle formole e citazioni e la rese leggibile; e divenne egli stesso la fonte a cui largamente attinse il Pardessus.
Mario Pagano della Lucania fece un esame della legislazione romana, e Saggi politici de’ principj, progressi e decadenza della società, sulle idee di Vico, ma svisate dalle leggerezze francesi e dall’innesto del sensismo corrente, e nell’andamento del civile consorzio non serenasi nel progresso, ma vede sempre la decadenza. Perì martire della Rivoluzione, e con lui Domenico Cirillo medico, che commentò e crebbe la botanica di Linneo, il quale gli si professa obbligato della conoscenza di molti insetti; trattò delle prigioni e degli ospedali, declamando contro gli abusi di que’ ricettacoli dell’umana miseria.
Vigilio Barbacovi trentino (1738-1825), come cancelliere sostenne contro il magistrato civile le pretensioni di quel principe vescovo, il quale, ad istanza di Giuseppe II, gli commise di fare in due mesi un codice giudiziario, che inchiudeva buone riforme, ma incontrò tante opposizioni fra ragionevoli e pregiudicate, che non si potè attuare. Nè i popoli mostrarono gradire il Barbacovi, e infine il padrone lo congedò; e quando, scoppiata la Rivoluzione, il Trentino divenne provincia austriaca, il Barbacovi non ebbe più che a fare apologie sue e brigare lodi, le quali non gli manterranno quel primato che a lui pareva di meritare. Sarebbe però ingiustizia il negargli merito in alcune quistioni particolari, come sulla decisione delle cause dubbie, e sul giuramento nei giudizj civili.
Il suo compatrioto Carlantonio de’ Pilati di Tassulo (-1802), dettò leggi in patria, poi volle scorrere l’Europa studiando i Governi; dappertutto ben accolto, da Leopoldo chiesto più volte a Vienna; e scrisse i proprj viaggi nelle Lettere di un filosofo e l’Osservatore francese in Amsterdam. Nel libro Intorno alla legge naturale e civile enumerò con acume e verità i principali difetti delle istituzioni romane, domandando sieno abolite come nocevoli alla giustizia, peste della moderna società. Nell’altro Dei mezzi di riformare i più cattivi costumi e le più perniciose leggi d’Italia, invelenito in successive edizioni, se prima contentavasi di domandare a Clemente XIII parziali rimedj e l’abolizione della mendicità, in fine si scagliò furibondo contro i papi, i preti, i frati, con idee ancor più protestanti che giansenistiche; e insomma vorrebbe che i principi traessero ogni azione a sè, istituissero collegi dai quali toglier poi le cariche dello Stato; «donde nascerà che col tempo la miglior parte della nobiltà e delle altre più agiate persone dello Stato verranno tutte ad avere delle cose quelle idee che al principe piacerà di far loro istillare per mezzo de’ professori; avrà il clero e la miglior parte del popolo secolare dalla parte sua; la maniera di pensare delle più riguardevoli classi de’ suoi sudditi sarà conforme alla sua, ed il resto del popolo si lascerà pian piano vincere anch’esso» (pag. 209).
Così in nome della libertà saldavasi la tirannia, e doveano scorrere sessant’anni di durissime prove prima che il più alto magistrato d’una gran nazione pronunziasse: — Il maggior pericolo de’ tempi moderni viene dalla falsa opinione che un Governo possa tutto, e sia essenza d’ogni sistema di soddisfare a tutte le esigenze, rimediare a tutti i mali»[119].