Invece di arrestarsi su qualche punto particolare come i precedenti, Gaetano Filangieri di Napoli (1732-87) disegnò una Scienza della legislazione abbracciante l’economia politica, il diritto criminale, l’educazione, le proprietà, la famiglia, la religione. Noi professiamo che il diritto è un lato dell’intera vita d’un popolo, il quale inseparabilmente si connette cogli altri lati e colle diverse manifestazioni dell’attività di quello; laonde non origina dalla riflessione e dalla scelta, bensì da un senso intimo e fisso, dalla coscienza (per usare la parola di Hegel e Schleiermacher) di un elemento necessario, manifestantesi nella pratica; e perciò nazionale e variabile, non universale e immanente. I legislatori non sono che l’organo di questa coscienza nazionale, e danno perfezionamento alle sue produzioni, forma precisa a’ suoi sviluppi. I prammatici invece fanno tutte le norme e istituzioni giuridiche nascere dalla riflessione e dal tendere a uno scopo: i promulgatori del diritto naturale lo fondano s’un principio astratto, non connesso cogli altri elementi della vita d’un popolo, e tale che, come razionalmente necessario, si applichi a tutti i tempi, cioè non sia capace di progresso.
Montesquieu nelle speciose sue superficialità non credette le leggi avessero una bontà assoluta, bensì relativa ai tempi e ai luoghi, essenziale condizione d’una buona legge ponendo il corrispondere ai bisogni del paese per cui è fatta; e cercava la giustificazione, il motivo di quelle che più sembrano scostarsi dall’ideale: Filangieri, al preciso contrario, ammette leggi buone per tutti i tempi e i luoghi. Montesquieu osserva le ragioni di ciò che si fece: il nostro addita ciò che doveasi fare, supponendo sempre all’individuo un senso più retto del comune, e attribuendo a quello il regolare le leggi a norma della ragione. Sono i filosofi che fanno le leggi, ad essi spetta ora cancellare il passato, distruggere quelle lasciateci dagli Irochesi dell’Europa. «L’autorità può tutto quanto vuole; per mezzo di una tenue ricompensa accordata con qualche splendida dimostrazione, essa fa nascere i genj e crea i filosofi; essa forma le legioni intere dei Cesari, dei Scipioni, dei Regoli, col comprimere la sola molla dell’onore» (ii. 16). Eppure egli era concittadino di Vico: ma col costituire una legislazione universale mostrava di mal intendere il progredire e svolgersi dell’umanità, che altri ordini e leggi richiede nella sua maturità. Che se voleva prefiggere questi generali canoni di legislazione, avrebbe dovuto in prima analizzare le norme della perfettibilità umana, e forse allora sarebbegli apparso la vanità di precetti astratti, che vorrebbero rendere immobile un’arte, la quale non vale se non in quanto si piega alle modificantisi relazioni sociali.
Il governo inglese tutto storico, il quale conserva tanti abusi perchè proteggono tante libertà, pareagli dover essere riformato secondo le idee speculative correnti; e pur mostrando capirne anche le difficili particolarità e lodando l’istituzione de’ giurati, in generale lo crede peggiore del potere assoluto, disapprova l’autorità conservata alla corona, e la Camera alta, e la felice attitudine di modificare le leggi. Venerando i filosofi d’allora, di cui non solo riprodusse molti raziocinj, ma pagine intere tradusse, ne adottò la favola del patto sociale: nel diritto penale non ha novità, ma va pedissequo al Beccaria senza i suoi ritegni; poichè, come Benthain e Feuerbach, disse i castighi essere legittimi perchè necessarj a custodire i diritti e l’interesse dei più, e secondo questi doversi misurare. Più si badò sulla procedura, con calore svelando gli abusi che del resto al suo tempo già erano crollati o scossi. Felicemente indicate le somiglianze fra l’istruzione giudiziaria inglese e la romana, invoca il processo pubblico e contraddittorio, vitupera il segreto e le orride prigioni, eppure impugna il sistema dell’accusa per mezzo del ministero pubblico, e la vorrebbe libera a qualunque cittadino.
Nelle leggi della ricchezza segue nel bene e nel male gli Economisti; ma poichè allora l’esperienza avea tolto credito al sistema mercantile, egli propende alla piena libertà, disapprova le dogane come infausta eredità de’ Romani; deplora le nazioni costrette a ricevere le pacifiche merci quali un nemico, o farne seme di corruzioni e frodi: quindi al modo de’ Fisiocratici graverebbe tutta l’imposta sopra le terre; eppure conchiude al colbertismo, alle bilancie, con que’ vacillamenti che troppo sono consueti ai nostri economisti. Se deperirono l’agricoltura, l’industria, la popolazione, ne incolpa l’intromettersi del Governo: eppure secondo l’andazzo, concentra tutte le funzioni sociali in mano del principe, volendone continua l’ingerenza; ad esso chiede la riforma del popolo, modellando le moltitudini sul tipo de’ filosofi, e affidando le sorti del genere umano all’individuo. Attribuendo suprema importanza all’educazione, ne delinea una pubblica, ove i giovani, sottratti alla domestica affezione, sono dall’autorità foggiati come le aggrada. Poco poi Robespierre proclamava la stessa dottrina fra mucchi di cadaveri[120], cioè l’immolazione dell’indipendenza personale e della famiglia sull’altare di quel panteismo politico che Rousseau avea predicato volendo «trasportare il me nell’unità comune».
Il Filangieri, giovane, benevolo, persuaso che basti enunciare la verità per farla adottare, non calcola le difficoltà, e perciò non limita le speranze. Il prolisso sermoneggiare, la teatrale improvvisazione erano vizj del tempo; e come Hutchison, Smith, Buffon, Raynal, Rousseau, credette l’eloquenza convenisse alle scienze, viepiù qui per iscuotere la letargia dell’egoismo. Pure di sotto a quel fasto non trapela l’orgoglio personale, come dagli Enciclopedisti; e il Filangieri mostrasi verace amatore dell’umanità, di cui deplora i mali, cerca coscienziosamente i rimedj; e a quest’espansione di benevolenza è dovuta l’efficacia che esercita sui lettori, e ch’io vorrei provata da tutti i giovani di venti anni, a costo di sorbirne alcune idee incompiute od eccessive.
Ed egli allora aveva trent’anni, e a trentasei morì, prima d’aver conosciuto, nel ministero delle finanze a cui era chiamato, le difficoltà pratiche e l’impossibilità di rinnovellare di colpo un popolo; prima d’avere, nell’imminente rivoluzione, veduto dileguarsi le utopie dinanzi alle severe lezioni della sventura; prima d’aver potuto espandere le sue agitatrici verità ne’ parlamenti della sua patria, e d’esserne forse la vittima.
E appunto questi ardimenti, anzichè anticipassero le verità che i tempi maturarono, nasceano dal non avere que’ nostri partecipato agli affari, sicchè non valutavano gli ostacoli che alle massime speculative e astratte sono poste dai fatti e dalla necessità; e la mancanza di libertà legali spingeali in quel vago ed esagerato, che non potrebbe essere corretto se non dalla sperienza; come le allucinazioni di chi visse al bujo, si guariscono non col ricacciarvelo, bensì col dargli piena luce.
Insomma i nostri che volevano lode di pensatori, seguivano più o meno servilmente le idee degli Enciclopedisti. Anzi l’Enciclopedia venne tradotta in italiano a Lucca, e perchè le anime timorate non se ne sgomentassero, si prese il compenso di mettervi delle note; e l’arcivescovo Manso aveva assunto di così correggere gli articoli di scienze sacre; come chi credesse potere impunemente dare a bere la stricnina unendovi dello zucchero; e ben presto egli desistette da un uffizio, ove reale era il pericolo, ipocrito il rimedio.
Deplorando i guasti di quell’opera, l’abate Zorzi veneziano ideò un’Enciclopedia italiana che vi facesse opposizione; piantando un albero del sapere, differente da quello di D’Alembert, e mandandolo fuori per programma con due articoli di capitale importanza sulla libertà e sul peccato originale: ma poco dopo moriva di trentadue anni e con lui il suo divisamento[121].
Per resistere alla piena richiedeasi coraggio, dovendo attendersi insulti ed epigrammi dai despoti dell’opinione, pronti invece ad inneggiare chi andava colla corrente. Non ne mancarono alcuni de’ nostri, ed oltre i teologi, e massime il Concina e il Finetti, avversarj risoluti del gius naturale acattolico, fra’ veneziani Antonio Gandini scrisse Le verità di teologia naturale e le verità cattoliche; il conte Giovan De Cattaneo nella Uranide confutava atei e machiavellisti, Voltaire e Montesquieu[122]; Troilo Malipiero dettò quattro Notti in versi contro Rousseau; encomiate e tradotte furono le opere di Antonio Valsecchi veronese dei Fondamenti della religione e fonti dell’empietà, La religione vincitrice, La verità della Chiesa cattolica romana.