I filosofi teorici seguitavano l’empirismo inglese e il cinismo francese; e come continuazione di Locke, Condillac presto invase le cattedre, e tutta la filosofia si ridusse ad analisi delle idee, ad una miserabile esilità, che genera presunzione d’essere filosofo a chi nè tampoco dai limitari salutò questa scienza. Antonio Genovesi proclamò la libertà del raziocinare, quando ancora le scuole partivansi fra Aristotele e Cartesio; le più volte si limita al senso comune, e doversi filosofare sulle idee che possono aversi, non sottilizzare sull’indovinello; caratteri del vero essere la chiarezza e l’evidenza; dalle dimostrazioni stabilite non doversi dipartire per rispondere ad opposizioni difficili; e confessava di non sapere ciò che non sanno tutti. Egli divulgò Locke; poi il padre Soave volgarizzò il Saggio sull’intelletto (1775) di questo ch’e’ chiama «e il primo e il più grande fra’ metafisici»; e dietro ad esso parlò della formazione della società e del linguaggio, e stese un corso di filosofia dove la virtù è definita «l’abito di fare azioni buone non comandate, o superiori al dovere», onde non sarebbe virtù la giustizia, non l’essere buon re, non il salvare la patria. Paolo Doria cartesiano combattè Locke perchè non intese le idee innate, e suppose certi i principj come in geometria così nella metafisica; e dopo avere questa esclusa senza ragione, ammise poi la sostanza infinita, e per lei la cognizione di Dio. Scarella, negli Elementi di logica, ontologia, psicologia e teologia naturale pel seminario di Brescia (1792), propose una novità del sillogismo particolare, conciliando i principj della contraddizione e della ragion sufficiente, combattè lo scetticismo non meno che gli Scolastici, e ripose il principio della certezza in quel predicato che chiaramente vedesi esistere o no nel soggetto.

Il padre Ermenegildo Pino milanese, geologo, architetto, idraulico, nella Protologia professa rivelata la parola, e batte le meschinità condillachiane; ma rimase inefficace perchè scrisse in latino, e confuso per ricerca d’eleganza. Cesare Baldinotti (De recta mentis institutione. De metaphysica generali), in latino elegante lucidamente espose i sistemi filosofici, con rapidi e sicuri giudizj su’ suoi predecessori[123]: che se, come i suoi contemporanei, mostra disprezzo per gli Scolastici e non vede che futilità nella quistione degli universali, ben valuta Cartesio ed anche Kant, del quale fa una buona confutazione, mostrando come tolga quella certezza, per cercare la quale inventò il suo sistema.

Jacopo Stellini somasco (-1770), figlio d’un sartore di Cividale, geometra, poeta, teologo, chimico, fisico, indaga il nesso di tutte le scienze; stabilisce la filosofia sui sensi e sulla ragione o sulla intera natura umana; il bene dipendere dall’equilibrio delle umane facoltà. Nel trattato sull’Origine e i progressi de’ costumi assegna tre epoche della natura umana: nella prima i sensi dominano sull’animo, quando gl’istinti han prevalenza, onde nessuna onestà o giustizia; nella seconda alla giustizia si mescono lussuria, vanità, ambizione; viene poi la terza del mutuo commercio fra l’anima e il corpo, quando appajono la vera virtù, i precetti morali, le leggi. Svolgeva dunque le idee del Vico in senso contrario, giacchè questo cercava la morale delle nazioni mediante quella dell’individuo; Stellini fece la storia de’ costumi degl’individui mediante la morale delle nazioni; Vico additò le origini della civiltà negli asili aperti intorno agli altari; Stellini prese qual principio di nazione qualunque ricovero dove la madre tra i figliuoli sapesse a paterna carità commuovere i maschi vagabondi[124].

Appiano Buonafede (-1793) con varietà e cognizioni scrisse Delle conquiste celebri esaminate col diritto naturale delle genti, impugnando la ragion delle spade; la Storia critica e filosofica del suicidio e principalmente la Storia ed indole d’ogni filosofia, dove giudica autori e sistemi con lealtà e indipendenza, imitando ma troppo disugualmente lo stile irrisorio di Voltaire. Bersagliato dal Baretti, rispose con pari villania e maggior lepore. Nella Restaurazione della filosofia ne’ secoli XVI, XVII, XVIII esamina le differenti scuole, men negli autori stessi che ne’ loro critici, lavorando di seconda mano, ma con estesa lettura. A quel «giorno ampio e perpetuo, di cui dicono che noi ora creature privilegiate e luminose godiamo» non pare credere troppo: ma insinua la necessità d’esaminare il passato; chè, «quando ancora non incontrassimo sempre quella luce continua che gli amici dell’età nostra raccontano, avremo almeno, in luogo di un sogno allegro, questa vera luce di più, la quale potrà insegnarci a tentar nuovi scoprimenti e a non essere tanto superbi nella mediocrità». Crede che, se i Cinquecentisti «in luogo di tanti sonetti e canzoni e prosette atticissime, e latinissime, e ricchissime di tutto fuorchè d’anima e di vita, si fossero rivolti alle regie strade della solida verità, avrebbero eguagliati e fors’anche vinti i progressi delle seguenti età». Combatte gagliardo le dottrine machiavelliche e irreligiose, e cotesti legislatori della natura, e moralisti della materia organizzata, che facevano ricalcitrare il mondo contro i missionarj del vero; e li paragona a nembi, vulcani, precipizj, mentre sta fermo l’eterno assioma che «senza l’ordine del cielo non ci fu e non ci sarà mai ordine in terra»; sicchè finiva rallegrandosi che «questo sia il fondamento della evangelica e cattolica repubblica nostra», e guardando con pietà «i vagabondi smarriti per le selve del caso e per li deserti del nulla».

Con ben altro vigore il savoiardo Sigismondo Gerdil (-1793), nell’Introduzione allo studio della religione, in italiano alquanto prolisso, assume che i più grand’uomini fiorirono senza la vantata libertà del pensare; francheggia la scuola italica di Pitagora contro gli empirici; contro Locke l’immortalità dell’anima e delle idee secondo Malebranche; contro Raynal la religione e la sana economia; le pratiche dell’educazione contro Rousseau, il quale lo diceva l’unico de’ suoi contraddittori che meritasse di essere letto intero: tratta del duello contro i pregiudizj comuni; contro i pregiudizj filosofici discorre della libertà e dell’eguaglianza; contro Hobbes confuta la materialità della sostanza pesante: mostra quanto ingiustamente Giuliano sia detto da Voltaire modello dei re, e da Montesquieu il più degno di governare uomini. Benedetto XIV, usatolo a molti lavori, lo compensò colla porpora chiamandolo notus orbi, vix notus urbi; e sarebbe potuto salire al trono pontifizio, se l’Austria non l’escludeva.

CAPITOLO CLXVII. I principi novatori. Giuseppe II. Pietro Leopoldo. I Giansenisti. Pio VI.

I Governi, fidando nei trattati coi forti, trascuravano il dissenso dei deboli, congedavano i soldati, lasciavano sfasciarsi le fortezze, e secondavano l’andazzo dell’innovare, purchè avvenisse per opera loro. Nessuno ammetteva i filosofi più che in qualche magistratura consultiva; pure fecero proprie le costoro proposte, e ne permisero quella scarsa diffusione che allora ottenevano i libri, negozio aristocratico. Regolare le imposte in modo che gravassero il meno e rendessero il più; prosperare l’agricoltura; por termine alle lucrose angherie degli appaltatori; mozzare la giurisdizione del clero e dei feudatarj, e questi e quello sottomettere alle gravezze comuni; ridurre più pronta e più retta la giustizia, più sicuro l’innocente, più educato il vulgo, erano intenti dei Comuni; ma nessuno toccava alle basi del potere, e a togliere il popolo dalla nullità di rappresentanza e dalla incuria delle pubbliche cose.

Gli economisti e filosofi di Francia avevano messe in corso le simpatiche parole di filantropia, diritti del popolo, libertà, eguaglianza; re e principi le adottarono, professando volere applicarle, e per ciò abbisognare di poteri illimitati, e che il popolo si rimettesse tutto in loro: coi decreti si ottiene tutto, e i re non devono avere ostacoli a fare decreti: tale era la scienza governativa.

Che temere dai filosofi non vedevano i principi, primo perchè anche in Francia, donde veniva l’intonazione, non che essere ostili ai troni, tendevano a rinforzarli per abbattere gli abusi feudali e le ingerenze ecclesiastiche; poi perchè non uscivano dal tono benevolo, e i miglioramenti suggerivano, non pretendevano, e dirigevansi a sostituire l’azione governativa alla privata, gli impiegati regj a’ liberi amministratori. Principi e popoli sembravano darsi la mano pel progresso: ma il progresso i principi non l’intendevano che come emancipazione della propria autorità e accentramento dei poteri; e data una seria lezione alla Chiesa coll’obbligarla a sopprimere i Gesuiti, non vedevano più barriere, davanti a cui arretrare. Giungono poi momenti ove i governanti, sentendo il nembo avvicinarsi e sperando non che moderarlo farsene ajuto al salire, ne secondano il soffio, e dansi aria di marciare trionfalmente là dove sono contro voglia trascinati; mentre i popoli che se ne accorgono, ne deducono maggiori pretendenze.

Il Piemonte fu per avventura il primo a ricredersi, e le quistioni dibattute con Roma accomodò, ottenendo il titolo di vicario perpetuo sui quattro feudi disputati, mediante l’offerire a Roma un calice d’oro ogni anno; e in un concordato si abolirono o almeno restrinsero gli asili, giacchè i delinquenti (per confessione del papa) negli atrj e sui sagrati delle chiese erigevano capanni, dove ricoverarsi con armi e male donne. Gli altri principi invece rinforzavano di emanciparsi da Roma. La Signoria veneta, sempre franca nelle cose ecclesiastiche, tenne il clero in soggezione del principe; l’Inquisizione frenò, ma ne faceva vece il magistrato pubblico de’ Savj sopra l’eresia; il quale, per un esempio, condannò alle galere Giuseppe Beccarelli di Brescia, specie di quietista. I papi che con ogni loro possa sostenevano Venezia nelle guerre col Turco, se ne disgustarono a cagione del patriarca d’Aquileja.