Avanzo d’una gran potenza decaduta, stendeva esso la giurisdizione sul Friuli veneziano e sull’austriaco; sicchè erasi preso accordo che l’eleggerebbe una volta la serenissima e l’altra l’arciduca: ma la nomina si faceva sempre toccare a Venezia col procurare che ciascun patriarca eleggesse un coadjutore coll’aspettativa. Maria Teresa, tanto gelosa dei proprj diritti, volle rivendicare questo; e natane disputa (1751), fu rimessa in Benedetto XIV, il quale proferì si dividesse quella sede nell’arcivescovato di Gorizia e nel vescovato di Udine. Venezia chiamandosene lesa, invitò il nunzio a ritirarsi e minacciò Ancona; nè interposto di principi valse, fintanto che, succeduto il Rezzonico veneziano, la cosa fu messa in tacere. Restava però il rancore, onde la Repubblica gettossi anch’essa ai provvedimenti di moda, col sottomettere all’Ordinario tutti i frati, determinarne il massimo numero per ciascun convento, abolendo quelli che non bastassero a dodici, regolatane la disciplina, vietate le relazioni con capi forestieri. Da una indagine risultò che annualmente per rendita di benefizj ecclesiastici, andavano fuori Stato ducensessantamila franchi l’anno; per pensioni ecclesiastiche, settantadue in settantottomila: ventotto bolle d’istituzione canonica per sedi patriarcali e vescovili in dieci anni costarono cinque milioni, non contando le spese di viaggi a Roma; le bolle di badie e priorati, franchi cinquantamila in dieci anni; centodieci bolle per pensione accordate, franchi settantottomila ottocento; ducenventicinque bolle per chiese parrocchiali, franchi centrentamila; cenventisette per canonicati, franchi ottantamila; per quarantacinque collazioni di benefizj semplici, franchi dodicimila seicento: nel 1768 arrivarono da Roma mille centrenta rescritti, indulgenze, privilegi di altari, dispense per ordinazioni, diplomi di conti, ecc., dell’importare di franchi quarantaquattromila cinquecento: inoltre cinquecentottantanove dispense di matrimonj, valenti circa un milione.
La Signoria proibì di mandare denari a Roma; restrinse le facoltà di lasciare alle manimorte; impose i beni ecclesiastici, senza licenza di Roma; escluse la bolla In cœna Domini; tolse al papa la collazione dei canonicati e benefizj in cura d’anime: nessuno si vestisse chierico prima di ventun anno, nè si professasse prima dei venticinque; niuna bolla valesse se non autorata dalla Signoria, nè veruna dispensa se non data dal patriarca. Clemente, credendone pregiudicate le ragioni della Chiesa, ammonì il senato colla mansuetudine che i tempi imponevano; ma esso rispose con alterigia, ed avocò a sè le cause ecclesiastiche.
Carlo III quando regnava a Napoli, volendo trarre a lustro e ricchezza del regno anche le esorbitanti rendite degli ecclesiastici, ordì con Roma un concordato. Ma poi, seguendo i consigli del ministro Tanucci, abolì le decime ecclesiastiche, vietò nuovi acquisti alle manimorte e il ricorrere a Roma, restrinse la giurisdizione ecclesiastica, e il numero dei preti a dieci, poi a cinque ogni mille anime; le bolle nuove o antiche non valessero senza il regio beneplacito; il matrimonio s’avesse quale contratto civile, e le dispense si dessero dai vescovi, che venivano rinforzati in faccia a Roma, indeboliti in faccia al re; assegnò una pensione «al figlio del più grande, più utile allo Stato, e più ingiustamente perseguitato uomo che il Regno abbia prodotto in questo secolo», cioè il Giannone; poi cominciò a cavillare le bolle e i brevi di Roma e impacciarne la pubblicazione; le tolse lo spoglio de’ vescovi e il frutto in sede vacante, varie retribuzioni alla cancelleria romana, e la nomina de’ cento vescovadi di Sicilia; dove fu abolita l’Inquisizione e costituito un vescovo pei Greci uniti, senza farne motto al papa; sminuiti da sedicimila a duemila ottocento i frati mendicanti; infine levato il tribunale della Nunziatura.
Guardandosi la Sicilia come antico feudo della santa Sede, ogni vigilia di san Pietro da un connestabile venivano presentati al pontefice una chinea e seimila ducati. Antico o no che fosse questo rito, espressa convenzione n’era corsa fra Sisto IV e Ferdinando d’Aragona nel 1479: nel principio del secolo avevano gareggiato a fare quell’offerta sì Filippo di Borbone che Carlo d’Austria. Il quale poi, anche cessata la rivalità, nel 1722 invocò dal papa l’investitura del regno, e «per fini forse più alti e prudenti che a noi cotanto umili e bassi non lice indagare»[125], gli prestò giuramento ligio, gli offrì la chinea e pagò il solito censo. Carlo III ricevendo la investitura nel 1739, solennemente vi si obbligò: ma poi espresse che rendeva quell’omaggio ai santi Apostoli; indi nell’88 il suo successore non invia la chinea, soltanto offrendo settemila ducati alla tomba dei santi Apostoli. Allora il papa a lamentarsi del fallito canone feudale; centinaja di libercoli nell’un senso e nell’altro con passione, e malafede avvilupparono la quistione, osservandola come speciale fra il regnante di Napoli e quel di Roma, senza avvisare il punto supremo posto dietro a questa accidentale, e diciamolo pure, frivola apparenza[126].
Parma, Piacenza, Guastalla, coi principati di Sabbioneta e Bozzolo, nella pace d’Aquisgrana eransi assegnate a don Filippo infante di Spagna e a’ suoi discendenti; il quale ne pigliò possesso il 7 marzo 1749. Sua moglie Maria Luigia Elisabetta, avvezza alle suntuosità di Luigi XV di cui era figlia prediletta, ne ispirò il gusto al marito, sicchè non bastando le entrate del piccolo paese, si caricò di debiti: e Ferdinando re di Spagna, che per molte ragioni lo disapprovava, negò soccorrerlo, finchè per interposto di Luigi XV gli diede di che spegnere i debiti e una pensione di ducenventicinquemila franchi; e gli pose a fianco un buon amministratore, qual era Guglielmo Dutillot di Bajona, che ebbe il titolo di ministro dell’azienda.
Da Filippo nacquero due figlie, una che sposò Carlo IV di Spagna, l’altra Giuseppe II d’Austria; e il maschio Ferdinando, al quale fu dato per ajo il filosofo francese abate Condillac, che per lui stese il Corso di studj in sedici volumi, come Millot di lui fratello il primo Corso di storia universale, e Mably i Discorsi sullo studio della storia: ma pare gli sopraccaricassero la memoria in luogo d’assodarne il giudizio; onde una dama predisse: — Ne faranno un uomo a dieci anni, un fanciullo a venti»; e quel ch’è più, secondo le astrattezze filosofiche, volevano formarne uno spirito forte, fin colla violenza imponendogli una devozione ch’egli spingeva alla santocchieria[127].
Ferdinando, succeduto di quattordici anni (1765), lasciò far ogni cosa al Dutillot, che allora ebbe il marchesato di Felino, fruttante da sette in ottomila lire di Parma. Economo con magnificenza, fermo con dolcezza, disinteressato, sapeva entrare nelle infime minuzie, come d’un patrimonio privato; eppure non perdea di vista l’unità dell’amministrazione, e potè far bastare le scarse rendite, non che ai bisogni, allo splendore del ducato. Tolta l’istruzione ai Gesuiti, si riordinò l’Università, nella quale insegnarono il piemontese Paciaudi, il Valdrighi, l’ebraizzante De Rossi, Silvani, il padre Venini, i fisici Lesueur e Jacquier, il Contini veneziano, l’ex frate Amoretti d’Oneglia, il poeta Angelo Mazza, Pujol, il Capretta, il Botta, Uberto Giordani. Intanto Parma si abbelliva dei poeti Bondi, Mazza, Manara: Adeodato Turchi, lodato per eloquenza rimbombante, fu maestro de’ principini[128], posto invidiatogli perchè era di oscura nascita, poi fu assunto vescovo di Parma. Quivi il Bodoni di Saluzzo, emulando gli sforzi dello spagnuolo Ibarra, degl’inglesi Baskerville e Bulmer, del francese Didot, fondeva bei caratteri, e compiva eleganti edizioni, troppo per verità sagrificando al lusso tipografico; il frate Fourcaud radunava un gabinetto di antichità e di storia naturale; Delaire scriveva nella gazzetta letteraria, dove avendo sparlato della nostra letteratura, levò contro di sè il vespajo. Dapprima il Frugoni, poi il conte Rezzonico di Como furono poeti di Corte e segretarj all’Accademia di belle arti: al quale ultimo il duca diede incombenza di scrivergli i viaggi che faceva per l’Europa, e venticinque anni sel tenne carissimo, poi ad un tratto lo privò della grazia e di tutte le dignità e le pensioni «per motivi riservati alla sovrana sua cognizione».
È naturale che quel duca fosse lodatissimo dai contemporanei, e ricevesse innumerevoli dediche di opere, sebbene presto cessasse da tal protezione. E per verità quella fu l’età dell’oro di Parma, abbondante di denaro, visitata da forestieri, colta di dottrine. Il conte Jacopo Antonio Sanvitale (1690-1780), amico dei migliori ingegni, apriva spesso teatro nella propria casa, l’onorarono i regnanti, e i poeti gli profusero lodi che la posterità non confermò. Gaspare Cerati oratoriano (1690-1769), che a Roma si fece conoscere per uno de’ migliori eruditi, da Gian Gastone fu chiamato provveditore dell’Università di Pisa; viaggiò tutta Europa, e fu aggregato a molte accademie, e non meno di seicento lettere all’anno riceveva, piene di lodi sue e di particolarità che le renderebbero preziose, s’egli non avesse creduto di distruggerne o restituirne gran parte; perocchè fra’ suoi corrispondenti figurano i migliori personaggi da Voltaire, Montesquieu, Maupertuis, Federico II, fino al Cóncina e al Patuzzi, a non dir quelle direttegli dal Ganganelli, che sono della fucina del Caracciolo. Non sagrificò ai pregiudizj irreligiosi, e sincero e tollerante otteneva la stima sì dei Giansenisti che degli Enciclopedisti: ma di tanti viaggi, di tante cognizioni nulla lasciò scritto, amava tornar ai campi, e innestar alberi[129]; pur rispondendo ai tanti che chiedeangli pareri sopra materie variatissime.
Dutillot sapeva accontentare e Francia e Spagna, e pensava a fondere col Parmigiano lo Stato di Modena. Quivi si viveva alla cheta come nel resto d’Italia, senza nè oppressura de’ principi, nè aspirazioni de’ popoli. In tempo della fiera di Reggio l’appaltatore s’avvisa di dare uno spettacolo buffo invece dell’opera grande; i cittadini rumoreggiano, minacciano; il governatore trae fuori le truppe, ma queste si lasciano disarmare dai cittadini, i quali rimangono alcun tempo padroni della città, finchè il Governo si rassegna a dar soddisfazione.
Il duca Francesco III (1737-90), magnifico, legislatore, il più gran principe di Modena, fe bella la città; grandi edifizj dappertutto: raddrizzò le vie, coprì le cloache, condusse la strada a congiungersi con quella di Toscana, ampliò l’Università fabbricandone il palazzo e dandole buone regole, ridusse tutte le opere pie in una sola amministrazione, finchè si vide ch’era male, promulgò il Codice (1771) uniforme in tutto il ducato, ma spese troppo e ne venne il fallimento. Lo accusano che pensasse a tesoreggiare con traffici e monopolj, non per avarizia, ma perchè aveva osservato che i signorotti d’Italia, nei conflitti tra Francia ed Austria, erano sempre stati costretti a fuggire e vivere mendicando. Di tale avidità non pativano i popoli, anzi moltissimi viveano delle cariche di Corte e dei numerosi servigi: essendo Reggio carica di debiti fin al cinque e mezzo per cento, esso le fece un prestito al quattro e mezzo, col quale si redense degli altri. Tenea per amica una Marini milanese, che provveduta di trecento zecchini all’anno, non intrigava e viveva abbastanza rispettata.