Il duca aveva un solo figlio Ercole Rinaldo, che sposò Maria Teresa erede di Alderano II Cibo, il quale possedeva il ducato di Massa e Carrara feudo imperiale[130]. Nell’unica figlia Beatrice colavano dunque le eredità dei Malaspini, dei Cibo, dei Pico della Mirandola, dei Pio da Carpi e Correggio, degli Estensi di Modena; sicchè ambitissima n’era la mano. Il Dutillot fece opera d’ottenerla al duca di Parma, col che avrebbe costituito un grosso Stato nella media Italia; ma tanto bastò per attirargli l’animadversione dell’Austria, la quale riuscì a sposarla all’arciduca Ferdinando, promettendo a Francesco III di costituirlo governatore di Milano, ch’egli ben preferiva alla piccola Modena. Trasferitosi in fatto alla capitale dell’Insubria, senza curarsi degli affari nè dell’opinione, viveva da signore a Varese, dove sposò privatamente una contessa Simonetta; intanto che nel Modenese la partenza della Corte lasciò in miseria i tanti servidori[131].
Maria Teresa d’Austria fece sposare al duca di Parma (1769) la figlia Maria Amalia. Bella, operosa, risoluta, costei al par delle sue sorelle regine di Napoli e di Francia padroneggiò lo sposo più giovane di lei, il quale, da devotissimo che era, si scapestrò e circondossi di compagnacci e di vulgari amiche, siccome permettevagli l’abolito cerimoniale; e perchè Dutillot avventurava qualche osservazione sul derivatone scompiglio delle finanze, gli prese addosso pessima volontà[132].
La duchessa, insofferente de’ convenevoli spagnuoli che impacciavano i suoi piaceri, aveva negato ai ministri di Spagna e Francia certe distinzioni consuete. Carlo III se ne lagnò severamente; Luigi XV biasimò il duca e la moglie d’una condotta che faceagli torto in faccia a tutta Europa, e gl’impose, in tono di avo, di ripristinare il cerimoniale, escludere que’ libertini, e per quattro anni affidarsi in tutto al Dutillot, cui lodava senza riserva, e nelle cui mani si pagherebbero d’allora innanzi le pensioni di Francia e Spagna affinchè ne disponesse al pubblico vantaggio. Ferdinando, benchè fremente, soscrisse l’obbligo di stare ai consigli del Dutillot, nè far dispensa, giustizia, grazia, se non secondo la prudenza e lo zelo di questo; oltre che per sopravegliarlo si mandò il signore di Boisgelin da Francia, da Spagna il signor di Ravilla. Detto fatto, alle allegrie della Corte sottentrano malumori e intrighi; gl’infanti non poteano rassegnarsi a quell’umiliazione, e tanto tempestarono, che Spagna e Francia, dopo lungo resistere, furono costrette a dismettere il Dutillot (1771) pur colmandolo di lodi. Appena congedato, egli si vide assalito dalla plebe; ritirossi a Colorno, poi a Madrid presso Carlo III, infine morì a Parigi il 1774. A Parma gli fu surrogato il signor di Llano: ma Amalia si gettò malata per non vederlo, e invece dei grandi non riceveva più che subalterni e fin servidori, mentre il marito tornava a chiassosi piaceri. Il re di Spagna ricorse a Maria Teresa, perchè «ponesse fine alla condotta violenta e sconsiderata di sua figlia»; e Giuseppe II la minacciò perfino d’un monastero. Ella, non che cedere, trasse seco il marito a Colorno per iscostarlo dal Llano; onde Maria Teresa, uscitine vani altri compensi, interruppe ogni corrispondenza con costei «che vitupera la sua famiglia per amore d’un dominio dove non produce che confusione e ruina, e mentre vuol far sentire la sua grandezza, s’avvilisce con servidorame e scuderie»: altrettanto usarono i re di Spagna e di Francia quando al nuovo ministro fu tolto il portafoglio. Allora il duca dovette chiedere scusa a Carlo III, e richiamar Llano (1774), il quale però bersagliato continuamente dall’odio degli infanti, chiese lo scambio, e fu sostituito dal conte di Sacco, quello appunto al quale egli aveva raccomandato di non affidarsi.
Prima che venissero le sue infauste giornate, il Dutillot, conforme di idee a Pombal ed Aranda, e sostenuto dai teologi Contini e Turchi, avea tratto il suo duca a cozzo colla Corte romana, siccome abbiam veduto (pag. 202): più non poteva egli sostenersi dacchè con questa venivasi a riconciliazione: e alla disgrazia sua seguì quella de’ suoi amici; allontanati dalla Corte l’Amoretti, il Venini, il Soave, il Paciaudi, il Contini.
Maria Teresa imperatrice lasciò un nome popolarmente caro agli Austriaci, e non meno ai Lombardi: ma un alto concetto della sua famiglia facea riguardasse come delitto qualunque resistenza, come usurpamento qualunque attenuazione; Federico II chiamava sempre «quel tristo, quel mal arnese»; le sommosse punì con atrocità; eppure tutta affetto pel popolo, parlava il dialetto, e i Viennesi ricordano tuttora le volte ch’ella stessa, affacciandosi al palco del teatro, annunziava, — La moglie di Leopoldo ha fatto un maschio».
In quarant’anni di regno essa aveva adoperato a svecchiare la monarchia austriaca, cercando bensì accentrare l’autorità, ma non volendo abbattere i privilegi de’ varj dominj e i corpi municipali o paesani, che sono l’ultima salvaguardia de’ vinti; e assistita dal principe di Kaunitz, conobbe i miglioramenti che il secolo chiedeva, ma senza precipitarvisi. Al marito non lasciò alcun’autorità; pochissima al figlio Giuseppe, che fece coronar imperatore alla morte di quello.
Sull’Italia volea dominare per mezzo di matrimonj, avendo un figlio granduca di Toscana, un altro marito della erede di Modena, una figlia regina di Napoli, una duchessa di Parma, oltre la Lombardia su cui direttamente regnava. Benchè piissima e devota al pontefice, anch’essa scemò le corporazioni religiose, e volle sopravegliare alle manimorte. La censura dei libri, che era sempre stata larghissima, tantochè alquanti professori, fuggiti dal Napoletano in Piemonte con Vittorio Amedeo, non trovandovi bastante libertà d’opinioni, vennero nel Milanese ad insegnare e a stampare i loro libri, fu tolta ai regolari per darla a laici; abolita l’Inquisizione e le carceri dei frati e gli asili; ad una giunta economale si commisero le materie miste ecclesiastiche, ad un’altra le riforme de’ luoghi pii e delle parrocchie; ordinato ai vescovi di Lombardia di sopprimere la bolla In cœna Domini.
La Lombardia aveva cessato dal decadere, appena passò dagli Austriaci spagnuoli ai tedeschi; se le invereconde guerre dinastiche al principio del secolo la gravarono d’imposte, sopraggiunsero poi quarantott’anni di pace che ristorarono i danni. Sempre più perdeasi lo spirito militare, nell’esercito non essendovi di nostri che un reggimento di dragoni acquartierato in Ungheria, poche truppe raccoglievansi coll’ingaggio, e si chiedeva che l’Austria ne tenesse qui buon numero di sue affinchè consumassero le nostre derrate, lamentandosi perchè invece di cinquantamila non ve n’avesse mai più di dodici o tredicimila, e se ne spedisse il vitto e il vestito da Germania, anzichè spender qui il denaro che qui si riscoteva, e che del resto era prefinito. La gran vicinanza de’ confini veneti, grigioni, svizzeri, modenesi, parmigiani, piemontesi, genovesi, agevolava il contrabbando e l’impunità delle masnade, che mai non cessarono d’infestar il paese. Rategno verso Modena era asilo e scuola di ladri; altrettanto Pozzuolo Formigaro nel Tortonese, Castellazzo e Castel Fe nell’Alessandrino; peggio le valli bergamasche sulla sinistra dell’Adda, e i famosi boschi della Merlata[133].
Pure migliorando il pingue terreno, diffondeasi l’agiatezza; e il cheto vivere e il ben mangiare formavano la delizia de’ grandi e de’ piccoli. I regnanti erano amati perchè mostravano il desiderio di prosperar il paese, non di smungerlo; rispettavano le convenzioni, i privilegi, i corpi, le abitudini; non offendevano il sentimento nazionale col mettere impiegati forestieri, e dell’andamento pubblico si brigavano quanto solo fosse necessario alla suprema direzione; aveano insomma l’arte di far poco, mostrarsi poco, e non togliere ai cittadini la compiacenza di faticare pel proprio paese; talchè non v’era nè abjezione nell’obbedire, nè caparbietà al resistere.
Maria Teresa, benchè mai non visitasse queste provincie, lasciò migliorarne l’amministrazione. L’onnipotenza de’ governatori, che tenevano forma di regime militare, fu temperata dacchè un ministero robusto volle da Vienna sorvegliarli (1758) mediante una congregazione speciale; meno poterono dacchè vi fu posto il duca di Modena, che per verità lasciava ogni cura al Cristiani, poi al Firmian. Infine vi venne l’arciduca Ferdinando (1771), buon tedesco fra buoni Lombardi, gaudente fra gaudenti, amico del lusso, mentre Beatrice d’Este sua moglie diffondea la letizia e la beneficenza.