Fin allora restavano privativa regia non solo il sale e il tabacco, ma i solfini, le scatole, il ghiaccio. Mentre le tasse colpivano cento volte la merce stessa, e mal ripartite erano le imposte secondo un catasto invecchiato nè più in proporzione coi presenti bisogni, a un nuovo censimento servì di base la misura dei terreni, decretata da Carlo VI, e ridotta a termine nel 1759. Per esso ciascun fondo fu tassato secondo il proprio valore e nel Comune dove realmente esiste; tolto ogni divario tra nobile e plebeo, tra pubblico e privato, cittadino e forese, laico e religioso; lo Stato riscuote le imposte nel modo più piano, sicuro e men dispendioso, tenendo unico debitore il fondo stesso. Così si potè crescere di molto l’entrata, eppur alleggerire i sudditi coll’abolire tanti sopraccarichi, e col ripartirla equamente. L’estimo venne felicemente combinato col sistema comunale, avanzo delle istituzioni repubblicane, che al governo generale ne opponeva uno locale, abbastanza indipendente nel limite di sue attribuzioni, e con una deputazione eletta ne’ convocati comunali, nei quali ha voce chiunque possiede.
La paura della fame nella pingue Lombardia suggeriva strani impacci alla circolazione de’ cereali, e cagionava indagini a’ granaj, inutili angherie, rimedj estremi, e in conseguenza carezza e fame. Nel 1770 ordinavasi ancora che in Milano si portasse tutta la parte dominicale di grano delle pievi di Agliate, Appiano, Binasco, Bollate e delle altre più ubertose; in Lodi metà del frumento, un quarto della segale; in Como tutta la porzione dominicale del frumento e della segale; non eccettuando i fittajuoli che pagano in denaro. Di peggio causava il vendersi le regalìe ad appaltatori, con sgherri, ed arbitrio di frugar le case, sicchè la quiete domestica era turbata, delatori faceansi ministri di vendette, e non si osava lasciar aperta una finestra nè giorno nè notte, perchè qualche malevolo non vi gettasse un pacco di tabacco o di sale, e poi denunziandovi vi precipitasse in ultima rovina. Un ordine pubblicato sotto il governatore Firmian teneva solidali i padri pei figliuoli, i padroni pei servi nelle pene del contrabbando.
Contro di tali abusi levarono la voce i filantropi: e in fatto il commercio delle granaglie fu svincolato; le finanze nel 1766 furono ridotte ad un appalto misto con un rappresentante regio, poi nel 71 emancipate del tutto, il che vantaggiò l’erario di centomila zecchini l’anno; si fece una tariffa uniforme per le dogane; un monte delle sete, che ai particolari togliesse la necessità di venderle a precipizio; si creò il monte di Santa Teresa per concentrare in un solo i debiti dello Stato, e una camera de’ Conti per esaminare e dar pubblicità alle entrate e spese. Della moneta fu commessa la riforma al Consiglio superiore d’economia, poi al magistrato camerale, in cui sedeano Carli, Verri, Secchi, Annibale e Cesare Beccaria; e nelle discussioni d’allora furono librate e sciolte le questioni sul corso abusivo, sulla deficienza della moneta legale assorbita dai dazj e dalle imposte, sul progressivo allontanarsene della abusiva: poi la monetazione del 1777 fu trovata un capolavoro: i talleri di Maria Teresa erano cercatissimi negli scali di Levante, e da Genova a Venezia venivano tratti con aggio generoso: in conseguenza la zecca milanese lavorava attivissima, il che è un vantaggio anche considerandola come manifattura, oltrechè ajuta il Governo nel sostenere la spesa delle macchine e degli operaj.
L’apertura del naviglio di Paderno compì l’impresa cominciata sei secoli prima, di congiungere Milano col Ticino e coll’Adda. Si propose una casa di ricovero pei poveri e di correzione pei delinquenti. Si videro a Milano numerate le case, illuminate le vie, un giardino pubblico, medici e farmacisti distribuiti a misura. All’Università di Pavia furono invitati i migliori professori, senz’abjetta esclusione dei forestieri; Scarpa, Borsieri, Rezia, Spallanzani, Tissot, Mangili, Nessi, Carminati, Frank, Brambilla faceano progredire la storia naturale e la scienza salutare; Mascheroni, buon poeta, e Gregorio Fontana onoravano le matematiche; Bertóla e Teodoro Villa davano esempj e precetti d’eloquenza e poesia; Nani e Cremani assodavano i principj di giurisprudenza criminale; Volta preparava scoperte che doveano mutar faccia alla fisica e alla chimica. A Brera fu fondata la specola nel 1766 dal gesuita raguseo Boscovich, ampliata nel 73, e apertovi un ginnasio imperiale e una biblioteca: nelle Scuole Palatine fu eretta una cattedra d’economia pubblica e d’arte notarile; più tardi, una d’idrostatica e idraulica: si ordinarono poi scuole normali, sotto l’ispezione del luganese Francesco Soave somasco, il quale, non capace a far procedere la scienza, ma a ridurla all’intelligenza comune, fece libri elementari dall’abici sino alla filosofia, e coi cremonesi Bianchi e Fromond, coll’agostiniano Amoretti d’Oneglia, coll’Allegranza, pubblicava una Scelta di opuscoli interessanti, che si possono leggere ancora. Una Società patriotica attendeva a esplorare le ricchezze del paese, diffondere l’istruzione e l’industria anche fra il popolo. Lo Stato, che nel 1749 contava novecentomila abitanti, nel 70 ne offriva un milione centrentamila, ed i vecchi nostri ricordano con compiacenza quei tempi, fors’anche pel confronto dei succeduti.
Il Governo non prendeva ombra de’ novatori. Carli fu posto presidente al Consiglio supremo di commercio e d’economia pubblica. Mentre l’offeso egoismo portava accuse contro del Verri, l’imperatrice lo nominò nella giunta per gli affari di finanza, poi in esso Consiglio d’economia. Ella assegnò una pensione a Giorgio Giulini perchè continuasse le Memorie di Milano, e una all’Argellati per la Bibliotheca scriptorum mediolanensium. Del Vallisnieri, tacciato di aver malversato il museo di Pavia a vantaggio del proprio, Firmian proclama in lettera l’innocenza. Borsieri soccombeva alle persecuzioni degli scolari e dei colleghi, e Firmian gli scrive confortandolo, ed esser lui «necessario al decoro di quell’istituto letterario»; talchè i vili, premurosi a calpestare il merito perseguitato, s’affrettano a fargli giustizia quando il vedono appoggiato dai potenti, la gioventù il vuole rettore perpetuo, e quando, chiamato medico di Corte, parte in modesta sedia, l’accompagna in lungo treno.
Così procedeano le cose in armonia in quello stadio delle riforme, che sorride agli uomini di buona volontà, e dove non si distrugge nulla, si migliora tutto; il clero veniva ridotto entro confini competenti, senza svilirlo; l’istruzione non toglievasi ai claustrali, ma vi si poneva accanto una laicale più consentanea ai tempi; le piccole società, che dopo il primo fiore pregiudicano alla grande, si limitavano o correggevano, non s’abolivano.
La riforma, quando non sia semplice rattoppo amministrativo, nè prurito di cambiare, richiede sicuro giudizio affine d’intenderne lo scopo ed avvisarne il momento; richiede ferma ragione per non isbigottire alle difficoltà, alle objezioni speciose dell’egoistico scontento, nè avventarsi a radicali mutazioni, per logica impazienza.
E alla smania di riformare si sbrigliò Giuseppe II. Nominato imperator de’ Romani (1765) alla morte di suo padre, col più sonoro titolo di cristianità era il più povero fra i principi, neppur un palmo di terra possedendo ove esercitar giurisdizione; e poichè sua madre voleva essa veder tutto, far tutto, per quindici anni egli si trovò costretto a frenare le sue voglie di guerra e d’innovazione. Intanto applaudiva i propositi degli economisti e le loro astrazioni, ascoltava ai ragionari dei filosofi e dei franchi pensatori; ne’ viaggi ostentavasi liberale, come tutti quelli che sono presso al trono; lodava, prometteva, divisava, ricevea suppliche, reclami, piani. Traverso agli aristocratici e ai cortigiani intravide il cattivo governo del suo paese, monarchia temperata piuttosto dalla debolezza centrale e dalla forza d’inerzia degli usi locali e de’ corpi, che non da spirito indipendente dei nobili o de’ borghesi; ignoranza nel popolo, ozio nei monaci, ingiusti privilegi nei nobili, avvilimento nella moltitudine; e animato dalla filantropia alla moda e da un amor di giustizia assoluto, agognava a capovolgere ogni cosa, immaginando che i decreti potessero tutto, che bastasse voler il bene per effettuarlo. Nel 1769 viaggiò in Lombardia, ove da Carlo V in poi nessun imperatore era comparso; volea parlar di tutto, di medicina negli ospedali, di teologia coi preti, di legislazione cogli avvocati, d’economia coi finanzieri; affollava domande e non aspettando le risposte, lanciava apoftegmi, di cui nessuno doveva dubitare. Sono arti che spesso fecero effetto.
Cupido d’emulare Federico II di Prussia, che allora colla spada, coll’astuzia, col pensiero acquistava il primato nella Germania, e impedito dalla madre nei mutamenti grandi, metteva ostinazione nelle bagatelle e violenza: poi quando si trovò libero di sè a quarant’anni (1780), pensò attuare a precipizio ciò che avea lungamente ruminato. Dicendo che i re hanno un particolare istinto di governare, sicchè la loro opinione val più che non i consigli de’ ministri, attese a trarsi in mano la direzione assoluta di tutte le forze della monarchia. In un dominio composto di paesi e nazioni tanto divergenti di civiltà, di lingua, d’indole, aggregate in diversi tempi, con diversi privilegi, pensò introdurre unità e accentramento, secondo le astrazioni filosofiche e l’esempio di Francia, quasi una regolarità geometrica stesse meglio che non la varietà derivata dalla storia e dai costumi, e che al Croato potessero convenire gli ordini stessi che al Lombardo. Il concetto d’un’unione morale mai non gli si affacciò, qual sarebbe stata per esempio la letteratura; ma credendo indegno di sè il lasciarsi rattenere da diversità di razza, di coltura, di costituzione civile, si accinse a rimpastare privilegi, consuetudini, nazionalità; filosoficamente sprezzando gl’interessi lesi e i sentimenti urtati, scriveva: — Il bene dei particolari è una chimera, ed io lo sagrifico al bene generale». E altrove: — Un fatto non può giudicarsi se non dallo scopo suo, nè gli effetti apprezzarsene che dalle conseguenze, le quali appajono in capo ad alcuni anni. Vedo che la logica di Roma non è quella del mio paese, e perciò sì poca armonia v’è tra l’Italia e l’impero germanico».
Abolite le giurisdizioni feudali, dettò un codice, ove tutti erano pareggiati in faccia alla legge, ma così precipitato che subito si vollero e interpretazioni e cambiamenti; con attività morbosa in tre anni buttò fuori trecensettantasei ordinanze, brigandosi delle minime particolarità del vestire e dei protocolli: ma precipitoso a decretare, irresoluto a far eseguire, per amor della giustizia voleva esercitarla personalmente e aggravar perfino le condanne; per filantropia credeva cambiar di tratto il genio dei popoli; facea dappertutto ruine, e sulle ruine piantava l’aquila; sicchè eccitò in ogni luogo lamenti, in qualche luogo seria opposizione e rivolte.