Dicemmo come si diffondessero le dottrine del falso Febronio (pag. 191), carezzate principalmente dalla Germania, sempre oculata a fare smacco all’Italia: e Giuseppe ne trasse una sospettosa ostilità contro le franchigie ecclesiastiche; onde proibì ogni relazione con Roma, nè di recarvi le cause riservate; breve o bolla non si pubblicasse senza il regio assenso; i vescovi dessero le dispense di parentela; levata dai calendarj l’uffiziatura di Gregorio VII, e da ogni luogo le bolle In cœna Domini e Unigenitus, con proibizione di disputare pro e contro le proposizioni di queste; tolleranza de’ culti acattolici; non s’impugni verun’opera stampata negli Stati austriaci, nè i predicatori entrino in controversie contro i dissidenti. Le processioni, i pellegrinaggi, le confraternite furono abolite; ma «ben lontano l’augusto monarca dall’intendere d’allontanare lo spirito de’ suoi sudditi da detti oggetti, ha anzi inteso interessarli sempre più, invitando gli individui de’ soppressi corpi e gli altri suoi sudditi a riunirsi in un solo, ch’egli ha già stabilito negli altri suoi Stati, e che vuole che anche in questi si stabilisca col nome di Confraternita della cristiana carità, onde tolta la varietà degli spiriti o degl’impegni, tutti collimino ad un medesimo fine»; e ne dava le regole, e tra il resto vi erano promotori e padri dei poveri che doveano soccorrere a domicilio; ma l’istituzione non fu mai attuata. Bensì coi beni tratti al fisco costituì un fondo di religione, parte del quale convertì a salariare i parrochi, che aumentò di numero. I capitali delle chiese e de’ luoghi pii s’impiegarono tutti sul libro pubblico; e poichè il popolo balza sempre più in là del vero, corse voce intendesse incamerare tutte le temporalità de’ benefizj, e render il clero stipendiario dello Stato, far la liturgia in vulgare, levar dalle chiese gli ornamenti e certe immagini. Il diritto di nominare i vescovi, che già egli possedea per gli altri paesi, il pretese anche per la Lombardia; elesse l’arcivescovo di Milano senza informarne nè il corpo municipale nè il papa; e avendo questo mandato lamenti, Giuseppe rinviò il breve come in termini non convenienti: sottrasse le fraterie da’ capi forestieri o residenti fuor di paese, subordinandole a provinciali proprj, dipendenti dal vescovo, nè alcun monaco viaggiasse a Roma; Certosini, Carmelitani, Olivetani, Camaldolesi, Clarisse, Cappuccini escluse, traendone al fisco i beni; appresso anche i Benedettini, Premontresi, Cistercensi, Domenicani, Paolotti, Trinitarj, Serviti, Francescani; quelli che tollerò doveano fare scuola, dispensati dal cantare in coro e da altri oneri pregiudicevoli alla sanità. I seminarj alti in Lombardia sottrasse alla direzione degli ordinarj, sostituendo a Pavia un unico portico teologico, dove pure trasferì il collegio Germanico di Roma. Che più? prefisse l’orario per tener aperte le chiese e sonar le campane; queste non si tocchino ne’ temporali[134]; non più esequie pompose, perchè la tomba uguaglia tutte le ineguaglianze; i cadaveri si sepelliscano nudi entro un sacco[135]; levinsi i doni votivi dalle chiese; non facciansi processioni se non pel Corpus Domini e le Rogazioni; non si portino statue e stendardi troppo grandi; cessino la devozione del sacro Cuore di Gesù e del cingolo di san Francesco.
Rideva Federico II di questo re sagristano, e soggiungeva che costui al desiderio d’imparare non univa la pazienza d’istruirsi, e che faceva sempre il primo passo dopo il secondo. Infatti operava coll’assolutezza di chi è convinto d’operar il bene; a un superiore di convento che gli palesava i suoi scrupoli, disse: — E voi andate dove questi ordini non ci sieno»; a un vescovo che, per conformarsi ai decreti di lui senza mancare ai proprj doveri: gli chiedeva istruzioni; rispose: — L’istruzione è che voglio esser obbedito».
Pari intenzioni e pari modi davano feconda agitazione alla Toscana. I Lorenesi, a cui i trattati la assegnarono, trovavanla foggiata a obbediente mitezza, ma esposta agli abusi d’un’amministrazione che, del resto non peggiore delle sue contemporanee, non erasi mai modificata a seconda del voto dei cittadini, nè reso conto degli atti proprj se non in secreto e al principe. Ora il secolo con nuove idee domandava nuove cose, e fu fortuna della dinastia austriaca il giungere nel buon momento di effettuarle.
L’antica repubblica, formata colla successiva aggregazione di piccoli paesi, ciascuno con privilegi e fôro particolare, avea lasciata viziosissima la giustizia civile, e leggi varianti dalla città alla campagna, da una provincia all’altra. I Fiorentini godeano vantaggi sopra la campagna e le provincie, e il Senese era considerato tuttavia come paese di conquista: le università di arti conservavano statuti e giudici proprj; sicchè in Firenze contavansi trenta tribunali oltre il magistrato supremo, il qual magistrato, investito un tempo delle attribuzioni della Signoria, erasi ridotto a tribunal civile; così al senato de’ quarantotto notabili era stata tolta ogni giurisdizione; il consiglio dei duecento capi di famiglie plebee sussistea di puro nome, traendosi invece gli affari al fisco e alla consulta. Lo statuto fiorentino, riformato il 1415, suppliva alle imperfezioni di mille cinquecento statuti parziali non mai aboliti; e raccogliendo il meglio dell’antica esperienza, reprimeva la feudalità. Le leggi granducali, savie spesso, non di rado erano gonfie e oscure nella redazione, e non abrogandosi le anteriori, portavano un inestricabile viluppo, opportunissimo ai mozzorecchi. Spesso atroci e sproporzionate le pene; e gli editti sanguinosi di Cosimo I contro i ribelli duravano in vigore, sebbene non s’applicassero. Molti impieghi passavano in eredità; le cariche, un tempo distribuite dai consessi popolari, per evitar i brogli si conferivano a sorte: ma con ciò cadendo in persone inette, bisognava porre a lor fianco chi gli ajutasse, e lo Stato pagava gli uni e gli altri.
Malgrado l’intento di togliere il feudalismo e le giurisdizioni patrimoniali, Cosimo I volle procurarsi denari e appoggi e attirar forestieri col conferire feudi; onde, tra imperiali e granducali, a mezzo questo secolo ne sussistevano quarantasette, dai quali i prepotenti signori insultavano la legge. Alla famiglia Bourbon era stato dagl’imperatori infeudato Monte Santa Maria, posto sul confine papale in alpestre situazione, e perciò opportuno a facinorosi e banditi, che i marchesi adopravano alle loro prepotenze. Il ramo che v’abitava era poverissimo; ricco assai l’altro, piantatosi in Cortona, e perciò invidiato dai primi. Dei quali Giambattista con nove fratelli di pari bizzarria, e massime Raimondo, frate apostato e libertino, si gittò alla strada, terribile a tutta la vicinanza, e provocò a guerra rotta il marchese Anton Maria di Cortona; ma i fratelli sonato a stormo, con più di cento satelliti vanno a liberarlo; nè si potè chetare lo sbigottimento delle vicine città se non mandando truppe. Allora i Bourbon ripararono sul territorio pontifizio; frà Raimondo e un fratello furono poi condannati alle galere per assassinj; gli altri, ricoveratisi in un convento francescano, ne sbucavano tratto tratto a predare. Avendo assalito il castello di Pian Castagnajo nel Senese (1754), furono respinti a forza, ma molte vite n’andarono. Pertanto la reggenza pubblicò editti e taglie spiranti ferocia; premiato chi ne assassinasse qualcuno; e si cominciò un processo, che intralciato dai privilegi, si trascinò per più anni, mancando l’effetto dell’esempio anche in quelli che furono puniti[136].
Quanto il legislativo, era complicato il sistema delle finanze; mal distinto il patrimonio pubblico dall’allodiale de’ Medici; e Cosimo III avea tentato nullameno che ridurre suo patrimonio tutti i beni stabili, urbani e rustici dello Stato, e gli acquisti fatti sia con bonificare terre, sia per confische o pene pecuniarie, successioni, imposizioni, regalìe. Il debito pubblico, che al venire de’ Medici non passava i cinque milioni di ducati, al loro finire giungeva ai quattordici; aggravio enorme sur una popolazione di appena novecentomila abitanti, e privata degli antichi proventi. Il commercio era decaduto, sì per le ragioni generali, sì per avere i primi duchi continuato a trafficare, con evidente disagio dei sudditi; ai quali pure restavano chiusi i porti d’Africa e di Levante dacchè l’Ordine di santo Stefano si considerò in guerra perpetua co’ Musulmani. Le commende di quest’ordine e di quello di Malta, le manimorte, i fidecommessi, le molteplici servitù di pascolo, di macchiatico, di legnatico, impacciavano la proprietà; e fin l’opera del prosciugar le maremme fu resa impossibile dal diritto che agli armenti spettava di pascolare nei campi sementati; anzi in alcuni luoghi era obbligo di lasciare tre annate al pascolo, una alla sementa; in altri il comunista avea diritto di far una nuova seminagione dopo la prima raccolta del proprietario. Al contadino incombeva il dovere di tener spazzate le fosse in margine alle vie, e servire colla persona o coi carri a richiesta delle comunità.
La Toscana fu peggiorata dalle dispute per la successione: inondata di Spagnuoli quando era destinata a don Carlo, inondata di Tedeschi quando i barattieri di popoli la destinarono a Francesco (1737) già duca di Lorena e marito di Maria Teresa d’Austria, il quale, pretendendo che il suo ducato valesse troppo meglio che la Toscana, chiedeva gli si aggiungessero anche i beni allodiali di Casa Medici[137]. In fatto la Elettrice morendo il chiamò suo legatario universale; ed egli si valse di quelle ingenti ricchezze a pro di Maria Teresa, per quanto a’ Fiorentini dolesse di vedere portar via tanti tesori e ornamenti della loro città.
Il Governo austriaco cominciò dall’esigere una colletta universale pel debito fatto nel mantenere le truppe spagnuole, esentandone però il clero; si proibirono i giuochi di rischio, eccettuato però il casino de’ nobili; il lotto si ridusse a regalia; date in appalto le finanze toscane per lire fiorentine 4,220,450, di queste 2,800,000 andavano al granduca per suo appanaggio, oltre che egli partecipava ai guadagni degli appaltatori. Tale somma continuò ad uscir di Stato anche dopo che il granduca, eletto imperatore, non dimorò che in Germania; allora la Toscana cessò anche d’avere diplomazia propria, confondendosi coll’austriaca.
Francesco avea cominciato a distruggere abusi e ceppi, svincolare le proprietà, trarre dai feudatarj a sè la potestà legislativa e giudiziale, la scelta delle milizie e l’altre regalie; accettò il calendario gregoriano nel 1750, abolendo l’êra pisana; riordinò l’amministrazione, coll’annuenza pontifizia fece concorrere gli ecclesiastici a spegnere il debito; tolse le linee doganali fra lo Stato vecchio e il nuovo; dappertutto introdusse economia. Assente il granduca, governava una reggenza di quasi tutti Toscani, preseduta dal Richecourt dispotico illuminato, ma tratto in discredito dalla emulazione di Carlo Ginori, ricco e destro governator di Livorno, e ravvivatore dell’industria e dell’agricoltura, il quale ottenne di succedergli. Ma l’uno ne morì di crepacuore, l’altro di gioja; e il granduca non esitò a mandargli successore quel Botta Adorno, che s’era infamato a Genova e a Brusselle. L’opinione pubblica si manifestò nelle imprecazioni lanciategli di mezzo agli applausi della sua entrata: ma quand’egli fu trasferito vicario imperiale a Pavia, la Toscana dovè continuargli la pensione di ottantaquattromila lire.
Essa fu pure obbligata a somministrare truppe per la guerra dei Sette anni; e poichè furono sconfitte, l’imperatore domandò altri mille uomini da paese sì piccolo e disavvezzo; talchè moltissimi migrarono. Dei quattromila marciati, appena trecento tornarono; onde si prese l’accordo di contribuire invece sessantamila fiorini, con cui soldare Tedeschi. Poi si dovette un donativo pel matrimonio di Giuseppe II: e perchè alcuni vescovi con sommessissime parole cercarono esimerne il loro clero, ebbero da Vienna, non volere sua maestà imperiale udir più reclami e piati su tal materia; pagassero, e tutto fosse finito. Piccolómini vescovo di Pienza, che resistette, ebbe carcere ed esiglio.