Il precipizio stesso delle riforme valse a chiarire che non ogni bene è attuabile. Col far libere le selve denudò le spalle dell’Appennino; colla mitezza delle pene attirò nel suo paese la feccia del vicinato; le classi privilegiate rimasero scontente delle innovazioni, prima che le rialzate ne capissero i vantaggi; intanto quelle ordinanze quotidiane toglievano ogni fiducia nel domani, e lo stesso Pompeo Neri, che quantunque progressivo, parve lento alla precipitazione di Leopoldo, scriveva: — La buona fede è come la moneta, che se dal sovrano viene peggiorata, esso medesimo ne risente i più pericolosi, più estesi e più diuturni effetti. Il sovrano in ogni dominio, per essenza della sovranità, è e dev’essere il più galantuomo del paese»[141].

Leopoldo invece scostumava il potere colla doppiezza; mentre decretava che di nessun’accusa si tenesse conto se non firmata, istruiva i tribunali di ricevere le delazioni cieche; mentre per legge proibiva i processi economici e camerali, gli autorizzava in secreto; imponeva che un compenso si desse agli accusati scoperti innocenti, ma non fu fatto mai[142]. Il presidente del buon governo era esecrato, eppure non temuto; al bargello e a’ suoi birri fu contrapposto un ispettorato di polizia, ma l’uno intralciava l’altro. Curiosissimo de’ fatti altrui, Leopoldo qualche anno spese fin settantatremila scudi in spie, avvezzando i Toscani alle soppiatterie, alle piccole frodi, alle perfidie dissimulate; e l’ispettore Chelotti, fomentando bassamente quel basso prurito di delazioni, potè sull’animo del granduca più che qualsifosse ministro, e ne abusava a segno che Firenze si ammutinò (1780) e i granatieri voleano trucidare i birri. Il granduca chetò non senza molto sangue, e punì massimamente i soldati, col che diroccò quel poco che restava d’ordinamenti militari, poi abolì la guarnigione, affidando la difesa e la tranquillità a compagnie civiche. Tagliava così i nervi del Governo: e noi veneriamo i riformatori quando operano persuasi e robusti, non quando adulano i vulgari istinti, per moda o per paura.

In politica egli si propose perfetta neutralità per mare e per terra con tutte le nazioni, anche barbaresche; non alleanze difensive od offensive, non ricevere protezione; in conseguenza non nuove fortezze; le vecchie non doveano contenere artiglieria; piccolo esercito, e tutto nazionale; nessune navi di guerra, abolendo per ciò i cavalieri di santo Stefano. Regolamenti da Arcadia in una società come la moderna, dove è pur troppo necessaria la forza.

A nuovo scoglio lo fecero urtare le materie ecclesiastiche. La Toscana, contigua collo Stato Pontifizio, più frequenti occasioni aveva avuto di dispute colla curia, infrenata ma pur potente. Al nunzio competevano le cause che il concilio di Trento attribuì al fôro ecclesiastico, e le appellazioni interposte dalle decisioni dei vescovi; il concedere alcune indulgenze e dispense dei cibi proibiti e in materie beneficiali e per peccati occulti e casi riservati; commutar voti, legittimare spurj, e sanare altre irregolarità per essere ordinati; vendere e livellare beni ecclesiastici per evidente utilità, amministrare i benefizj vacanti, inibire i sequestri, e concedere la restituzione in integro; creare notari, dottori in ambo i diritti, in medicina, in arti; misto di giurisdizione civile ed ecclesiastica, incompatibile colle nuove idee del potere.

Un frà Cimiro napoletano, cancelliere dell’Inquisizione in Siena, fece cogliere e battere un marito che, diceano, gl’impacciava certa tresca: ma il capitano di giustizia lo pose in carcere, donde essendo fuggito, vennero condannati i suoi complici, e convenuto di non ammettere al Sant’Uffizio che nazionali. Questo fatto volse i discorsi e l’esame sull’Inquisizione[143]; e tanto più quando, essendosi sparsi colà i Franchimuratori, di cui diceasi contarne trentamila la sola Firenze, il Sant’Uffizio ne colse alcuni, fra cui Tommaso Crudeli, che nei discorsi mettea più fuoco, e ne’ versi più idee che non si volessero. Imputato anche di convegni irreligiosi col barone Filippo di Stosch prussiano, egli subì un processo secreto, allungato dal dover le carte andare e venire da Roma; finchè il Governo lo trasse dalle prigioni ecclesiastiche nelle sue; poi fu relegato per tutta la vita nella propria casa a Poppi, giurando sul Vangelo di dire i salmi penitenziali una volta al mese[144]: atti che sapeano di strano ai contemporanei di Voltaire.

Il resistere a Roma non era cosa nuova in Toscana, e fin il debole Gian Gastone nel 1732 proibiva che l’arcivescovo Martelli pubblicasse il sinodo diocesano, e «gli si faccia intendere che non può ingerirsi che nel mero spirituale, e che non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali per qualunque titolo che potesse allegare». Giulio Rucellaj capo della giurisdizione, contrariava sempre le pretensioni ecclesiastiche, nel che animò la reggenza, poi Francesco di Lorena, il quale limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al Sant’Uffizio la censura dei libri, e le aggiunse due assessori nei processi, vietò le missioni in Firenze e alcune processioni. Benedetto XIV se ne risentì, alcuni vescovi si opposero, fra cui quel di Chiusi, e ne scrisse al Rucellaj: ma questi chiamandosi offeso, ne portò lamento alla Corte imperiale e al papa, il quale indusse il vescovo a una lettera di ritrattazione, la cui bassezza può mostrare a che volesse ridursi la Chiesa d’allora[145].

Viepiù procedette Pietro Leopoldo, onde imitare il fratello Giuseppe II; ma se le riforme di questo erano da filosofo (riflette il Botta), quelle di Leopoldo erano da giansenista. Fu de’ più avversi ai Gesuiti, i quali in Toscana tenevano dieci collegi, colla rendita di lire 146,671; e nel comunicare il breve della loro soppressione all’arcivescovo di Firenze gli diceva: — Obbedisca subito a chi gli sta sopra; e n’avrà merito da Dio e dagli uomini; ad ogni modo noi sapremmo farci obbedire»[146]. Tolse l’immunità dei beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare, gli eremiti, duemila cinquecento confraternite e molte fraterie, tra cui anche i Barnabiti, dediti all’educazione; impacciò le monacazioni; dell’osservanza delle regole stessero responsali i superiori; le parrocchie si conferissero per concorso; vietato il pubblicar le censure contro i violatori del precetto pasquale, le flagellazioni, i pellegrinaggi e tutte le devozioni non approvate dal Governo; le devote immagini stessero sempre senza mantelline; non si facessero esteriorità nei trasporti funerali; fin la Compagnia della misericordia non raccogliesse chi fosse colpito di morte fuor di casa; si sepellisse solo in campisanti a sterro; le curie vescovili si restringessero alle cause ecclesiastiche, e queste pure si trattassero in vulgare; i vicarj generali doveano ogni tre anni essere approvati dal sovrano; nessun decreto valea senza l’exequatur governativo; i vescovi attribuissero ai parrochi le facoltà dei casi riservati; da ultimo abolito il tribunale della Nunziatura, e voleva i vescovi si rivolgessero a lui direttamente nei loro bisogni, disposto a soccorrerli ogniqualvolta chiedessero; ma guai se cercassero ingerirsi del Governo.

Lo animava Scipione Ricci, uomo pio e dotto: ma imbevuto nelle dottrine dei teologi francesi, confuse colla superstizione alcune pratiche per lo meno innocenti, e nel suo vescovado di Pistoja emendò la devozione della Via crucis[147], soppresse quella del Sacro Cuore, processò reliquie e immagini miracolose, levando le meno autentiche, abolì le cappelle private e le feste superflue: eppure al tempo stesso promoveva la devozione verso santa Caterina de’ Ricci, si lamentava del rilassamento nel digiuno quaresimale, e che la refezione non si restringesse a fichi secchi e zibibbo.

A Pistoja si era messa una stamperia «per isvelare le ingiuste pretese di questa Babilonia spirituale, che sovverse e snaturò tutta l’economia della gerarchia ecclesiastica, della comunione de’ santi, dell’indipendenza de’ principi»; e di là uscivano i mille opuscoli giansenistici allora di moda. Col diffondere i quali, e col parlare continuo contro «le pretensioni ildebrandesche, il regno fratino e romanesco, la pertinacia dei preti e frati nel vendicarsi de’ torti non solo, ma d’ogni opposizione»: il Ricci seminò quistioni, fin allora o ignorate o non curate fra noi.

Egli corresse abusi gravissimi in monasteri[148], e nominatamente procedè contro due monache, accusate d’un nefando quietismo: ma Pio VI ne disapprovò i modi, raccomandandogli modestia e prudenza. Di ciò volle tenersi offeso il Governo, e il Piccolomini ministro degli affari esteri scriveva al pontefice: — Sua altezza reale si lusinga che il santo padre, facendo sopra di ciò migliori riflessioni, si determini a dare a quel prelato qualche contrassegno di maggior propensione ed affetto, ed a sua altezza reale qualche motivo di essere meno disgustata di simil passo, e dell’avvilimento in cui vede che la Corte romana pone i vescovi quando non sacrificano col proprio dovere i loro diritti, per lasciar tutta l’estensione a quelli che Roma pretende»[149]. Così scriveano al papa i ministri di Leopoldo austriaco. Il quale poi pubblicò due, vorrei chiamarle istruzioni pastorali (Punti leopoldini), dove ingiungeva ai vescovi di congregare un sinodo diocesano almeno ogni due anni per trattare di cinquantasette punti che s’indicavano; come formar libri migliori di preghiere, e breviarj e messali; se convenisse meglio la lingua italiana nell’amministrazione dei sacramenti; il clero sia educato uniformemente; tutti si conformino alla dottrina di sant’Agostino sulla Grazia[150]. Il quinto de’ suddetti punti (perchè non fosse dubbia l’intenzione) esprimeva di voler rivendicare «all’autorità dei vescovi i diritti originarj loro, statigli usurpati dalla Corte romana abusivamente».