Seguendo tali ordini che forse egli aveva ispirati (1786), il Ricci intimò un sinodo a Pistoja invitandovi altri del partito che dicevasi regalista, cioè che aveano accolte in Italia le dottrine di Febronio. Fra questi nomineremo il bresciano Giambattista Guadagni; il genovese Dégola, che poi fu legato col famoso vescovo Grégoire e compilò gli Annali di religione; frà Vittorio Sopransi (1722-1806) milanese, che assalì accannitamente il Turchi; Gianmaria Pujati friulano professore a Brescia poi a Padova, somasco indi benedettino, che stese un’infinità d’opuscoli, e molte mortificazioni soffrì senza mutare; i fratelli Cestari, l’orientalista padre Giorgi, il Gautieri filippino torinese, il Vallua astigiano, Benedetto Solari vescovo di Noli, il veneto Giovanni Cadonici canonico di Cremona, che voleva il clero incondizionatamente sottomesso ai principi, e pregasse per loro quand’anche tiranni, secondo formole adottate nei primi tempi, soppresse nel medioevo, ma conservatesi ne’ messali ambrosiano e mozarabo. Alla costui opera mise una prefazione Giuseppe Zola bresciano, autore d’una storia ecclesiastica fin a Costantino, e che con Martin Natali professore di teologia, e con Pietro Tamburini, autore della Vera idea della santa Sede, promulgavano nell’Università di Pavia le dottrine antipapali.

A questi ed altri fu fatto invito, e massime a Toscani, fra’ quali primeggiavano Fabio De Vecchi senese e l’abate Tanzini di Firenze; il Ricci fu presidente, vicepresidente Giuseppe Paribeni professore; Tamburini lesse l’orazione inaugurale e col Palmieri ebbe incarico di redigere i decreti; e ogni passo fu dato sull’orme degli Appellanti francesi. Nelle sette sessioni fu deciso, i vescovi esser vicarj di Cristo non del papa, e da Cristo immediatamente tenere le facoltà per governare la loro diocesi, nè quelle poter essere alterate o impedite; anche i semplici preti avere voce deliberativa nei sinodi diocesani, e al pari del vescovo decidere in materia di fede; nelle chiese s’avesse un altare solo; vulgare la liturgia, e ad alta voce; non quadri rappresentanti la santissima Trinità, non venerar un’immagine più che l’altre; favola il limbo de’ bambini; non poter la Chiesa introdurre dogmi nuovi, nè i decreti suoi essere infallibili se non in quanto conformi alla sacra scrittura e alla tradizione autentica; ogni fedele deva leggere la sacra scrittura; l’indulgenza assolve solo da penitenze ecclesiastiche, e il tesoro soprarogatorio de’ meriti di Gesù Cristo, e la sua applicazione ai defunti sono invenzioni di scolastici; abolita la riserva dei casi di coscienza e il giuramento de’ vescovi prima della consecrazione; la scomunica non avere che un’efficienza esterna; poter i principi stabilire impedimenti al matrimonio, il quale si pregava il granduca a dichiarare contratto civile.

Oltre ducento sacerdoti aderirono alla dottrina che dicevasi di sant’Agostino intorno alla Grazia, accettarono le quattro proposizioni della Chiesa gallicana e i dodici articoli del cardinale di Noailles, approvarono le riforme introdotte dal granduca e dal Ricci, e si prescrisse il catechismo allora pubblicato da Montazet arcivescovo di Lione.

— Calvino invade l’Italia», diceano gli uni spaventati. — Finalmente si vedrà repressa la tracotanza dei papi», diceano gli altri esultanti: e Leopoldo, che giorno per giorno teneasene informato, come vide alcuni vescovi isolatamente dissentire dalla sua enciclica, pensò raccorre un concilio nazionale (1787). Per disporlo volle che tre arcivescovi e quindici vescovi del ducato tenessero una conferenza nel palazzo Pitti, potendo condurvi consiglieri e canonisti, purchè non frati[151]: ma intanto alcuni facevano opposizione al sinodo pistojese, appoggiati anche dal giurista Lampredi; pronunziavasi lo scontento generale del popolo e de’ religiosi che chiamavansi fanatici; talchè Leopoldo s’avvide che un concilio gli darebbe causa perduta.

Solo il Ricci non si rallentava; faceva recitare in vulgare i salmi, mutava qualche parola nell’Ave Maria, levava gli ornamenti preziosi dalle chiese, i brevi e i cartelli d’indulgenze. Quando si celebrò in italiano, al Sia ringraziato Dio, e all’Andate, la messa è finita, il popolo rise e null’altro: ma quando si volle a Prato togliere l’altare dov’è venerata la cintola della beata Vergine, i Pratesi tumultuarono; armati invasero la chiesa cantando e sonando al modo che il Ricci aveva proibito; arsero il trono e gli stemmi di lui e i libri di novità; trassero di sotterra le sepolte reliquie, sepellendo in loro vece le pastorali; e in onta di lui si diedero a fare processioni e litanie, e venerare le immagini. I teologi poi lo scopersero di errori grossolani; la resistenza si diffuse fin nei capitoli delle due cattedrali; sicchè le riforme vennero casse, ed egli fuggiasco abdicò.

Contro di tali spiriti aveano a lottare i pontefici. Alla morte di Clemente XIV lungo e tempestoso fu il conclave[152], principalmente per la paura che il nuovo pontefice ripristinasse i Gesuiti; e alfine sortì papa Pio VI (1775). Fin quando col nome di Giannangelo Braschi era tesoriere, avea mostrato integrità esemplare, quarantamila scudi d’indebite pensioni recuperando al tesoro; avea disapprovato la soppressione de’ Gesuiti; il popolo poi l’amava sì perchè bello e fastoso e di ricca famiglia, sì perchè incorruttibile ed operoso. Appena papa, profuse in largizioni, si circondò di persone d’ingegno e di virtù, e promise vegliar egli stesso a tutte le parti dell’amministrazione, pose conservatorj per fanciulli poveri, per educare i quali eresse un ospizio ai Fratelli della dottrina cristiana; restituì alle funzioni papali lo splendore, scemo nel pontificato precedente, e in mezzo a quelle intenerivasi fino al pianto.

Francesco Beccatini, in una laudativa e retorica Vita di lui, confessa che, ad eccezione della Turchia, lo Stato pontifizio era il peggio amministrato. Delle fertili spiaggie dell’Adriatico giaceva più d’un quinto infruttifero, talchè davasi autorità ai vicini di coltivarle per proprio conto. Vietata ogni asportazione di grani, impacciatane l’interna circolazione, l’annona aveva diritto di comprare quanti gliene occorressero, al prezzo che fissava; e col concedere le tratte, arricchiva chi voleva. Altrettanto vessatorio il tribunale delle grasce, tassava le bestie a voglia sua; comprava l’olio tutto, per poi rivenderlo caro. Non manifatture; carissima l’introduzione delle forestiere, e perciò lauto il contrabbando; le rendite territoriali erano appaltate per quattrocentomila scudi, mentre avrebbero comodamente reso il doppio; negli undici anni che regnò Clemente XIII, si registrarono dodicimila omicidj, di cui quattromila nella sola capitale. I rimedj appostivi da Pio VI riuscirono inefficaci.

Dopo di ciò manca la lena di lodare una munificenza che prosperava le arti belle, e lasciava languire le utili[153]. Pio crebbe d’assai il museo Clementino, vi accoppiò il suo nome, e lo fece disporre ed illustrare dal sommo archeologo Ennio Quirino Visconti; aggiunse a San Pietro la ricca e non bella sacristia, estese il palazzo Quirinale, migliorò il porto d’Ancona e l’abadia di Subiaco; dall’Austria comprò la Mesola nel Ferrarese per novecentomila scudi; e dappertutto poneva vanitosamente il suo nome e iscrizioni, nessuna delle quali vale quanto quella degli allievi delle scuole cristiane, A Pio VI, padre dei poveri.

Tante spese non faceva egli del proprio o sopra avanzi dell’entrata, ma emettendo nuove azioni del debito pubblico, o carta monetata: e perchè questa scadde di valore, vi si surrogò un debito vitalizio; si decretò anche di accatastare tutti i beni, si tolsero le dogane interne.

Neppure Pio VI seppe guardarsi dalla smania di riformare, conculcando il vecchio. Aveva cominciato dal sanare gli stagni nelle legazioni di Ferrara e Romagna; e Ignazio Buoncompagni a ciò deputato, facendo e bene e male come incontra in simili tentativi, realmente mutò in campagne e praterie le macchie e gli stagni, ma si condusse verso i terzi con una prepotenza che il lasciò in disonesta memoria, malgrado le postegli iscrizioni. Nominato cardinale e delegato di Bologna, pensò mutare lo stato di questa, che, pei patti del 1278 e del 1447, conservavasi repubblicana sotto la protezione del papa, con un governo misto di consiglio comunale e d’un senato di quaranta di nobiltà ereditaria; nè altri pesi aveva che i dazj, rendita incerta che non raggiungeva le spese, onde accumulò un debito ingente. Una riforma proposta venne rejetta dal clero e dai nobili, e da quei molti che si gloriano di poter dire di no: que’ sotterfugi che gli scaltri conoscono nè sempre riescono, e snobilitano se non si riesca. Pio dunque, consigliato dal Buoncompagni, e fidato nella fiacchezza della nobiltà, ivi data al lieto vivere come altrove, mandò due motuproprio (1780), con cui riformava i dazj, poneva una taglia sulle terre; e una guarnigione in Bologna farebbe obbedire. Nè tampoco si era consultato il senato, e il Buoncompagni affrontò l’ire, non lasciò dare udienza a una deputazione mandata al papa, si derisero le istituzioni decrepite, non si tenne verun conto del gonfaloniere, e Bologna seguitò a far reclami, e rimase città scontenta. Il Buoncompagni divenne poi primo ministro, molto utile in tempi difficili, sinchè Fabrizio Rufo riuscì a sbalzarlo, e morì nel 1790.