L’operazione di cui si menò maggior vanto fu l’asciugamento delle paludi Pontine, vasto terreno che occupa la parte meridionale degli Stati pontifizj, bagnato a ponente e a mezzodì dal mar Tirreno, cinto nel resto dalla catena degli Appennini, stendendosi parallelamente al mare quarantadue chilometri da Cisterna a Terracina, internandosi diciassette o diciotto. Il terreno convince che il mare doveva giungere fino alle falde dell’Appennino, elevandosi da esso il monte Circello a modo d’isola. Come le dune ebbero separato quel piano dal mare, e gli scoli delle montagne Lepine e le piante cadutevi l’ebbero rialzato, l’opera dell’uomo secondò quella della natura per modo, che prestissimo v’affluì gente, onde Appio fabbricò la famosa strada per congiungere con Roma le città ivi fiorenti, ed era colà la più parte di quell’ager publicus che il popolo romano reclamava con secolare perseveranza. Ma le dune formatesi alla parte occidentale ed altre circostanze rallentavano le acque, che da varie parti sboccano nell’unico emissario detto Bodino. Un secolo dopo di Appio Claudio, Cornelio Cetego prese a disseccare que’ pantani, operazioni interrotte come quelle ideate da Giulio Cesare. Augusto fece scavare una gran fossa che porta ancora il suo nome; poi non n’è più parola fino a Teodorico, che le diede a sanare al patrizio Decio, accordandogliene la proprietà. Sotto Leone X e Sisto V vi si fecero l’emissario generale e il canale interno, detto fiume Sisto; altri lavori sotto Urbano VIII; ma di più grandiosi ne eseguì Pio VI dal 1777 al 96. Il terreno si trovò di quattrocentrentacinque miglia romane, di cui un quinto copre l’acqua tutto l’anno, due quinti solo nella stagione piovosa. Il papa spendendo nove milioni, e colla direzione dell’ingegnere Rapini di Bologna, ristorò la via Appia, i ponti antichi, il canale che la costeggia, gli stupendi magazzini di Terracina ed altri edifizj, dando a tutti carattere monumentale, perfino alle osterie. Sciaguratamente erano mal diretti, e quando tardi si vide il meglio, non vi fu tempo che d’abbozzarlo, e sopravvenne la tempesta.

Per tali spese Pio creò 14,303 nuovi luoghi di monti da cento scudi, dalla cui vendita si ritrassero 1,621,983 scudi, onde al tre per cento l’erario pagava 43,179 scudi annui: la manutenzione si stima dodicimila scudi; sicchè ogni anno costano quelle paludi meglio di 55,000 scudi, mentre dalle enfiteusi non se ne ritrae che 32,600. Duole che quest’opera da antico romano fosse destinata a formare un principato ai nipoti del papa, i quali egli favorì come da gran tempo più non si usava.

Pio, sgomentavasi delle innovazioni di Giuseppe II, non vedendo ove riuscirebbe l’irrazionale incammino; ed uscite vane le rimostranze e i riverenti riflessi, propose andar egli stesso dall’imperatore. Come erano mutati i tempi da quando i papi citavano i Cesari a rendere ragione degli oltraggi recati alla fede e alla giustizia! Invano dissuaso dalle avventurose sconvenienze d’un tal viaggio, Pio, fidando nella causa propria e nell’efficacia della bellezza sua maestosa e della viva eloquenza, dopo vegliato una notte sulla tomba dei santi Apostoli, s’avviò.

Giuseppe gli avea scritto gradirebbe quella visita (1782) come una dimostrazione d’affetto, ma «non si potrebbe immaginar ragione o addurre esempio che valesse a rimoverlo dal già fatto»[154]. A Ferrara mandò a complimentarlo un ussero protestante, poi gli diede una guardia tutta di acattolici; da Vienna gli mosse incontro ad onoranza, ma sfuggì di venire alle strette, e non gli lasciò vedere se non le persone che esso permetteva. Kaunitz ricevette la visita del papa in abito di confidenza; avendogli il papa sporta la mano, e’ gliela strinse come fra pari; d’arti belle soltanto gli parlò; affettò di menarlo in tutti i bugigattoli e fargli prendere tutte sorta di positure per osservare le sue raccolte artistiche; onde Pio, educato da gran signore, ne partì tutto stupefatto.

Pio mostravasi disposto ad approvare certi provvedimenti, ma gli si fece comprendere che nol si credeva necessario; onde profondamente trafitto dall’inflessibilità di Giuseppe, e mortificato da un vano cerimoniale e da una mendace venerazione per la santa Sede mentre si stava spogliandola delle sue più vantaggiose prerogative, lasciò Vienna dopo esservi soggiornato un mese a guisa di supplichevole a piè d’un trono, che i fulmini del Vaticano avevano spesso crollato.

Appena lui partito, Giuseppe II spacciò al governatore della Lombardia che dovessero restar ferme le sue deliberazioni circa ai monasteri e alla tolleranza religiosa; i libri fossero sottoposti alla censura regia, al regio exequatur le bolle romane; regia l’ispezione dei seminarj e la nomina dei vescovi, i quali doveano giurare fedeltà al sovrano; non potesse alcun suddito ricorrere direttamente a Roma per dispense.

Pure non fu senza grand’efficacia quel viaggio ch’era una specie di appello a quelle plebi, cui da gran tempo più non si dirigevano i pontefici; un riunirsi a quelle nazioni, da cui era venuta la loro grandezza temporale. I popoli sentivano la dignità del pontefice, e pressavansi a mostrargli venerazione: traverso a tutta Italia e alla Germania ebbe omaggi e feste, sebbene talvolta a lui paresse scorgervi più curiosità che ossequio: e quel ravvivarsi della democrazia religiosa[155] dovette convincere Giuseppe ch’egli non era padrone se non della metà materiale dell’uomo, e che v’aveva una podestà superiore alla sua. Egli poi restituì la visita al papa in Roma, vivendovi da privato sull’albergo, e in San Pietro inginocchiandosi per terra; e sebbene la popolaglia, sempre chiassosa all’idolo del giorno, gli gridasse, — Viva l’imperatore! siete in casa vostra, il padrone siete voi», quel viaggio gli rivelò più al vero la posizione. Il cavaliere d’Azára, rappresentante di Spagna, cui palesò il divisamento di ridurre il papa a vescovo di Roma e i possessi riunirne all’Impero, lo convinse che gli altri principi non soffrirebbero che il capo della religione stesse suddito di qualsiasi sovrano; e col cardinale Bernis, ambasciadore di Francia, lo indusse ad accettare l’indulto che il papa gli offriva per la nomina dell’arcivescovo e dei benefizj concistoriali di Lombardia. Fu dunque concordato che al duca di Milano e Mantova competerebbe il nominare agli alti benefizj ed alle dignità ecclesiastiche fin allora riservate a Roma, e il papa rilascerebbe la bolla. Dovette dunque cedere anche la nomina dei vescovi d’Italia a chi avea abolito il convento dov’era venuto a colloquio con esso.

Con pari assolutezza procedette Giuseppe nelle cose di Stato in Lombardia, e fatto tiranno per amore di libertà, lasciossi scappare il presente per fare violenza all’avvenire. Un editto 25 novembre 1784 incorporò il ducato di Mantova con quel di Milano, formandosi così un solo paese col nome di Lombardia Austriaca. Giuseppe in un consiglio di governo riunì il magistrato camerale, la commissione ecclesiastica, il tribunale araldico, e di sanità, la commissaria generale e la congregazione di Stato; pose guardie di polizia, di giorno col bastone, di notte col fucile, e adoperavano l’uno e l’altro; a molte cose cambiò i nomi antichi pel solo fine d’innovare. S’incarceravano i mendicanti; ma perchè il mantenerli costava, erano rilasciati col giuramento di non più accattare; e perchè tosto il violavano, erano rimessi in prigione. Così a pressa a pressa faceva e disfaceva: col togliere gli arbitrj ai corpi per accentrarli nel ministero, tolse pure al paese quelle forme tradizionali d’amministrazione, che un provvido legislatore rigenera ma non istrappa, e che i popoli sentono essere ultima barriera contro gli arbitrj[156].

Pure egli operava con rette intenzioni, e in una ordinanza interna del 1785 ai capidipartimento raccomandava di sbandire le formalità pel sostanziale; dare ascolto a tutti senza divario di condizione, di lingua, di culto; dovere il principe non guardare come sua la proprietà dello Stato, nè creati per sè milioni di sudditi, anzi credersi elevato dalla Provvidenza per servigio di questi; ministro buono non essere quello che aumenta le rendite; i sudditi dover contribuire sol quanto sia d’assoluta necessità per mantenere l’autorità, la giustizia, il buon ordine e migliorare lo Stato; il monarca non aver diritto d’esigere al di là, e di ciò che leva deve rendere pubblico conto. Eppure credeva l’incremento d’uno Stato consistesse nell’ampliarne il territorio, sicchè contribuì caldamente allo sbrano della Polonia; tentò carpire la Baviera; confortato dall’imperatrice di Russia, voleva rimpastare l’Italia, unendo Trieste, Milano, il Tirolo, e togliendo a Venezia le terre interposte; al Modenese, che ricadeva a suo fratello Ferdinando, aggiungerebbe il Ferrarese tolto al papa; dalla Sardegna ricupererebbe il Tortonese e l’Alessandrino; e in onta de’ recenti trattati incorporerebbe la Toscana all’Impero, assegnando un arcivescovado di Germania in compenso al futuro granduca, che intanto volle educato a Vienna dal conte di Colloredo, con dispiacere della Corte toscana. Meditava anche l’unità dell’Impero, e prevenendo ciò che la Rivoluzione francese effettuò in paese molto più omogeneo, scomporre tutte le nazionalità per dividerle in tredici Governi, de’ quali l’undecimo era la Lombardia, e ciascun Governo in circoli, retti da un capitano.

In Lombardia così indifferente era la plebe, così ligi erano i pensatori, che non opposero a Giuseppe se non qualche susurro e qualche pasquinata: essendosi in quel tempo allontanato l’arciduca governatore, i Milanesi vollero vedervi un segno di disapprovazione, e quando tornò gli corsero incontro in folla festiva. Ben più seriamente andò negli altri Stati: Transilvania e Ungheria colle armi difesero gli aviti privilegi; nel Belgio i seminaristi non vollero sottoporsi agli insegnamenti ed ai libri prescritti, nè i popoli a quel profluvio di decreti, e con potente concordia vi cominciarono una sollevazione che finì col sottrarre all’Austria quelle belle provincie. Anche la Germania sgomentavasi del volere lui conquistare la Baviera, e far mantenere dall’Impero i proprj soldati: e Bretagna e Olanda, disgustate dall’apertura della Schelda[157], si allearono colla Prussia per reprimerne le esorbitanze. L’imperatore, caduto da tutte le illusioni, sconfitto anche dai Turchi che aveva provocati, non poteva se non protestare delle buone sue intenzioni, e morendo giovane e amareggiato, volle per epitafio: Qui giace Giuseppe II, sfortunato in tutte le sue imprese.