CAPITOLO CLXVIII. I re di Sardegna e quelli di Napoli.
Nei regni alle due estremità d’Italia sentivasi pure il movimento, ma in senso diverso, giusta la diversa indole dei due popoli e quella dei regnanti.
Vittorio Amedeo II, uomo di polso, da molti amato, da tutti temuto, attentissimo agli incrementi di sua famiglia, a cui assicurò il titolo regio, nella guerra aveva mostrato valore personale più che abilità di capitano; nella pace, altamente persuaso della regia prerogativa, voleva conoscere tutto, fare tutto, quasi a buon esito non giungessero imprese e provvedimenti se non per suo mezzo. Ascoltava chiunque, e nessuno voleva superiore alla giustizia, nè tollerava che i nobili soperchiassero i plebei; e severamente condannò fin il conte di Sales suo fratello naturale, e il principe di Carignano suo genero. Girellando la notte per città, vedeva sempre un lumicino entro una finestra della via degli Stampatori: curioso salì in quella casa col pretesto gli si fosse spento il lanternino, e seppe ch’era Carlo Luigi Caissotti nizzardo, che, eletto testè sostituto procurator generale, consacrava la notte a disimpegnare gli affari, cui non bastavagli il giorno. Il re gli affidò qualche affare, e presto lo assunse procurator generale, ove meritò gran lode. Saputo che l’avvocato De Maistre, pure nizzardo, difendeva vigorosamente davanti al senato i feudatarj spogliati, lo fece incarcerare, poi avutolo a sè, gli commetteva rotoli di cause da esaminare, e volta per volta lo compensava con piccole monete sì a miseria, che quegli il pregò di lasciarlo ripigliare le sue clientele; ma il re lo nominò avvocato de’ poveri, donde cominciò la fortuna di quella famiglia, illustrata poi dal gran filosofo. Trovandosi a Carmagnola, e udito un discorso di Carlo Vincenzo Ferrero vassallo di Roasio, l’incaricò di scrivere una lettera importante; della quale soddisfatto, il pose intendente a Susa, poi nelle finanze; preso dal talento, dal maestoso aspetto e dal facondo esporre, lo costituì generale delle finanze, poi suo tutto col titolo di marchese d’Ormea, che indica il più grand’uomo di Stato del Piemonte. Per somiglianti accidenti conosciuto Giambattista Bogino, figlio d’un notaio e buon avvocato, lo fece procurator generale a ventidue anni: poi chiamatolo gli disse: — Non t’ho dimenticato; e perchè poco mi rimane da regnare, t’ho eletto consigliere di Stato. Se servirai bene, Carlino (l’erede) farà di più per te, e sarai anche ministro; ma per divenirlo bisogna avere qualche cosa, e tu sei povero. Perciò ti affido la custodia de’ sigilli: ti frutteranno tanto; in capo a tanti anni avrai risparmiato tanto, e basta. È anche necessario che abbi casa: chiamerò a me tuo zio prete, perchè, senza aspettare la morte, ti lasci la sua. Ma tu studii troppo: compra una vigna sulla collina e un cavallo, vacci a dormire la sera, e rivieni ogni mattina».
Questo re borghese a tal modo potè conoscere e promuovere molte persone, che poi con altrettanta facilità dimenticava e puniva. Ciò rendevalo spesso arbitrario, e arbitraria la sua Polizia, che spiava le case, le lettere, deteneva senza giudizio; le sentenze de’ tribunali sospendeva o cassava con biglietti regj o con ammonizioni. Singolarmente ricordevole è il caso del senato quando non volle infliggere al fiscale Revello la pena comminata ai portatori d’arme, considerandolo esente come uffiziale del Governo. Il re mandò dire che non aveva inteso escluderli; e insistette per la condanna; e poichè non vollero infliggerla, sospese i senatori, e relegò il presidente don Graneri, neppur concedendogli tampoco di ritardare finchè spirasse la moglie inferma. Il Graneri se n’andò senza lamenti; e a chi dappoi volevalo indurre ad un’umiliazione per mitigare il sempre sdegnato re, — Duolmi (rispose) perchè egli siasi risentito, ma viepiù per la certezza che il senato non poteva sentenziare diversamente senza ledere l’onore e la coscienza».
Vittorio Amedeo per opera di Corsignani e Bersini compilò le Regie Costituzioni, applicabili a tutta la monarchia. Nelle quali sono molti miglioramenti, ma è notevole la sollecitudine che vi si prende delle materie religiose: obbligo a tutti di comunicarsi a Pasqua; divieto agli osti di servire carni in quaresima; esente da citazioni civili e criminali chi ne’ quindici giorni venisse a venerare la santa Sindone a Torino; gli Ebrei distinti con un segno sull’abito, e obbligati abitare nel ghetto, e non uscirne dopo tramontato il sole, nè agli ultimi giorni della settimana santa. Voleva abolire come restrittivo alla piena sovranità il diritto al senato di sospendere la registrazione degli editti regj sospetti d’orrezione o surrezione, o contrarj al servizio regio o al pubblico bene; poi ai reclami della magistratura lo confermò.
Invece dell’unica secreteria di Stato ne stabilì una per gli affari esteri, una per gl’interni, una per la guerra; riformò la camera de’ Conti e il sistema economico. Un consiglio di finanza esaminava e riferiva al re quel che concernesse l’economia; tre segretarj di Stato trasmettevano gli ordini del re, contrassegnandoli; eseguivanli quattro aziende, di finanza, di guerra, delle artiglierie e della regia casa. La contabilità fu sistemata dal conte Groppello di Borgnone: e mentre il bilancio attivo del 1680 sommava a 6,830,000 lire, nel 1721 giunse a tredici milioni; a quindici quando sottentrò Carlo Emanuele III, non per nuove tasse imposte, ma per migliore esazione delle vecchie, e col farvi contribuire gli ecclesiastici e i feudatarj, e dar impulso ai lavori; unica tassa nuova essendo la carta bollata d’un soldo al foglio. Si riscattarono molte cariche, da prima venali; gli appalti, esercitati da quasi soli Francesi, vennero meglio sistemati; esteso a tutto il paese il monopolio del tabacco, abolito il lotto, richiamati al demanio i beni feudali e le tasse alienate, turbando non poco la proprietà coll’obbligare a provare i titoli davanti a un magistrato speciale; e ai beni così ricuperati affisse titoli di nobiltà che poi vendette, e donde nacque una nobiltà del 1722, sprezzata dall’antica.
Sollecitando il catasto colla spesa di otto milioni, uguagliò le imposte alleviando i piccoli proprietarj col tassare anche i feudatarj e gli ecclesiastici. Cercò togliere i pitocchi, consigliato principalmente dal gesuita Andrea Guevara, che stampò la Mendicità sbandita, con idee molto avanzate. Ridestò le manifatture di panno e di seta, gli studj primarj, l’Università, cercando ridurre uniforme l’insegnamento sotto la direzione di quella e di un magistrato della Riforma: ristabilì il collegio dei Nobili, e fondò quello detto delle Provincie, perchè ciascuna manteneva a proprie spese alcuni de’ migliori alunni, donde ben presto uscirono il matematico Lagrangia, il fisico Eandi, il chimico Berthollet, l’anatomico Malacarne, il poliglotta De Rossi, lo storico Denina, il tipografo Bodoni. Abbellì Torino, rese inespugnabile la Brunetta, e procacciò buone armi. Ma la cura di queste prevaleva, mentre gl’ingegni erano inceppati dalla censura a segno, che molti de’ profughi siciliani preferirono andare a pubblicare i loro scritti a Milano (Denina); facevasi mistero degli archivj chiudendoli perfino al Muratori, il quale scriveva: — Io non sarei stato un momento a Torino, chè l’uomo saggio non può trovarsi bene in un paese ove si sta continuamente in pericolo di cadere. Solamente il vedersi impedito il commercio letterario e intercette le lettere basta per dare l’addio a quel cielo, e per correre ad altri paesi di libertà»[158].
Riferimmo le sue ostilità colla Curia romana, durate trentatre anni. Inesorabile nell’esigere che altri adempisse i proprj doveri, strettamente economico[159], tenacissimo delle risoluzioni, dai mali che non si potevano evitare voleva almeno trarre alcun vantaggio, e giunse ad assodare la grandezza della sua Casa, i paesi in mezzo secolo crescendone d’un terzo, e raddoppiando l’entrata. Di gusti semplici, alieno dal lusso che l’esempio di Luigi XIV introduceva, passeggiava a piedi con una canna di giunco dal pome di cocco, tabacchiera di tartaruga, elsa della spada d’acciajo, coperta di pelle perchè non guastasse il vestito. Perduta la moglie e il primogenito suo prediletto, tormentato di mal di pietra, e stracco, com’egli diceva, di tormentare se stesso e gli altri, a sessantaquattro anni abdicò solennemente (1730 3 7bre). L’ultimo suo comando ai sudditi fu che obbedissero a suo figlio Carlo Emanuele; a questo tre cose raccomandava, l’integrità della fede cattolica, retta e incorrotta giustizia, e cura de’ soldati, come tutori della quiete pubblica, della regia autorità e dell’indipendenza; e riservandosi cencinquantamila lire l’anno, ritirossi a Ciamberì con Carlotta Canale di Cumiana, sua moglie morganatica.
È egli vero che, nell’affaccendamento de’ potentati d’allora ad assicurarsi le imminenti eredità, Vittorio avesse ricevuto denaro e dall’imperatore e dalla Spagna per fini opposti, sicchè non seppe trarsi d’impaccio che coll’abdicare? o non volle nelle prevedute guerre compromettere la sua fama d’invitto guerriero? o la stanchezza o l’incontentabilità facevangli vagheggiare il riposo?
Ma quel riposo, nè tampoco ricreato da studj, gli pesò bentosto. Aveva circondato Carlo Emanuele di sue creature, e raccomandatogli specialmente l’Ormea, che subito fu fatto ministro; continuamente carteggiava col figliuolo sugli affari di Stato, e proponevasi d’infondergli quella fermezza e risoluzione di cui lo credeva mancante. La Canale, che s’era dato ad intendere di sposare un re, e trovavasi soltanto un marito stizzoso e uggiato, forse ne stuzzicava le ambizioni; irritavalo la libertà con cui si disapprovavano i fatti suoi o si correggevano; com’è di tutti gli uomini operosi, parevagli che Carlino non facesse nè abbastanza nè bene, e allorchè questo andò a trovarlo, gli fece, in presenza de’ ministri, rabbuffi violenti come soleva prima, dichiarando che lo conosceva inetto a regnare, e vi porrebbe riparo. E ripassati i monti (1731), si pose a Moncalieri, e fidando sulla supposta debolezza di Carlo Emanuele, cercò ripigliare gli affari e il lustro, ora con seduzioni, or di sorpresa. Carlo Emanuele che fin a ginocchi l’aveva in prima dissuaso dall’abdicare, allora firmò l’ordine di arrestarlo (27 7bre), e Ormea lo eseguì. Abbattute dai zappatori le porte, a viva forza gli venne rapita dal letto fra i soldati sua moglie, reputata istigatrice, e che fu sin chiusa tra le male donne; egli il re, dopo inutili resistenze e smanie di collera impotente, fu custodito a vista nel palazzo di Rivoli; frugato ogn’istante; ordine alle guardie di non rispondere alle sue domande se non con profondi inchini. Sevizie invereconde, se anche era necessità di Stato l’arrestarlo. Reso poi al suo Moncalieri e alla moglie, quando si trovò in fin di morte invocò che il figlio lo visitasse; ma mentre si combinavano i modi egli spirò (1732 31 8bre).