Carlo Emanuele III[160], poco amato dal padre che procurava vincerne l’ignoranza con continui precetti e col farlo assistere ai consigli di Stato, ma non gli dava nè l’educazione nè l’esperienza migliore, il maneggio degli affari, riuscì migliore dell’aspettazione, e con lentezza prudente ajutò il prosperare del paese, giovato di ottimi consigli dal marchese d’Ormea, il Richelieu del Piemonte. Vedemmo come delle guerre profittasse tanto, che pel trattato di Worms si assicurò bella parte del Milanese; del Piacentino che pretendeva, fu chetato con un’entrata pari alla rendita d’esso paese, cioè trecenventottomila lire. Nel Codex carolinus riprodusse quel di Vittorio, con nuove leggi per assodarne gli effetti, e ne prescrisse la pubblicazione (1770) «acciocchè tutte le province, città e comunità ottenessero il benefizio d’una legislazione conforme». Pure disponeva che, dov’esso non provvedeva, supplissero gli statuti locali; in mancanza di questi, la decisione del senato, e infine il diritto comune; ripristinata complicazione. I diritti di feudo sì reali che personali il Governo riscattava al cento per quattro, cavando i capitali da un’imposizione generale sui fondi redimibili, obbligando i feudatarj ad investire in fondi sodi le somme ricavate. Cercò buone armi, stabilendo l’esercito a trentamila uomini in pace e quarantacinquemila in guerra; a cui nel 1775 s’aggiunsero poi le truppe leggiere, destinate per cordone alle frontiere, e dove gli uffiziali potevano essere non nobili. Destinandovi un milione ducentomila lire l’anno, munì colle fortezze d’Exilles il Monginevro, di Demonte la valle della Stura, di Fenestrelle quella di Pragelato, che mediante le trincee dell’Assietta congiungevasi col forte della Brunetta in modo di rendere insuperabile il varco del Cenisio. Così credevasi!
L’Università di Torino aveva riordinata Vittorio Amedeo II sopra i consigli del Gravina, che solo da morte fu impedito di venirvi professore; v’invitò invano il medico Vallisnieri, il filologo Lazzarini; ma vi ebbe da Malta il teologo Bencini, da Padova il Pasini professore di sacra scrittura, da Napoli il Lama professore di eloquenza, da Roma il Regolotti pel greco, da Parigi il medico Rohault, da Piperno il Campiani canonista; e all’apertura nel 1720 v’erano sedici professori e novecento scolari. Luigi Caissotti aveva sistemato le scuole, escludendone ogni ingerenza di religiosi, e volendo non s’insegnasse altra teologia che di San Tommaso. Girolamo Tagliazucchi modenese venne poi a introdurvi una eloquenza compassata e una gravità pedantesca, che durò tradizionale. Nel 1749 vi furono chiamati il padre Beccaria di Mondovì e il padre Gerdil; oltre Vitaliano Donati di Padova, valente naturalista, che mandato a viaggiare in Oriente, ne riportò molte preziosità di natura e d’arte; e Giovanni Cigna, emulo del Volta nella scoperta dell’elettroforo. Scipione Maffei indusse il re a raccogliere nell’atrio dell’Università lapidi e cimelj: il medico Caccia incominciò l’orto botanico, tanto poi arricchito da Allioni, autore della Flora pedemontana, da Dana, Cappello, Moris: l’abate Nollet aumentò il gabinetto fisico. Vi si aggiunse una collezione di quadri e antichità, massime tolte dagli scavi d’Industria.
Il conte Giambattista Bogino (1701-84), dalla diplomazia passato allora ministro di Stato, dirigeva in meglio l’amministrazione, sempre però considerando il regno come un patrimonio privato, e col proposito di non deteriorarlo. Attese a compiere il catasto, riformò la moneta secondo gli studj del Neri e del Carli, e particolare premura applicò alla Sardegna, isola d’un settimo più grande che la Lombardia, e sottoposta a vicende degnissime di storia.
Natura, in lontane epoche sconvolgendola, determinò vanissima la forma di quelle valli e di quei monti, che poco elevati, non nutrono coi ghiacciaj fiumi perenni, ma istantaneamente versano torrenti devastatori. Fra le dense selve e i pascoli irrigati dalle fredde acque stillanti dagli spacchi de’ graniti, si mantenne forse sempre quella stirpe primitiva, che fino ad oggi si veste e pettina al modo degli idoli che il loro suolo restituisce dopo migliaja d’anni alla curiosità degli archeologi. Là i Sardi resistettero alle immigrazioni che tratto tratto vi sopravennero; spesso avventaronsi sopra le genti che prendevano asilo nelle insalubri e ubertose maremme; e mantennero quel vivere pastorizio, che aborre dalle dimore fisse e dagli stabili possessi. Sotto la dominazione aragonese, la monarchia vi era temperata da un parlamento composto di tre stamenti o bracci, cioè ecclesiastici, nobili e deputati delle città: uniti formavano la corte generale, che sarebbe dovuta convocarsi ogni dieci anni con lettere a ciascun membro, e preseduta dal vicerè consentiva i tributi annui, le donazioni, faceva domande e ordini, benchè il re potesse senz’essa promulgare leggi. L’isola era distribuita in trecensessantasei feudi, centottantotto de’ quali appartenevano a sei signori spagnuoli, i quali erano i marchesi di Chirra, di Villaforre, di Val di Calzana, di Villacidro, il duca di Mandas, il conte di Montalbo, che nello stamento erano rappresentati da un procuratore, da un reggitore nell’amministrare la giustizia. Trentadue feudi erano intestati al re, centottantotto a signori, per lo più spagnuoli, residenti nell’isola. Rivoltarsi al principe non avrebbero questi potuto, allorchè i poderosi dimoravano in Ispagna; i vassalli, obbligati all’armi, non conoscevano che questi baroni, e ignari del mondo, non pensavano più in là che a respingere qualche correria. Anche delle dignità ecclesiastiche le più riserbavansi a Spagnuoli; cogl’impieghi cattivavasi l’ordine cittadino; fra le città impedivansi gli accordi mediante la varietà dei privilegi: sicchè non faceva mestieri di milizie per tenere in fede il paese, dove i re utilmente intervenivano spesso a reprimere nei signori la tirannide contro i poveri, la violata giustizia, la protezione de’ facinorosi. Le nazioni vicine che vi trafficavano, sparvero davanti al compatto feudalismo; l’inquisizione vi fu introdotta nel 1492, ed espulsi gli Israeliti; ville fiorenti rimasero deserte, disfatte dieci sedi vescovili per mancanza di greggia, a Sassari non più di tremila abitanti; vendevansi gli uffizj, gabelle, privative, e un Genovese comprò dalla Corona il privilegio di pescare il tonno; a’ magistrati fallivano gli stipendj, sicchè bisognava si rifacessero colla venalità; le infinite esenzioni dai pubblici aggravj per clericato, per nobiltà, per privilegio, per aderenza cagionavano la ricchezza di pochi, la miseria dei più, e un vivere da medioevo. Ad un convito rusticale s’accolsero duemila cinquecento persone, e vi furono imbanditi settecenquaranta montoni, ventidue giovenche, ventisei vitelli, trecento fra agnelli, capretti, porcellini, seicento galline, tremila pesci, e cinquanta libbre di pepe negl’intingoli. Dal porto di Cagliari asportavasi appena il valore di centomila scudi, nè di più da quel d’Alghero; non strade, non poste; le lettere d’uffizio spedivansi a Napoli, acciocchè di là fossero inviate in Ispagna. Le città si odiavano e rivaleggiavano; Alghero proibiva che verun Sassarese comparisse colla spada al fianco; se Cagliari fondava un’Università, un’altra ne metteva Sassari: ma gli studj restringevansi a teologia e scolastica; unica lingua colta la castigliana, in cui traducevansi gli antichi statuti italiani. Intanto però la schiavitù personale andò abolita, giacchè il servo rimase attaccato non al padrone ma al feudo, e in conseguenza acquistò stabilità di famiglia, e poc’a poco diritti comunali; la giurisdizione de’ baroni non impediva di appellarsi al re; e l’asilo concesso ne’ feudi regj ai fuggiaschi ratteneva i baroni dall’esorbitare nell’oppressione.
Tale stette la Sardegna fin quando le guerre del principio del secolo la sbalzarono di padrone in padrone, e alfine la diedero ai duchi di Savoja. Contava essa allora trecentonovemila abitanti, e rendeva appena quattrocentomila lire, che non bastavano a gran pezza a sbarbarirla; ma fatta proprietà inalienabile ed eretta in regno, cessava d’essere una di quelle provincie, di cui la diplomazia si serve per ragguagliare i pesi sulla sua bilancia; ed acquistava maggiore importanza unita al piccolo Piemonte che non alla vasta Spagna. Il nuovo re stipulò d’osservarne i privilegi, ma v’introdusse un governo più regolato: e per quanto sapesse di gretto a fronte della sontuosità spagnuola, e l’oculatezza italiana offendesse chi era avvezzo alla spagnuola trascuranza, pure, sembrando ormai duraturo, ammansava gli animi, esacerbati da tante mutazioni. Solito postumo delle guerre restavano bande di fuorusciti, perocchè le famiglie feudali eransi osteggiate così accannitamente da combattere perfino le donne. Il marchese San Martino di Rivarolo mandatogli vicerè, a sbarbicarli adoprò relegazioni, bandi, forca, senza rispettare, non che le giurisdizioni baronali, neppure le forme della giustizia nè le garanzie dell’innocenza; egli stesso girava visitando le carceri, interrogando rei e testimonj, sbigottendo chi tenesse mano.
Il Bogino, conoscendo il valore di quell’isola, s’industriò a toglierne le disuguaglianze stabilitevi, e le rivalità che gli Aragonesi avevano alimentate fra i due Capi, mescolando le fazioni nelle magistrature; col pagare pronto e regolare faceva si tollerasse la disciplina; introduceva giustizia regolare, computisteria, assicurazioni, regole pel commercio e pe’ cambj, scuole di preti italiani che rinnovarono l’uso della nostra favella, alimentandoli con benefizj; clero e magistrati facevasi che disusassero il vestire spagnolesco; medici e chirurghi spedivansi sul continente a scuola; altri v’erano chiamati a cariche; formossi un reggimento sardo, e favorivansi matrimonj di quelle fanciulle con militari savoiardi; si infeudarono terre a chi vi menava colonie; una di Greci vessati in Corsica, fu accolta in Sardegna; i corallieri genovesi, che abitavano l’isoletta di Tabarca rimpetto a Tunisi, esposta perpetuamente a’ corsari, furono trasportati nell’isola di San Pietro, opportunamente munendola, e infeudandone il marchese della Guardia. Il Bogino fece descrivere da varj scienziati quel paese incognito; rifondò le Università di Cagliari e Sassari, donde uscirono valentuomini, sebbene sarebbero ite meglio allo scopo le scuole popolari. Si moltiplicarono progetti di miglioramenti, de’ quali svanivano i più anche per mancanza di capitali. Sistemata l’amministrazione municipale, si riordinò l’antica istituzione de’ monti granatici, che davano a prestito ai poveri contadini le piccole somme occorrenti a lavorare i campi; e per dotarli si obbligarono i villani ad opere gratuite, per le quali alcuni nuovi terreni furono messi a frutto. Si diminuirono gli asili e le immunità, si fecero ponti, si asciugarono stagni; si apriva stamperia reale a Cagliari, e il re approvò coloro che manifestavano verità, le quali da alcuni erano denunziate come riottose.
Molti, e specialmente l’Angioi, il Cossu, il vicerè Thaon di Sant’Andrea, introducevano il cotone e l’indaco, moltiplicavano i gelsi e gli ulivi, come le razze di cavalli e le pecore. Francesco Gemelli d’Orta gesuita, nel Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento della sua agricoltura (1796), gli esempj accoppiando ai precetti, paragonava l’antica prosperità di quell’isola col deperimento a cui riducevanla la comunione o quasi comunione delle terre. Perocchè in paese di sì variata ubertà, può dirsi non esista proprietà stabile, dovendosi lasciar i campi aperti acciocchè vi pascolino le greggie; una porzione può prendersi a fitto dal Comune, e cingerla di siepe secca e seminarla, ma per un anno solo, rimettendola dopo il raccolto a pabarile, cioè a pascolo. Non dunque cascine, non stalle, non scorte, non concimi; il contadino non s’affeziona alla terra che cambia ogni anno: condizione antichissima e che, per quanto combattuta ai nostri giorni, non potrà esser divelta dalle radici finchè il commercio non abbia acquistato prevalenza tra un popolo che vi pare chiamato dalla posizione, e non somministri all’agricoltura i capitali che le sono indispensabili per trarre frutto adeguato a tanta feracità.
Anche in Savoja il re abolì le servitù appartenenti al dominio regio, e cercò indurvi pure i signori per un determinato compenso; e poco profittando dalla spontanea redenzione, la rese obbligatoria (1771), dovendo lo svincolato pagare ventitrè volte la rendita; e si trovò che questi aggravj feudali sommavano a più di dieci milioni di lire.
In Piemonte Maurizio Solera, vedendo non strade, non ponti, non manifatture, scarso il numerario, scurante il Governo, pensò rimediarvi aumentando il denaro per mezzo d’una carta moneta emessa da un banco, che così porgerebbe e al Governo i mezzi di grandi imprese, e al privato agevolezza ai miglioramenti. Piacque al re, spiacque al ministro delle finanze, e fu messo in tacere. Giambattista Vasco di Mondovì proclamò (verità allora nuove) non convenisse incatenar le arti in corporazioni, nè alle manifatture interporre ordini amministrativi; non fissar il prezzo del pane o l’interesse del denaro; e per impedire l’accumularsi dei beni proponeva d’abolire il diritto di testare: Spirito Robilant (-1801), dopo combattuto nelle guerre della metà del secolo, fu mandato in Germania a conoscere lo scavo delle miniere e le saline, e ne fu fatto ispettore in Piemonte, dove aprì scuola di mineralogia e docimastica; regolò la zecca; successe come primo ingegnere al conte Pinto, che aveva fabbricato i forti di Tortona e della Brunetta.
Carlo Emanuele non se la diceva coi riformatori filosofi, pure lasciò stampare le Rivoluzioni d’Italia del Denina, benchè disapprovate dalla censura, e a chi tacciava questo di novità rispose: — Amo più gl’ingegni moderni che i vecchi pedanti»; come diceva che il metodo migliore di studj è scegliere buoni maestri e lasciare che insegnino a modo loro[161]; adottava quel che gli paresse il meglio, ma sempre rifuggiva dal metter il martello nel vecchio edifizio; ceppi altrove infranti, qui ribadivansi; Lagrangia, Denina, Berthollet, Bodoni dovettero cercare altr’aria che la patria, «come se nel paese natio di qualche uggia malefica temessero» (Botta); Alfieri si nojava d’un «paese anfibio, con Governo e corte francese, costumi e credenze italiane», e dove non si ode parlare che del re.