Vittorio Amedeo III, arrivando al trono (1773) di quarantasette anni malissimo intalentato contro i ministri di suo padre, li congedò, e prima di tutti il Bogino e il cardinale delle Lanze, chinevole alle pretensioni romane[162]. Il popolo si empì della solita speranza di larghezza maggiore: nè il re aborriva dalle innovazioni, ma smaniato d’imitare Federico II di Prussia, in piena pace vagheggiava soldati e fortezze, onde esausti i dodici milioni lasciati dal padre, diroccò le finanze, e rinvigorì l’aristocrazia già superba e imperiosa coll’ammettere soli nobili ad uffiziali. Finì il porto di Nizza, la quale raddoppiossi d’estensione e d’abitanti; abolì i pedaggi in Savoja, ricostrusse il palazzo di Ciamberì, abbellì i bagni d’Aix; frenò l’Arve e il Rodano, e fabbricò Carouge a fianco a Ginevra; a Torino provvide molte fabbriche, l’osservatorio, i cenotafj, l’illuminazione; all’accademia delle Scienze, fondazione privata di Lagrangia, Saluzzo e Cigna, diede stato, e in dote i beni di badie secolarizzate; approvò una Società agraria; migliorò le strade, di cui nel 1770 erasi pubblicato il piano; condusse canali irrigui; vietò di sepellire in chiesa e, per consiglio di Gerdil, l’andare all’Università di Pavia, focolajo di giansenismo, benchè nella torinese lasciasse insinuare insegnamenti di quel colore.

Colla caduta del Bogino precipitò la Sardegna; dei quattrocensedicimila abitanti a cui era cresciuta, trentatremila diminuirono; vi si rinnovarono con orribile frequenza i delitti: l’abolizione de’ Gesuiti tolse collaboratori attivissimi all’educazione dell’isola: se il re protestava non volere diversità nel trattamento dei suoi sudditi di qua e di là del mare, e soccorreva nelle carestie ai bisogni di chi gli chiedesse, però un’amministrazione che crede aver fatto assai se non peggiora, lasciava sottentrare il languore e corrompere la giustizia; vi si mandavano nelle cariche i giovani nobili che le demeritassero in Piemonte; i vicerè or negligevano, or precipitavano riforme senza gran fermezza nell’attuarle, e con quel fare soldatesco, che poco s’impaccia della regolarità nè sempre della giustizia.

Il re legò nuova parentela coi Borboni, sposando (1775) egli una figlia di Filippo V, e dando a suo figlio madama Clotilde sorella di Luigi XVI[163]; nella qual occasione spese due milioni, oltre due altri datigli da quel re, a’ cui fratelli maritò due sue figliuole. Così venivasi consolidando questa monarchia, la sola che non abbia sofferto rivoluzioni e cambiamenti di dinastia.

Ora portiamo gli sguardi alla nuova, piantatasi all’estremità meridionale. Il primogenito di Carlo III essendo imbecille, restava designato (1759) successore al trono di Spagna il secondogenito, talchè delle Due Sicilie diveniva re il terzogenito Ferdinando, fanciullo di non nove anni mentre erasi stabilita ai sedici la maggiorità[164]. Il Tanucci (pag. 201) fu lasciato da Carlo per correggente al re fanciullo, e facilmente prevalse agli altri, vecchi e volenterosi di far nulla; e come informato delle intenzioni di Carlo, fingendo operare a suggerimento di lui, dominò ad arbitrio, e dispose le cose di maniera che Ferdinando non potesse più se non seguire la traccia segnatagli. Secondo il filosofismo corrente, Tanucci voleva fiaccare l’aristocrazia e il papato, ma sconobbe la crescente potenza del terzo stato. Migliorare l’esercito, incoraggire le arti, l’agricoltura, cercare la suddivisione de’ possessi, aprire porti, strade, canali, moderare la regia prerogativa non pensò; altro spediente di finanza non seppe che il gravar le dogane, e spesso mescolavasi delle decisioni de’ tribunali. Essendo arrestati molti Franchimuratori, fece mettere in accusa don Gennaro Pallanti capo di rota, che li avea fatti prendere. Nella carestia del 1764 mandò severissimi bandi contro i monopolisti e gli usuraj nemici de’ poveri, col che esasperò la plebe fin a trarla a tumulti, che poi represse colle forche; sicchè tra di fame e di supplizj molti perirono, mentre bastò che i mercanti forestieri sapessero quel caso per accorrere e farvi rifluire il grano. Come un uomo sì mediocre acquistasse tanta rinomanza[165] non potrebbe spiegarselo chi non conoscesse che allora il coraggio riponeasi nel contraffare ai preti, e che con ciò appunto il Tanucci si accaparrò i dispensieri della fama.

Ferdinando veniva su robusto e ignorante, fra compagni forzosi, a giuochi atletici, alla caccia, per la quale si estesero le già ampie bandite e si comminò la tortura a chi le violasse; e i giornali riferivano dì per dì quante bestie avess’egli ucciso. Acquistò così que’ gusti che in sessantacinque anni di regno non l’abbandonarono; aborrimento dallo scrivere, fin ad escludere i calamaj dal consiglio di Stato, e far da altri apporre la sua firma; gelosia di chi sapeva; trivialità di gusti e di maniere repugnanti alla dignità del suo grado. Troppo sincero per nascondere i proprj difetti, giocava alla lotta e al pallone in pubblico, e una volta fece cogliere un onorevole abate che a quel giuoco assisteva, e sobbalzare sopra una coperta tenuta pei quattro capi; qualche volta al palchetto del teatro affacciavasi con un piatto di maccheroni; pescava presso Posilipo, poi vendeva egli stesso i pesci, e batteali sul ceffo a chi esibisse troppo poco o non desse il denaro prima di riceverli; talvolta comparve da bettoliere servendo agli avveniticci; e i lazzaroni profittavano di quella libertà per dirgli e villanie e verità: ed applaudivano al re lazzarone.

È importante il guardar questo Giano dalle due faccie: una da grossolano dabbene, come parve ai nostri padri; una da mentitore sanguinario qual lo esecrò il nostro secolo, perchè anch’egli ebbe a fare in prima con un popolo sonnolento, poi con uno frenetico; e perchè anche allora i liberali, quantunque meno cianciassero di nazionalità, l’odio svolgeano da lui per concentrarlo sopra un’austriaca.

Imperocchè Maria Teresa, che considerava sempre il regno di Napoli come usurpato a casa sua, volle almeno tenervi una mano maritando a quel re sua figlia Carolina, col patto espresso che, appena madre, entrerebbe nel consiglio di Stato; e così innestava anche nel Napoletano la politica austriaca, che reggeva omai tutta Italia, tranne il Piemonte. Carolina insegnò a leggere e a scrivere a suo marito, il quale perciò la chiamava sempre maestra, e le avea rispetto più che amore; un rispetto però che non escludeva gli schiaffi. Essa tollerava, ma sapea scegliere i momenti d’indolenza per proporgli ciò che desiderasse; e Ferdinando stizziva, pestava i piedi, ma infine sottoscriveva, poi andava a consolarsi alla caccia. Alle sue guardie egli confidava tutto, fin i diverbj colla moglie; ma neppure con questa sapea tacer nulla, sicchè esponeva alle vendette chi gliene avesse sparlato. Eppur non era male che di lei non si dicesse, fin a supporre che bistrattasse i figliuoli, acciocchè morendo, come avvenne del principe reale, la corona ricadesse in causa d’Austria. Imperiosa per naturale, per le materne insinuazioni, per imitazione de’ fratelli, voleva disgiunger il re dalla Corte di Madrid e dal patto di famiglia; laonde il circondò d’uomini nuovi, ligi all’Austria, e rimosse il Tanucci, il quale dopo avere, si può dire, regnato quarantatre anni, si ritirò in campagna coi soliti umori degli scaduti, e poco sopravvisse. È sua lode il non aver lasciato ricchezze.

La regina fece surrogargli il marchese della Sambuca (1776), propenso agl’interessi austriaci; mentre lo spirito del Tanucci e l’avversione di esso alla santa Sede furono ereditati da Carlo di Marco con maggior cautela. Carolina non volea mostrarsi dissenziente dai fratelli Giuseppe e Leopoldo nell’avversare i papi; Ferdinando la secondava, ed essendosi assegnati ventiquattro scudi d’un’abazia laicale per comprare l’abito ad uno che entrava domenicano, egli sul dispaccio scrisse di proprio pugno: — Non voglio si butti denaro per fare un frataccio»[166]. Si abolirono alcuni conventi, agli altri si proibì di dipendere da forestieri; i vescovi concedessero le dispense, non chiedessero le bolle da Roma, ma si facessero istituire da altri vescovi; non che badare alle conciliazioni proposte da Pio VI per mezzo del cardinale Buoncompagni, fu mandato via il nunzio per aver rimproverato ad un vescovo alcuni eccessi di giurisdizione.

Il Tanucci, intento ad osteggiare i preti, poco avea badato alle armi; pure il principe di San Severo propose un nuovo sistema di tattica, Giuseppe Palmieri scrisse l’Arte della guerra, e Alfonso de Luna lo Spirito della guerra e altri trattati, lodati da Federico II di Prussia. Questo re avea messo di moda gli eserciti, sicchè anche Napoli volle averne di terra e di mare. A tal uopo si chiamò da Toscana Giovanni Acton cavaliere inglese, il quale, glorioso di recenti vittorie sugli Algerini, gagliardo, bello, condiscendente, carico di titoli, pensò ingrazianirsi la regina ch’era tutto, e per tal via divenne capo del gabinetto, maresciallo di campo, generale; e attento solo a far fortuna e andar a verso ai regnanti, poco pratico del governo, trascurante d’un paese non suo, eccitò dappoi tanto scontento, quante speranze sulle prime.

Voltosi a riordinare l’esercito, vi abolì i privilegi; la guardia del corpo affidò a granatieri al modo austriaco; licenziò gli Svizzeri capitolati; gli Spagnuoli, Irlandesi e Fiamminghi restrinse in due reggimenti; conservò il reggimento reale di Greci, con aggiungervi un battaglione di cacciatori albanesi; spedì fuori uffiziali per apprendere i migliori usi; stabilì due accademie pei corpi facoltativi; chiamò di Francia e Svizzera uffiziali istruttori pel genio, la marina, l’arsenale, il Salis grigione per l’esercito, il francese Pommereuil per l’artiglieria; e piantò a Capua un campo d’istruzione. Ma tutti quei forestieri voleano far riforme costose e non necessarie, menavan seco persone da collocare ne’ gradi, invano sperati cogli onorevoli servigi dai paesani.