Maggior attenzione volse Acton e ingenti spese ad allestire vascelli di linea, flotta che cagionò gravi imbarazzi facendo figurar il regno come potenza marittima, mentre sarebbonsi dovuti preferire legni sottili per le comunicazioni colla Sicilia, e per impedire che gli sciabechi barbareschi infestassero le coste: anzi alle navi mercantili non si consentì d’avere cannoni come le inglesi. Intanto faceano guerra alle strade i masnadieri[167], sicchè il Governo era ridotto a raccomandare ai viandanti di andar in carovane: alla costa i Barbareschi, benchè i re, a titolo di guerreggiarli, si fossero fatta cedere dal papa la crociata, cioè l’indulto del mangiar grasso, che rendea cenventiduemila ducati. Avendo il Tanucci popolata Ustica, isola dove costoro ricoveravano, essi portarono via anche i coloni.

I ministri si proposero di emendar il paese, ma mescolarono provvedimenti buoni e sinistri. Si favorì il dissodamento dei terreni, abitaronsi isole deserte, s’istituì il regio archivio, e una custodia delle ipoteche. Per opera di Michele Jorio, dottissimo nelle leggi e nella storia, si preparò un codice di commercio e marittimo, ma rimase in progetto. La prammatica del 1774 pose qualche freno ai curiali, peste del paese; sbandita l’autorità degl’interpreti e commentatori, ordinossi ai giudici di non decidere che sovra un testo preciso della legge, e di pubblicar i motivi delle sentenze coi punti di fatto e di diritto; la discussione delle prove e l’esame de’ testimonj si facessero in presenza dell’accusato e dei difensori; però si conservarono la tortura e la ferocia contro i borsajuoli; a chi leggea Voltaire, tre anni di galera; sei mesi di carcere a chi la Gazzetta di Firenze. Fu riformata l’Accademia Borbonica, ma presidente doveva esserne il maggiordomo di Corte, e gli accademici ordinarj erano eletti «dal supremo arbitrio del re nella sublime nobiltà»[168].

Gli abitanti di Torre del Greco, sempre minacciati dal Vesuvio, eransi buttati arditissimi alla pesca del corallo, facendo stupire coll’audacia e coi guadagni: ma quando il Governo volle brigarsene e regolarli col Codice corallino, quell’industria intisichì. Il tribunale delle grasce, che arbitrariamente esaminava le merci al confine pontifizio, impedendo l’uscita d’ogni annona, del bestiame, della moneta, e punendo a capriccio i trasgressori; le servitù del pascolo invernale (regj stucchi), che avvinceano l’Abruzzo marittimo a segno che nè si poteano assiepar le terre nè metter a biade o piantarle d’alberi, furono tolte pei richiami di Melchior Delfico, che propose anche lo svincolo de’ possessi feudali, uniformità di pesi, di misure, di giustizia: ma non si seppe render uniforme l’amministrazione comunale, nè sottrarla ai feudatarj; della generale mancava un centro; e quelle che oggi sono attribuzioni del ministro degl’interni, andavano ripartite fra gli altri ministri[169].

Peggio stava la Sicilia, amministrata a foggia di provincia, eludendo le sue franchigie, lasciandovi dominare la feudalità, negligendovi la coltivazione, e caricandola d’imposte. Maggiore v’era il numero de’ feudi, attesochè, per privilegio di re Martino passavano a tutti i rami ed anche alle donne, non ricadendo al re nè estinguendosi. I beni poi erano impacciati dalla soggiogazione; e non potendosi venderli a causa dei vincoli fedecommessi, vi s’imponeano usure, doti per le figlie, assegni pei cadetti, che assorbivano fin metà e più della rendita. Il principe di Butera pagava per interessi quarantamila onze l’anno, trentaquattromila Paternò, ventiduemila Terranova, undicimila Trabía, mentre aveano gl’impacci d’una complicatissima amministrazione.

Masnade di banditi infestavano la campagna, e di tre numerose era capo un Testalunga da Pietraporzia che impediva ogni traffico e guastava l’agricoltura, finchè fu preso. Oltre proibire l’asportazione del grano se ne faceano vasti magazzini con un capitale apposta (colonna frumentaria) per comprarne al bisogno: eppure frequenti rinnovavansi le carestie. Il marchese Fogliano, vicerè lodato dagli adulatori, avea concesso al genovese Gazzini d’estrarre grano; e il popolo, attribuendo a ciò il caro sopravvenuto, tumultuò finchè ottenne si eleggesse pretore Cesare Gaetani, principe di Cassaro. Ma questo cade gravemente malato, e il popolo ne imputa il vicerè; fa devozioni tumultuose, e quante ha reliquie venerate porta fin alla casa del malato (1773), preci alternando a minacce. Come poi egli morì, cercò dare il sacco al banco e al tesoro, e dietro a un Giuseppe Pizzo arse la casa del Gazzini, prese i cannoni delle navi in porto, liberò i criminali, e voltosi sul palazzo, avrebbe trucidato il vicerè se l’arcivescovo Filangieri non l’avesse ajutato a trafugarsi a Messina. L’ottagenario generale Caraffa col rigore, e più il Filangieri colla bontà sopirono il tumulto: il parlamento raccolto a Cefalù, espose le lagnanze e i bisogni del paese, norma alle future riforme. Il Fogliano venne destituito; sangue non fu sparso che ne’ supplizj; i bastioni di Palermo venduti o demoliti.

Nel 1781 v’andò vicerè Domenico Caracciolo (1715-89) marchese di Villamarina. Era egli stato ambasciadore in Inghilterra, ma presto si stancò d’un paese «ove non c’è di pulito che l’acciajo, ed ove si scommette di tutto». A Parigi legossi colla società brillante, e con Diderot, D’Alembert, Garat e simili; e se Luigi XV chiedeagli se facesse l’amore, rispondea: — No, sire; lo compro bell’e fatto». Marmontel così lo ritraeva: — Al primo vederlo avea l’aria grossa e massiccia d’un ignorante; ma appena parlasse, i suoi occhi s’animavano, e ne scoppiettavano scintille; l’arguzia, la vivacità, l’originalità del suo pensare, la naturalezza dell’espressione, la grazia del ridere davano alla sua bruttezza un carattere amabile, ingegnoso, interessante. Poco esercitato nella nostra favella, ma eloquente nella sua, quando gli mancasse la parola francese prendeva dall’italiana i termini, i giri arditi e pittoreschi; e animavala sì bene col gesto napoletano, che può dirsi avesse lo spirito fin in cima alle dita. Avea studiato gli uomini, ma da politico anzichè da moralista satirico: con molta dottrina e un modo amabile e arguto di produrla, era un eccellent’uomo, e tutti ne ambivano l’amicizia».

In quella compagnia imbevutosi delle idee novatrici, s’ingegnò introdurle in Sicilia senza sobrietà, e con quella violenza che non soffre contraddizione. Consigliato e spesso moderato dal napoletano Saverio Simonetti, sopì le gare secolari tra paese e paese; tolse il Sant’Uffizio, le comandate de’ contadini, le immunità de’ baroni, aprendo il campo agli angariati di reclamare colla fiducia di vedersi sostenuti[170]; riordinò il parlamento in modo che la deputazione del regno, la quale negl’intervalli delle chiamate vigilava all’esecuzione dei suoi decreti, non si componesse di soli baroni, ma vi si unissero quattro ecclesiastici e quattro deputati delle città regie; tolse il mero e misto imperio a quei baroni che non potessero mostrare i titoli scritti; non partecipassero alla nomina de’ magistrati municipali, nè all’amministrazione de’ fondi comunali; sicchè, diceva egli, non s’avesse a riconoscere altro che re e popolo. La scuola da cui usciva il facea vantare sè, sbeffare i depressi, vilipendere la pubblica opinione; non sofferse che gli artigiani portassero le spade, riservate ai gentiluomini; fece levare i busti, posti dalle città a benemeriti magistrati, quasi fosse municipalismo; derideva la devozione alla Lettera e a santa Rosalia, e il voto sanguinario dell’Immacolata, mentre bazzicava ballerine e cantatrici; e chiamata una compagnia francese invitò i vescovi a vederla. Favoriva anche le spie, turbando il sacrario domestico, e agevolando le calunnie.

A Parigi aveva detto: — Se divengo ministro di Napoli, saprò ben io emanciparla dal gran mufti di Roma»; eppure divenuto ministro, conchiuse un concordato col papa, stipulando che ogni nuovo re offrirebbe a San Pietro cinquecentomila ducati d’argento; al papa apparterrebbe il conferire i benefizj minori, ma non li darebbe che a nazionali; a lui lo scegliere i vescovi fra tre proposte dal re, e il dare le dispense matrimoniali; l’omaggio della chinea però cesserebbe, nè il regno si qualificherebbe più vassallo della santa Sede. In conseguenza il Caracciolo fu denigrato come compro dai preti e dai fanatici: poi quando udì la presa della Bastiglia di Parigi, egli novatore, egli nemico della feudalità, accorossene tanto che morì.

Da sventure eternamente memorabili fu travagliato il regno. Nel 1716 Palermo fu sobbalzata dal tremuoto; nel 27, dopo lungo eruttare del Vesuvio, si versò su Napoli una tal pioggia che allagò le case, ingorgò gli acquedotti, svelse piante, dilavò i colli; poi i tremuoti si rinnovarono spesso, e specialmente nel 31 a Foggia che rimase tutta lacerata e sepolte da tremila persone, a Barletta, a Bari, a Napoli; nell’anno seguente, a Napoli ancora e in Terra di Lavoro. L’eruzione del Vesuvio nel 79 lasciò un fiero sgomento negli animi; e perchè lo crescevano le tante descrizioni e immagini che se ne pubblicavano tuttodì, il Galiani volle ripararvi con un opuscolo, intitolato Spaventosissima descrizione dello spaventoso spavento che ci spaventò tutti colla eruzione degli 8 agosto del corrente anno, ma (per grazia di Dio) durò poco; di Onofrio Galeota poeta e filosofo all’impronto. Si ridacchiò, e gli animi ne acquistarono tranquillità.

Già nel 43 la peste aveva tolto trentaquattromila abitanti a Messina, poi il tremuoto scassinate di recente le case: quando nel febbrajo dell’83, cominciò a sentirsi l’aria pesante, turbata da strani rumori, e gli animali agitarsi d’irrequietudine inesplicabile; più forte e irregolare la marea, e più vorticose Scilla e Cariddi. Poi il suolo a tremolare, finchè sul mezzogiorno del 5 si scosse spaventosamente, or ondulando, or sussultando, or abbassandosi, or urtando di traverso, or roteando come spinto a turbine. Alla romba incessante ben tosto si unirono il rovinío delle case, l’urlo degli abitanti, l’incendio appiccatosi alle diroccanti fabbriche, e alimentato da una bufera, che spirando a turbo levava in aria i mobili e le scalcinate pietre. Il mare gonfiatosi si rovesciò nel porto, e di fango e d’alga empì la panchetta del teatro marittimo.