La scossa si rinnovò ai 7, ai 26, ai 28 di quel mese, poi ai 28 del seguente. Allora principalmente fu sovversa la Calabria, ove la terra apertasi ingojò uomini, castelli, paesi; il mare sollevato lavò gran tratto delle coste; villaggi interi rimasero sobbissati presso ad altri che neppure ne sentirono; tempj maestosi, robuste rôcche scomparvero: alcuni, scampati alla prima, sprofondavansi a una nuova scossa; le persone o le cose che jeri erano state inghiottite, domani venivano rigettate dalle voragini, che or fanghiglia eruttavano, or acqua schietta; talora si racchiudevano, poi con iato si aprivano, e fu volta che ingojarono i lavoratori, o interchiusero le gambe de’ passeggieri che rimanevano a mezzo sepolti: dal mare veniva assorto chi sfuggiva alla terra; torrenti e fiumi si perdettero o cambiarono corso; i pozzi disseccarono, miseria nuova: e riffoli di vento, mugghi di tuono prolungato accompagnavano quell’universale sovvertimento. Lungo tempo padri e sposi vedeansi faticare attorno alle travi e alle pietre sotto cui giacevano i loro cari, e supplicare invano d’ajuto i passeggieri, o sbalorditi, o ciascuno delle proprie perdite occupato: altrove già perduta la speranza, si scavava per trovare se non altro le care reliquie. Madri sepolte coi loro figliuoli, e fattesi per lunga pezza archi a sostenere le crollanti muraglie; bestie divenute salvezza dell’uomo nel cercare la propria; diuturne fami durate; cadaveri antichi sbalzati su per sovrapporsi agli ancor tepidi; miracoli, voti di pellegrinaggi, di lunghi digiuni, di perpetue astinenze, pietosissimi atti di carità, malvagissimi di cupidigia, di ferocia, di libidine, e bande assassine che accorrevano a rapire ricchezze, a speculare sull’ajuto prestato o negato, a coprire nuovi delitti sotto la specie del pubblico flagello, resero memorabilissimo quel disastro, descritto poi con pietà e con scienza.
Nello sgomberare si capiva che i più non erano soccombuti al crollo, ma sopravvissuti a sorbire il dolore, l’aspettazione, la fame, e strazio più incomportabile, la sete. Bruciavansi cataste di cadaveri man mano ch’erano scoperti, acciocchè maggiormente non infettassero l’aria; ristoppavansi gli spalancati sepolcri; e quei che camparono più non risero, più non ebbero gioja. Si noverano precipitate ducento fra città e villaggi, sessantamila Calabresi periti: a Messina da ottocento rimasero vittime; gli altri fuggiti all’aperto, si trovarono senza tetto, senza vesti, senza cibo; beato chi potesse foggiarsi una capanna da selvaggio!
Perdute le scorte di grani, di vini, d’olj, guaste le fontane, rotte le strade, le campagne coperte di macerie, la fame e le malattie sviluppatesi fra gente esposta alle intemperie e alle necessità sopraggiunsero ad esacerbare il disastro. I vicini non portavano soccorsi per paura de’ morbi, l’avidità esercitava inumane speculazioni, un fiero egoismo dominava, e una compiacenza insultante nell’egualità de’ patimenti. I soldati delle compagnie provinciali furono adoprati a sbrattare i terreni, e renderli di nuovo coltivabili: pure nè la buona volontà del Governo, nè la pietà di ecclesiastici e di baroni riuscivano pari a tante miserie; malattie contagiose si ostinavano, un denso nebbione ingombrò quelle parti e le circonvicine; temeasi rinnovato il disastro, non vedendosi perchè venuto, perchè cessato. Quel lungo tremare sull’avvenire svogliava d’ogni lavoro presente; lasciato ogni riguardo, moltiplicaronsi i parti illegittimi; andarono repentinamente sovvertite le fortune per ricchezze perite o per eredità accumulate, per terre isterilite o date, per documenti perduti, per servigi caramente prestati, per la cessazione de’ lavori intrapresi; ne seguirono l’interruzione delle speculazioni, il deviamento delle aspettative, un’infinità di accattoni che o veramente avevano sofferto o il fingevano; e l’aspetto e il dissotterramento e il racconto insistente di tante miserie le aumentavano.
Non sapea darsene pace il re; del che Carolina rimproverandolo, — Che faresti (gli diceva) se perdessi un figlio? — Perdere tutta la mia famiglia avrei preferito alla ruina di quelle provincie: tante migliaja d’uomini non sono anch’essi miei figliuoli?» egli rispose. Il popolo gli seppe grado di quella pietà, e del molto denaro che mandò, sebbene soggiungesse che il ministro Pignatelli se l’usurpò, lasciando morire sessantamila persone di fame. Così ogni calamità vuole una vittima su cui svelenirsi.
Il re e la regina fecero poi un viaggio di pompa e curiosità per la Toscana, a Genova, a Torino, spendendo un milione di ducati, che sarebbero stati opportuno ristoro alla Calabria. Ferdinando vi portava un desiderio d’imparare e un’ingenuità nel confessare la propria ignoranza, che lo rendevano interessante ai filosofi, i quali gli trovavano e carattere e buon senso, e ne facevano raffaccio alla vanità di Giuseppe II e del granduca Leopoldo, sentenziatori arguti e spacciatori di degnità filosofiche. Leopoldo un giorno fece una predica a Ferdinando sulle dottrine economiche, sul modo d’educare i suoi popoli al lavoro; e Ferdinando ascoltatolo, gli chiese in aria di lazzarone: — Dimmi, dottore, hai tu molti Napoletani a servire ne’ tuoi Stati? — Non uno. — Or bene, dottor mio, molte migliaja di Toscani stanno nel mio regno e nella mia casa: vi sarebbero se tu gli avessi istruiti a guadagnarsi il pane in casa?» E vedendo l’aria contegnosa e scontenta dei sudditi di Leopoldo, soggiungeva: — Non ci capisco un’acca. Tu sai tante cose; tu leggi sempre, i tuoi sudditi fanno altrettanto; eppure guarda che musi lunghi! Io non so nulla, io non ragiono di nulla; e il mio popolo è sempre in festa. Ben so che anche Firenze era allegra al tempo de’ Medici. Credimi: governali un po’ meno; la tua dottrina li secca». E a Giuseppe II che ricantavagli sempre ben del popolo, amor del popolo, disse: — Già già; capisco la differenza che corre fra te e me: quand’io mi posi in viaggio, dovetti quasi rapirmi al mio popolo; i tuoi sudditi sono beati quando tu sei lontano. Eppure io mangio, bevo, dormo, e non mi do tante scede pel capo. Piglia anche tu un po’ di riposo, e lasciane pigliare agli altri».
Ferdinando, non trovando alcun paese più bello del suo, tornò più sprezzante degli altrui, e più restìo alle innovazioni. Solo in Lombardia avendo veduto le pingui cascine, volle farne sperimento nel suo paese, e sul colle di San Leucio presso Caserta fondò una colonia di trentuna famiglie, cui foggiò come Stato indipendente, con leggi e milizia propria e governo a comune. Nella bizzarra costituzione che vi diede, metteva perfetta eguaglianza; vietato il lusso; aboliti i testamenti e le doti; libera la scelta ne’ matrimonj, festeggiati pubblicamente e dal re provveduti; gratuite ed eguali le esequie e senza vesti di corrotto; tutti i fanciulli siano inoculati, tutti abbiano scuole elementari. L’adunanza dei capicasa nomini per palle secrete i seniori annui, che concordino o giudichino le contese, puniscano correzionalmente le mancanze, vigilino all’adempimento delle leggi.
Quei che si segnano d’orrore al nome di repubblica, non isdegnino d’uno sguardo questo costoso trastullo repubblicano di un re, che almeno potè fare contenti alcuni; oltre che in quella libertà, sebbene intesa a rovescio, prosperò la coltura della seta, e s’introdussero telai di gros, che ancora non perdette di credito.
Ma non con idilj poteano spingersi e dirigersi i miglioramenti; e il nembo offuscandosi dissipava i regj sogni, come le filosofiche utopie.
CAPITOLO CLXIX. Le repubbliche. Lucca. Genova. La Corsica.
Fra l’assetto principesco dato all’Italia, appena rimaneva più posto alle repubbliche; nelle quali sole conservava legale importanza l’aristocrazia, percossa dal vento democratico per mano dei re.