Lucca, disturbata qualche volta dal passaggio delle truppe, si crogiolava nella sua piccolezza, e tra sempre più ristretto numero di famiglie di cittadinanza originaria concentrava l’autorità sovrana. Queste, da ducenventiquattro ch’erano alla chiusa del libro d’oro nel 1628, trovandosi nel 1787 ridotte a sole ottantotto, fu preso il partito che sommassero almeno a novanta, oltre dieci di nobili personali, che sottentravano alle antiche estinte. Nel 1711 erasi proibito ai cittadini originarj di sposare persone inferiori, «poichè la giustizia non consente che chi è destinato a governare altri possa avvilupparsi in modo, da meritare il disprezzo di chi deve stargli sottoposto»; e attesochè una tale «viltà, denigrando la riputazione delle famiglie particolari, ne rimane in qualche modo offuscato anche il decoro di tutto l’ordine», stabiliva che, chi la commettesse, fosse digradato, eccettuandone solo que’ matrimonj che «sebbene al primo aspetto appariscano vili e indecenti, non siano poi in effetto tali o per ragioni di grosse doti, o speranza ben fondata di crediti considerevoli»[171].

Un gonfaloniere, eletto a vicenda fra i tre quartieri della città, governava con anziani, risedendo la sovranità nel gran consiglio di cenventiquattro membri annuali, ma che quasi sempre rieleggevansi gli stessi; e la scarsezza dei nobili facea che tutti a ventitre anni potessero entrarvi. Nelle numerose magistrature, che duravano solo due mesi, la gente acquistava attitudine agli affari; la giustizia era resa da forestieri, sottoposti alla pubblica vendetta quando scadevano, benchè in quasi due secoli non siasi trovato di doverne punire alcuno.

I nobili, così severi ad escludere ogn’altro, seppero mettere freni a se stessi; chi di loro trafficava, foss’anche il gonfaloniere, subiva i pesi e i dazj comuni; era punito quel che mancasse di riguardi ad un inferiore; il plebeo offeso citava il nobile al tribunale dell’osservanza, che lo puniva con almeno tre giorni di detenzione. I Buonvicini, i Lucchesini, i Santini, i Guinigi, i Controni, i Bernardi, gli Orsetti, i Garzoni, i Montecatini, gli Orsucci passavano pei più ricchi; ma v’aveva de’ non nobili altrettanto arricchiti col commercio, e a cui dovea pesare viepiù l’esclusione del governo.

Su tutti vegliava il discolato, che, simile alla censura romana od all’ostracismo ateniese, tutelava l’ombrosa libertà: perchè, se qualche cittadino nobile o popolano sormontasse per ricchezza o merito, i senatori ne vergavano s’una polizza il nome, e quando venticinque concordassero, egli teneasi discolato, e mandavasi a confine. Quest’inquisizione ripetuta ogni due mesi, che puniva non la colpa ma la possibilità della colpa, col sospetto scemava la franchezza del conversare, e induceva gran riserbo ne’ costumi e a rimpiattarsi nella mediocrità, come ottenne da poi la stampa sfrenata.

Faceansi leggi suntuarie di minutissima severità[172], e ancora nel 1748, «per impedire l’estrazione del denaro dallo Stato», fu proibito all’ordine nobile «ogni abito che di color nero non fosse, sì a’ maschi che alle femmine, fossero pure in festa di nozze e sposi all’altare»; vietati tutti i drappi forestieri; calze, nastri, guernimenti o che che fosse lavorato fuori di paese; chi n’avesse, potea solo portarli alla campagna finchè durassero. La prammatica fu ripetuta nel 62, pena il discolato pei nobili, e cinquanta scudi di multa al sarto che avesse cucito stoffe forestiere.

Eppure l’industria era scaduta, o piuttosto gli stranieri l’aveano sorpassata; e salve le seterie e la carta, poc’altro s’offriva ad asportare. Ma i Lucchesi andavano a lavorare i campi de’ Romani, le marniere senesi, le selve e le maremme sarde, a vendere figurine, o a trafficare in grande per tornare arricchiti in patria. Quivi sino alla vetta dei monti aveano spinto la coltura, favorita dalla suddivisione; e de’ loro odj conservarono il vanto. Sobrj del resto, laboriosi, amanti la patria, questa piaceansi magnificare, ai pochi stranieri che vi capitassero mostrando que’ loro spalti, quell’arsenale, quelle antichità; prodigando cortesie ed esibizioni, assai più larghe dell’effetto: e uno spirito forte si burlava di vederli tutti, al mezzogiorno e alle ventiquattro, cavarsi il cappello e recitare l’Angelus.

E per verità, quegli aristocratici reggevano senza larghe vedute nè politica arguzia e a modo d’una casa; ma questo era male? A tal fine teneano magazzini ben provvisti di vino, olio, formaggio, orzo, segale, avena, lenti, castagne, ceci, in modo che i prezzi mai non incarissero di troppo; e se una famiglia o un villaggio fosse colpito dal disastro, la soccorreano come faceano anche per le seminagioni, a titolo però di prestito biennale; e conoscendosi tutti, non era facile restar ingannati. A chi trafficasse di seta, prestavasi un capitale a tenuissimo interesse, purchè assicurato su beni fondi o da qualche mallevadore; e chi volesse denaro, bastava deponesse un ballotto di seta o di stoffa. E non v’era debito pubblico, e i signori dicevano — Bisogna fare star bene il vulgo perchè ci possa soccorrere»; e moderato chi comandava, docile chi obbediva, tiravasi innanzi in una quietudine da idilio. Il secolo nostro facilmente la deride: provi a raggiungerla.

Genova, povera di territorio e perciò obbligata all’attività, alla quale era proposto premio non solo l’acquisto delle ricchezze, ma il libro d’oro, sempre aperto ai doviziosi, aveva acquistato onore colla nobile difesa contro gli Austriaci (pag. 152); ma sentivasi insidiata dal Piemonte non solo, ma anche dall’Impero, che pretesseva antiche ragioni di sovranità su paesi della Riviera, i quali poteano e minacciare l’indipendenza di Genova, e offrire accesso per mare ai paesi mediterranei del Piemonte e della Lombardia. Tal era la piccola città di San Remo nella Riviera di ponente. Francia ne sostenne sempre l’indipendenza, e la garantì Luigi XV nel trattato d’Aquisgrana; ma nel 1753 i Genovesi, tenendosi insultati nel loro rappresentante, colle armi la obbligarono a sottomettersi. Giuseppe II s’invogliò d’averla, e la dichiarò feudo imperiale; ma Genova interpose reclamo, e il ministro francese la appoggiò, sicchè l’imperatore fu costretto recedere.

Morbo e vitupero di Genova era da un pezzo la Corsica. Quegli isolani verso il Mille avevano costituita municipalmente la Terra del Comune, divisa in valli e distretti, formanti una pieve, e ogni pieve in parrocchie, aventi ciascuna un podestà annuale, assistito da padri del Comune, i quali nominavano un caporale che facea da tribuno del popolo; e i podestà eleggevano un consiglio di dodici cittadini con autorità legislativa.

Ma contro al popolo stavano i baroni, e la lotta incessante abituò alle armi e alla fierezza. Quello chiese protezione al marchese Malaspina di Toscana, ed egli sbarcato vi restituì qualche ordine, e collocò l’isola sotto la supremazia del papa, che v’istituì sei vescovi, suffraganei a Pisa, la quale allora appunto vi avea preso signoria. Ma questa le fu tosto disputata dai Genovesi, che poi l’ebbero intera, e la governarono alla peggio. Per reprimere i baroni che non cessavano la guerra fra loro e le prepotenze sui Comuni, armarono i popolani, dando il diritto a diciotto famiglie caporali di fare soldati per resistervi, stipendiati da Genova. Ebbero così organizzata la guerra civile, e se le case baronali perirono quasi tutte, i caporali sottentrarono alle loro arroganze; ricorrendo chi al papa, chi agli Aragonesi, chi ai Genovesi, che tutti vantavano pretensioni diverse alla sovranità dell’isola, la quale continuò ad essere insanguinata dalla rabbia civile. Per togliersi a un disordine senza pari, i popoli si sottomisero spontanei al banco di San Giorgio di Genova, sperandone migliori condizioni che dalla repubblica, e traendone intanto denari. Secondo i patti, ai baroni doveano conservarsi i titoli e i diritti, eccetto quello di sangue; stesse l’alto dominio della santa Sede, libero il traffico del sale, giustizia a tutti, protezione dagli esterni assalti.