Ma la pace non venne; e il banco, governandoli con avidità mercantesca, smungeva i Cismontani, e faticava per sottomettere l’Oltremonti che professava ancora fedeltà agli Aragonesi; finchè repressi i baroni, e per ultima la casa di Leca, ebbe anche quel paese dove fondò Ajaccio. Ma ecco la famiglia Della Rôcca erigersi centro de’ malcontenti; e quando fu vinta, San Giorgio pretese non dover più osservare i patti, come a gente ribelle e soggiogata, e oppresse in pace quei che si erano straziati fin allora in guerra, e che mancavano d’ordinamenti civili da opporre agli aristocratici arbitrj di Genova.
Sampiero, nato oscuramente il 1501 a Bastelica tra le aspre montagne che dominano Ajaccio, militò nelle fazioni e nelle guerre italiche d’allora, meritò la stima di Bajardo e di Francesco I pel valore impetuoso, e ottenne in patria la mano della bella Vanina, ereditiera della casa d’Ornano. Un affronto fattogli dai Genovesi lo irrita contro questi tiranni della sua patria; e poichè Enrico II preparavasi a osteggiare nel Mediterraneo Carlo V, gli propone di assaltare la Corsica e toglierla ai Genovesi, alleati con questo. In fatto il maresciallo di Thermes comandante la flotta, e il turco Dragut vi sbarcano, e secondati dai paesani, uccidono e cacciano i Genovesi, adoprandovi la forza, il tradimento e la barbarie turca. Sola ormai Calvi resisteva, sorretta da Cosmo de’ Medici e da Andrea Doria, che di ottantasei anni vi menò la flotta (1559) coll’altro famoso capitano marchese Spinola. Sampiero, nel rallentamento de’ Francesi, sostenne la guerra finchè, per la pace di Castel-Cambresis, la Corsica fu abbandonata dai Francesi, e restituita al banco di San Giorgio. Questo colpì d’un’imposta l’isola, già ridotta in miseria; poi a tradimento incarcerò i più risentiti, producendo pessimi umori.
Il Sampiero non aveva accettato il perdono, e andò girando ovunque sperasse trovar un nemico di Genova, a Caterina Medici in Francia, al Barbarossa bey di Algeri, al gransignore Solimano che guardava i Genovesi come irreconciliabili nemici. Genova lo seguiva d’occhio attento, e non potendo colpir lui, trasse da Marsiglia la Vanina sua moglie dandole speranza di recuperar il feudo d’Ornano pe’ suoi figli, allor vaganti pel mondo. Ma Sampiero li prevenne, e giunto ov’ella era, la strangolò. Non ajutato dai Francesi, pure confidando nell’universale scontentezza, con quarantacinque uomini sbarcò in Corsica (1564) e la sommosse, con coraggio e ferocia trionfò, e ne esibì la sovranità a Cosmo granduca, il quale non volle intrigarsene. Sampiero, robusto, intelligente, inaccessibile alle voluttà, non davasi requie a cercar soccorsi e amici; guerriero non secondo a nessuno, possedeva anche buone idee di governo; pensava rinvigorire le antiche istituzioni municipali, far della Corsica una potenza marittima come erano Malta e le barbaresche. Intanto Stefano Doria, venuto con quattromila mercenarj tedeschi e italiani, diffondeva l’incendio e la strage; il patriotismo lottava colle passioni personali, onde la guerra civile mescolava la ferocia con tradimenti infami. Perocchè il Doria avea giurato non importargli l’obbrobrio della posterità purchè ricuperasse l’isola a’ Genovesi, i quali, comprati quanti odiavano o invidiavano il Sampiero, assalitolo nella valle di Cavro, l’uccisero (1565) di sessantanove anni.
Ne esultò Genova, se ne desolarono i suoi, che però dissero, — Gli schiavi piangono, i liberi si vendicano»; e in fatto ne prese il luogo Alfonso, suo figlio diciottenne, che dalla madre chiamossi d’Ornano: ma dopo due anni sentendosi spossato, procacciò un accomodamento; e capitolato, andò con trecento compagni in Francia, dov’era stato allevato, e dove primeggiò combattendo gli Ugonotti; poi ebbe fin titolo di maresciallo da Enrico IV e il governo della Linguadoca[173].
Giorgio Doria, venuto governatore in Corsica, pubblicò perdonanza generale (1669); e l’isola, che tuttavia ripeteva, «Piuttosto i Turchi che i Genovesi», dovette rodere il freno: ma invece del banco di San Giorgio, fu sottomessa alla repubblica, che la trattò come vinta. Vi cambiava ogni due anni gli uffiziali; cioè un governatore generale e capitano con autorità di sangue, e assistito da un fiscale; e luogotenenti a Calvi, Algajola, San Fiorenzo, Ajaccio, Sartena, Bonifazio, Vico, Cervione, Corte, per rendere giustizia. All’uscire subivano tutti il sindacato sotto sei persone, genovesi o côrse indistintamente, di cui tre erano popolani, tre della nobiltà. Presso al governatore risedevano dodici Cismontani e sei Oltremontani eletti dalle città principali; i Comuni si amministravano liberamente, eleggendo il podestà e i sindaci e anziani comunali. Ma tutto era guasto dall’imperfettissima giustizia. I nobili genovesi, cui erano riservati gl’impieghi, vi venivano senza conoscerne le leggi, ma avidi di guadagnare meglio che gli esigui stipendj, e rifarsi così di quanto aveano speso pel broglio; e il governatore biennale di Bastía, di potenza illimitata nella civile e nella militare amministrazione, oltre un grosso stipendio, riceveva il mantenimento dal paese, il venticinque per cento delle ammende e confische; potea condannare a galera o a morte per sola convinzione propria, senza formar processo, e sospendere ad arbitrio un’inquisizione criminale; a gara abusavano pure l’avvocato fiscale, il mastro di cerimonie, il secretario generale; una catena di corruzioni riduceva la giustizia ad impegni e ad un traffico lucroso. Il diritto di grazia n’era un titolo principale, vendendosi non solo perdoni e salvocondotti pei commessi, ma fino impunità per delitti da commettersi. Vero è che sedeva a Genova un oratore côrso, e diciotto nobili isolani consigliavano il governatore; ma è conseguenza fatale delle tirannie il divezzare dall’opposizione legale per avventurare nella irosa.
I Côrsi erano ricchi d’ingegno e di vivacità, come sogliono i mezzo inciviliti; operosi, massimamente allora che il bisogno li spingesse fuor di patria. Avvezzi da bambini alla sobrietà, all’agilità, alla pazienza, sopportano le fatiche senza stancarsi, il dolore senza lagnarsi: hanno per ricchezza poche castagne e qualche capra, l’acqua per nutrimento, per veste ruvido panno tessuto dalle loro donne colla nera lana de’ loro armenti. Barbosi, sucidi, selvaggi in vista, taciturni, superbi, sono implacabili alle vendette, covandole per anni e tramandandole per generazioni. Gli uomini, ricevuto un affronto, lasciano crescersi la barba finchè non l’abbiano riparato; le case mutansi in fortezze, s’abbarrano le porte, muransi le finestre, lasciando appena una feritoja; e mentre e donne e vecchi escono al lavoro e alle faccende, gli uomini stanno disposti a dare o a respingere la morte. Gli abiti insanguinati dell’ucciso si conservano per esporli ad opportuna occasione. Di rado si rompono le nimicizie senza dichiararle, e senza fissar il tempo in cui le ostilità cominceranno. Tutta la parentela e interi villaggi vi prendono parte; e le torri pei ricchi, le macchie pei vulgari sono covaccioli d’assassini, ai quali l’opinione applica il sigillo d’onore; nè cessano finchè il sangue non abbia lavato il sangue[174].
Quanto dell’armi, son passionati del canto. Alle esequie tutto va in caracolli e vóceri, come chiamano le nenie che fansi sul cadavere, sia per celebrarne il merito, sia per invocarne la vendetta: alle nozze accompagnano e spiegano ogni cerimonia col canto, il vestire e velar della sposa, il moversi di casa, il giunger in chiesa, il levarle il velo, poi le danze del domani e del terzo giorno, quando la sposa colle parenti e le amiche va alla fonte, e attinge in una brocca nuova, e nella fonte getta minuzzoli di pane e cose mangerecce: nelle serenate alternano canzoni e spari di fucile, siccome nelle canzoni mescolano il tenero e il feroce, la devozione e il misfatto. Anche gli altri divertimenti tengono del fiero, come sono, oltre la caccia, il fermare col laccio corsojo cavalli e tori correnti, e la moresca, dove sin ducento uomini con armadura all’antica e spada e pugnale rappresentano qualche antico fatto, non sempre senza sangue[175].
Insieme sono ospitali, cupidi di libertà, bisognosi di lottare, se non altro per giuoco; lieti al pericolo, perseveranti alla prova, tutti buoni a combattere quando occorra: tanto avea torto Genova d’escluderli dalle armi. In patria infingardiscono senza lettere nè arti, fin a chiamare i Sardi a coltivar le loro vigne, gli ulivi, le ubertosissime arnie, mentr’essi accidiosi guardano que’ prezzolati, e costringere le donne a fatiche, mentre essi baldanzeggiano alla caccia e alla bettola. Eppure molti in Toscana e nello Stato romano andavano a tentare culture felici; alcuni procacciando in negozj nelle Indie, in America e altrove, salirono in ricchezza per vie diverse, tra i quali uno, al tempo dello storico Filippini, era divenuto il maggior ricco di tutta cristianità per mercadante privato. Di Corsica pure nacquero segretarj di Stato, legati a latere, cardinali, vicerè, comandanti, e nella capanna affumicata del povero tu ritrovi effigie di vescovi e di colonnelli della famiglia. Un Côrso difese Brescia dall’imperatore Massimiliano; un Côrso salvò ad Enrico IV Marsiglia; un Côrso co’ suoi consigli ridà la corona all’imperatore del Marocco; Lazzaro di Bastía rinnegato côrso fu bey d’Algeri; una Côrsa rapita dai pirati divenne prima moglie all’imperatore di Marocco.
Un tale misto di qualità, tanto avanzo di primitivo, tanto sentimento della personalità che altrove va perduta, tante virtù parche e austere degeneranti in implacabili rancori, rendevano viepiù difficile il governarli; e l’odio che li traeva a scannarsi fra loro concentravano contro i Genovesi, alla cui servitù mai non si erano piegati; da fanciulli abituavansi ad esecrarli; i trastulli puerili erano riotte fra Genovesi e Côrsi; consideravasi merito l’uccidere qualche Genovese che fosse così imprudente da avventurarsi solo nel paese, e altrettanto i Genovesi dell’uccider un Côrso vantavansi come d’uccidere una fiera. Gl’isolani più volte insorsero, coll’armi protestando dei patti mal tenuti e della crescente oppressione: ma i Genovesi, o dirò meglio gli oligarchi guardavanli tra paura e disprezzo; a guisa di coloni pensavano a usufruttarli, non mai a educarli, con un governo abjettamente corrotto e duramente irritante.
A prevenire le quasi annuali rivolte, Genova pubblicava statuti fierissimi; morte a chi procacci l’offesa di qualsiasi agente della repubblica, o venga all’atto prossimo d’offenderlo; morte a chi mandi o riceva qualsivoglia oggetto da un ribelle, o gli parli, fosse anche il padre col figlio, o non riveli le macchinazioni, anche solo congetturate; fin i trapassati si perseguitavano e i loro figliuoli. Queste ire incancrenite e la manifesta parzialità verso i compatrioti, costrinsero ad escluder i Côrsi dalle magistrature; il che fu un esasperarli viepiù contro i Genovesi.