L’esazione delle tasse porgea rinascenti occasioni di scandali, come il divieto dell’armi, che fu fatto nel 1715 perchè ogn’anno commetteansi più di mille assassinj, e ventottomila nei trentadue anni della dominazione genovese. Quando l’odio è così profondo tra governati e governanti, ogni partito riesce alla peggio, ogni rimedio torna in veleno. Genova prestò denaro ai proprietarj affinchè potessero ridur a frutto le loro terre, e i Comuni ne stavano garanti; ma nè quelli se ne prevalsero, e questi citati al rimborso strillarono come di nuova esazione.
Così preparavasi un cumulo di ire, che sanguinosamente proruppero (1729). Nell’occasione che gli esattori andavano attorno a riscuotere le tasse, s’appicca rissa per pochi quattrini, per qualche mobile oppignorato: un Cardone di Bastelica arrestato dai dazieri, comincia a gridare contro l’avidità genovese, passa a numerare i vecchi torti, i diuturni oltraggi; è ascoltato, echeggiato; le armi, più care perchè proibite, si traggono da’ nascondigli; i corni risuonano per le montagne; le campane di Cismonti rispondono a martello a quelle d’Oltremonti; Felice Pinelli allora governatore spiega quel vigore, che chiamasi disopportuno quando non raggiunge l’effetto. Sbigottita dall’estendersi dell’incendio, Genova manda patti amichevoli, ma gli animi stavano in quella gonfiezza, ove ogni proposizione si battezza di paura e aumenta il coraggio; non si vuole, non si domanda altro partito che l’indipendenza. I sollevati, toltisi a capo Andrea Ciaccaldi Colonna e Luigi Giafferi, intrepidi patrioti, respinsero i Genovesi ch’erano venuti per domar colla forza, e adunati a corte, si diedero governo nuovo: una consulta di teologi, interrogata se fosse peccato sottrarsi a Genova violatrice de’ loro privilegi, rispose di no, allegando Suarez e san Tommaso, e rinfiancandosi cogli esempj degli Ebrei contro Roboamo, de’ Romani contro Tarquinio, degl’Inglesi contro re Carlo, de’ Castigliani, de’ Portoghesi, de’ Fiamminghi, degli Svizzeri. Il papa, invocato dai Côrsi come antico sovrano di tutte le isole, procura ridurli ad accordi; ma Genova lo taccia di parteggiare pei ribelli. La colonia di Greci che, ricoverati a Paomia, vi fiorivano d’industria, e conservavano fede a Genova ospite loro, sono assaliti dagli insorgenti; li respingono con valor grande; ma sopraffatti dal numero, si ritirano ad Ajaccio, mentre i Côrsi ne svelgono le vigne, gli oliveti, gli alberi, le abitazioni, tornando a deserto un paese, la cui gratissima cultura facea raffaccio alla loro negligenza.
Che un pugno di gente povera ardisse domandar ragione alla sua sovrana naturale, facea dispetto a Genova; e vedendo che Inghilterra e Francia mandavano celatamente soccorsi agl’insorgenti, ricorse all’imperatore Carlo d’Austria. Questo, temendo non qualche potenza marittima si prevalesse dell’insurrezione per impadronirsi dell’isola importantissima in mezzo al Mediterraneo, v’inviò ottomila soldati sotto il generale Wachtendock (1731), e seimila quattrocento sotto il principe di Würtenberg; e uniti con Genovesi e con Côrsi fedeli, comandati da Camillo Doria, formavano un esercito formidabile, che sulle prime sconfisse gl’insorgenti[176], e ne emulò le devastazioni e le crudeltà.
I Côrsi, come deve ogni popolo sollevato, appigliaronsi alla guerra di bande, cui danno opportunità meravigliosa i loro monti, la sobrietà, l’abitudine della caccia; sicchè d’altro non aveano bisogno che di castagne e palle; mentre i Tedeschi, sotto insolito clima e in guerra irregolare e per causa estrania, venivano meno. Fioccavano intanto manifesti ed esortazioni ai popoli e ai re, che si contentavano di mostrar simpatie; ai Côrsi abitanti di fuori intonavano, lasciassero via le penne e le cetre, e venissero a pigliar il fucile; intanto procacciavano ogni mezzo di difesa, e fidando in Dio e nel popolo, affrontavano l’apparato avversario, sempre più formidabile. Nè mancarono di prosperi successi, e fin mille nemici uccisero in un sol fatto; onde Carlo assunse aria di conciliatore, e giacchè diffidavano dei perdoni di Genova, fidassero alla nota lealtà austriaca. Appena però assicurati di larghe condizioni, deposero le armi (1732), l’Austria consegna il Giafferi, il Ciaccaldi, il pievano Aitelli e il segretario Rafaelli a Genova; infamia del Würtenberg e del Wachtendock, al quale Genova regalò una spada e una canna d’India coll’elsa e col pomo d’oro, e una fornitura di bottoni di diamanti che costava duecento e chi disse fin cinquecentomila scudi. Allora si pubblica nuova amnistia, e una forma di governo più larga ma non garantita ed illusoria. I quattro capi, ottenuta la liberazione col rassegnarsi alle scuse, portarono attorno la loro abilità e l’ira contro di Genova; altri dall’Inghilterra mal accolti, passarono in Irlanda, in Germania, in Egitto, alla Martinica, a Seilan: alla loro abilità aprendo così campo più largo la sventura, e rendendo nota la piccola isola al mondo.
Neppur mancati i capi sbollì lo sdegno ne’ Côrsi: smaniati di vendicarsi, omai risoluti all’indipendenza, eressero il capo, e per non ricadere sotto la genovese dominazione, si esibirono alla Spagna; ma questa era occupata ad acquistar Napoli, nè trovava decoroso il dar mano a ribelli. Ed essi, sperando far da sè, proclamarono una legge del regno e della repubblica di Corsica (1734), elessero protettrice l’Immacolata Concetta, primati del regno il reduce Giafferi, Ciaccaldi e Giacinto Paoli. Nel comune intento della liberazione, gli odj di paese risolsero in eroica emulazione. I Rossi e i Neri, due famiglie numerose e potenti della pieve di Casacconi, vivevano in nimicizia da più d’un secolo, e molti delle due parti erano caduti sotto la privata vendetta; nè il Giafferi, nè la interposizione di potenti, nè le preghiere di curati, nè la miseria che logorava i due partiti avea posto modo alle stragi. Ma quando i due capiparte furono chiamati a giurar fede alla repubblica, le loro destre sul libro sacro s’incontrano, si stringono; promettono oblìo del passato, e non usar le armi che in difesa della patria; e sempre si videro uniti, prestarsi reciprocamente soccorso[177].
Ma contro dei tre primati si sollevava la gelosia dei piccoli ambiziosi, che spassionavansi collo spargere i sospetti, solito deleterio delle sollevazioni popolari. I Genovesi, che manteneansi tuttavia nelle terre murate, intercettavano gl’invii di sale e di provvisioni da bocca e da guerra, come l’uscita delle derrate, ricchezza dell’isola; presero a soldo Svizzeri e Grigioni; perdonarono a malfattori e banditi che si arrolassero contro la Corsica, e che vi compirono d’ogni sorta barbarie; pure non riuscirono a soffogar l’incendio, per quanto il commissario Rivarola instancabilmente adoperasse e i mezzi pacifici e i guerreschi.
Qui un bizzarro accidente. Teodoro, barone di Neuhoff, nobile westfaliano nato in Francia, infervorato dalla lettura di Plutarco a un’ambizione irrefrenabile, gettossi alle avventure. Giovinetto combattè col romanzesco Carlo XII; partecipò alla trama di Görtz per abbassare l’Inghilterra, poi ai divisamenti dell’Alberoni per rialzare la Spagna; era stato adoprato dagli Austriaci nel tentato sbarco in Inghilterra; da Law nella sua banca, donde vide i tesori accumularsi e dileguare con magica rapidità. Mandato a Firenze come residente per Carlo VI, vi trovò alcuni Côrsi che avea conosciuti mentre stava per debiti prigione in Genova, e che allora faceano il solito uffizio de’ fuorusciti, mestare alla liberazione della patria, e credere che a ciò potessero condurre i mezzi più avventati. Facilmente s’indussero a prenderlo come capo, ed egli vi s’accinse caldamente. Chiesti invano sussidj a varie Corti, ricorre a due uomini di somma intrepidezza; Ragoczy principe transilvano, che era stato a un punto di sottrarre all’Austria il suo paese; e l’avventuriero conte di Banneval, che col nome di Acmet bascià era divenuto potente presso il sultano Mahmud: e combinano un gran disegno per sovvoltare tutta Europa. Falliscono; ma Teodoro, sostenuto in secreto dalla Porta e palesemente dal bey di Tunisi, ottiene da questo un vascello, dieci cannoni, quattromila fucili e diecimila zecchini. Così preceduto, con larghissime promesse arriva in Corsica. Quarant’anni, bella e maestosa presenza, facile parola, atteggiamenti nobili, vestire bizzarro tra spagnuolo e turco, con vestone scarlatto alla orientale, zazzera alla francese, spada alla spagnuola, canna d’India alla mano; dietrogli cappellano, segretario, staffieri, mori, tutti con piume, pistole, sciabole come gli eroi delle insurrezioni: e così alletta le facili fantasie de’ Côrsi. Già si arrogava i titoli di lord della Gran Bretagna, pari di Francia, principe dell’Impero, grande di Spagna, ma per trattare colle corone bisognavagli quello di re; onde è accolto fra le grida di Viva Teodoro re di Corsica e di Capraja; non essendovene d’oro, gli è messa in capo una corona di fronde; e portato in ispalla dai principali, e seguito da venticinquemila abitanti, scorre trionfalmente il paese, rimprovera, incoraggia, spiega quelle idee diplomatiche, politiche, finanziarie, che pajono profonde a chi non n’ha veruna. I primati che non speravano farsi obbedire dai compaesani, confidarono l’otterrebbe quest’incognito; onde il favorirono, e di fatto le fazioni sono represse, due capipopolo impiccati, stabilita la guardia nazionale. Ed egli intitolatosi «Teodoro I, per la grazia della santissima Trinità, e per l’elezione dei varj e gloriosissimi liberatori e padri della patria, re di Corsica» battè moneta[178], nominò un consiglio di ventiquattro membri, e maresciallo il Giafferi, tesoriere Giacinto Paoli, guardasigilli l’avvocato Costa, con quanta serietà mai facesse qualsifosse altro avventuriero più furtunato; fece riviste, regalò scarpe al vulgo, zecchini ai soldati. Ito di là dai monti, ove abitavano i nobili, vi è festeggiato altrettanto; centinaja di gentiluomini, gli Ornano, i Rôcca, i Leca, gli Istria corrongli incontro; ed egli istituisce l’ordine della Liberazione, e in pochi giorni vi sono ascritti quattrocento cavalieri, ciascun de’ quali deponeva mille scudi d’oro, assicurato del dieci per cento.
Con questi mezzi preparavasi a far guerra ardita ai Genovesi. I monopolisti dell’opinione annunziarono al mondo che egli era adorato dagl’isolani; il popolo trionfava di vittorie che già credeva immancabili; quei che non credevansi vulgo fantasticavano su quest’ignoto, persuadendosi fosse un gran capitale, mandato chi dicea dall’Inghilterra, chi dalla Spagna, fors’anche dal papa, benchè venuto con Maomettani; del suo Ordine molti pagavano a buoni contanti il brevetto, anche forestieri, anche protestanti per quel titolo d’illustrissimo e di eccellenza; molti compravano da lui il grado di marchesi, conti, baroni, a non dire i marescialli, i colonnelli, i capitani, tanti che sarebbero bastati a un Napoleone. Guai a chi, in simili casi, vuol richiamare al buon senso! I Genovesi dapprima stettero peritanti, dubitandolo turcimanno di qualche gran potentato, dappoi lo presero in celia, beffavano la sua povertà, contraffacevano que’ suoi proclami, mescolati di bonarietà tedesca e d’enfasi francese: ma egli prendeva sul serio il nome di re, e volea farlo rispettare quanto si può senza soldi nè soldati.
Ma per quanto e’ fosse sempre a cavallo, e si facesse arrivare grossi dispacci dal continente, e coi telescopj dalla spiaggia speculasse se le navi amiche giungessero, nulla s’avanzava pei deserti del mare; i Côrsi tornavano a uccidersi fra loro, oltre quelli ch’erano uccisi dai Genovesi; le campagne rimanevano incolte, sciopero il popolo; alcuni col nome d’Indifferenti pensavano ad assicurare la libertà della patria, anzichè aderire a sua maestà, la quale li dichiarò ribelli; nè le premure dell’instancabile Giafferi bastavano a tener la calma.
Dissipato il poco denaro e le prime illusioni, disonoratosi colla menzogna e colle crudeltà onde ricambiò le crudeltà de’ Genovesi contro i prigionieri, re Teodoro propose d’andare a chiedere soccorsi ai re suoi alleati. Sbarcato incognito a Livorno, e non ottenuto che il gran duca lo riconoscesse, errò da Napoli a Roma, poi ad Amsterdam, dove arrestato per debiti, con promessa di vantaggi di commercio in un’isola tanto ben situata indusse una compagnia di negozianti ebrei a redimerlo, e a dargli cinque milioni, con cui formò una flottiglia con ventisette cannoni, molti fucili e polvere e lance e bombe, e tornò e ridestò ne’ Côrsi la risoluzione di difendersi, manifestando alle nazioni come la «felicità della loro isola richiede d’essere governata da un sovrano, il quale non possedendo altri Stati, ponga a questo tutte le attenzioni, e aprendo i porti a tutte le nazioni estere con perfetta neutralità, vi conduca l’abbondanza».