I Genovesi, che avevano già contratto con San Giorgio il debito di tre milioni, vedendosi a un pelo di perdere l’isola, sapendo che un acquisto fatto con armi forestiere è disonorevole non men che pericoloso, trattarono di sussidj con Francia, la quale temendo che Inghilterra o Spagna non vi ponessero addosso le mani, prese accordi con Vienna (1737), e a largo prezzo comprò truppe che andassero a rimettere l’ordine. I Côrsi anche allora non sapevano darsi pace che la Francia, non nemica, non offesa, ajutasse gli aggressori, anzichè gli oppressi; e sebbene i savj consigliassero a rassegnarsi, quelli, cui giovava il comandare, risolsero di repudiar le larghe condizioni che Genova offriva, e di resistere fino all’ultimo sangue; e subito ogni villaggio ebbe la sua compagnia, ogni pieve il suo battaglione, ogni provincia il suo campo, e tutti d’ogni età e sesso e paese accorsero a respingere gl’indegni ausiliarj. Ma re Teodoro, abbandonato da tutti e disperato della sua causa, errò per le montagne, poi fuggì a Londra. I Côrsi resistettero ancora, e alle proposizioni di Genova e di Francia rispondevano: — Anzichè vivere infelicissimi, torremo di morire con gloria, non lasciando ai posteri la servitù, e come i Macabei, esclamando, Meglio è perir in guerra che vedere gli strazj del popol nostro». Pure furono costretti a piegar la cervice; Giafferi e Paoli vanno profughi sul continente (1739); il generale francese Maillebois severo e giusto, oltre vincere, seppe pacificare e impedire le riazioni de’ Genovesi. Ma appena egli fu richiamato, terribili vendette seguirono, e fatti che l’amor di patria mascherava di gloriosi, e che come tali erano vantati dallo spirito liberale che andavasi svolgendo in Europa, e che dà sempre ragione ai rivoltosi e alle cause soccombute. Rinnovatasi la sollevazione, Teodoro accorse ad avviarla: ma tra via dubitò che il capitano della nave, per ingrazianirsi i Genovesi, volesse farlo saltare in aria; e nottetempo avendolo trovato che allestiva miccie, lo fece impiccare all’antenna. Ogni prestigio però era svanito, i Côrsi non badarono alle munizioni che recava e ai proclami che spandeva, ond’egli tornò in Inghilterra. I Francesi risero di lui; l’Europa tutta ne’ versi del Casti e nella musica di Paisiello ne fece beffe; gl’Inglesi no; ed Orazio Walpole scrisse eloquenti pagine a suo favore; il celebre attore Garrick consacrò a vantaggio di esso una serata, sicchè potette vivere oscuro ma libero; e ancora il suo epitafio (1656 11 xbre) rammenta come Fortuna gli diede un regno e gli negò un tozzo. Del resto, per chi non creda al diritto divino delle dinastie, era egli più ridicolo di quel Carlo Eduardo pretendente, che nel 1745 sbarcò per conquistare l’Inghilterra con ducentomila lire, duemila fucili e seimila sciabole, e che pure rimase in cavalleresca venerazione?
Genova parve voler rimettere l’ordine, giacchè pubblicò l’amnistia, e propose vescovi d’Aleria e di Nebbio due Côrsi, il che da un secolo non erasi fatto. Ma quando i soldati francesi sono richiamati per combattere nella guerra della successione austriaca, Saverio Matra e il vecchio Giafferi, in cui pareva rivivere l’anima del Sampiero, tornano a mettere in fuoco l’isola; il re di Sardegna e Maria Teresa, allora ostili a Genova, vi soffiano, prendono in tutela i rivoltosi, mandano armi, e adoprano gl’intrighi d’un conte Domenico Rivarola côrso, nemico della patria a servizio del re di Piemonte, e che sostenuto dall’Inghilterra alleata di questo, snida i Genovesi (1745), e sarebbesi assodata l’indipendenza se avessero saputo reprimere gli odj e le gelosie fra i tre capi, che invece sfogavansi in guerra civile. Giafferi, rimasto solo al comando, valse a rassettare, e dava ordine al governo, civiltà al paese, quando cadde assassinato per opera d’un suo proprio fratello, e ogni cosa tornò a soqquadro, pur ostinandosi i Côrsi alla difesa.
Giacinto Paoli, caldo patrioto rifuggito a Napoli, vi educava il proprio figlio Pasquale con finezze letterarie e con esempi di virtù semplicemente generosa e accortamente ardita. Già addestrato nelle guerre della Calabria, esso il mandò a fare il suo dovere, cioè a combattere per la patria: e Pasquale, approdato in Corsica (1735) non colle spavalderie di re Teodoro, ma con modesta fermezza e nobile semplicità, e meritato la confidenza ed il comando supremo, insinua coi detti e coll’esempio che «colla libertà tutto si può soffrire, e a tutto si può trovare riparo»; guida felicemente la guerra, mentre sa frenare col boja e coi missionarj una nazione, la cui storia è una sequela di rivolte.
Saverio Matra, offeso del vedersi posposto al giovine Paoli, egli vecchio e discendente da caporali, eccitò guerra civile sposando la parte di Genova, capitanandone le armi, e spargendo sospetti contro del Paoli; ma perì combattendo. Capi d’insorgenti vittoriosi non è difficile trovarne: rarissimi invece quei che sappiano sistemare l’obbedienza, e tale fu Paoli. Quando venne nominato generale, suo fratello Clemente fece mettere i vetri alla povera loro casa in Strella presso Marosaglia; ma Paoli li spezzò dicendo: — Non voglio vivere come un conte, ma come gli altri contadini». Scrivendo a suo padre, il chiamava sempre signor mio; e già da alcuni anni comandava all’isola quando per lettera gli chiese qualche posata d’argento; e Giacinto gli rispose che Solimano granturco le usava di legno, tagliate da lui stesso. Su un conto del calzolajo, Paoli notava di diffalcarne il valore del tomajo, perchè era suo. A ragione diceva di stimare più Guglielmo Penn fondatore della Pensilvania, che non Alessandro Magno conquistatore dell’Asia. Preferiva a ogni altra lettura il libro de’ Macabei, che dipinge la resistenza di que’ generosi alla tirannia; e stupiva e fremeva quando gente sensata chiamasse ribelli i suoi Côrsi. Destro a tenere vivo l’entusiasmo senza lasciarlo trascendere, devoto sì che mai non ometteva le preghiere e anche nella mischia col fucile portava il rosario, riuscì a introdurre la concordia là dove mai non era allignata, e mostrare che quella nazione è capace non solo di vendetta ma e di generosità.
Nella costituzione che le diede, si tenne poteri grandissimi, necessarj credendoli in istato nuovo. Nè era essa un ricalco di forestiere, ma dedotta dalla comunale che descrivemmo, e stabilita su que’ suoi canoni che la podestà deriva dal popolo; che le leggi hanno unico fine il bene del maggior numero; e che il Governo deve operare al cospetto di tutti. Ogni parrocchiano era elettore sotto la presidenza del podestà; ogni mille anime mandavano un deputato all’assemblea generale, unica sovrana, e che votava le imposte, la guerra, le leggi: dall’assemblea generale traevasi il consiglio supremo, d’un membro per ciascuna delle nove provincie, e che aveva il potere esecutivo, la diplomazia, la sicurezza pubblica, e poteva opporre il veto ai decreti dell’assemblea generale: tutti i membri erano responsali, e il presidente faceva anche da generale, ma nulla poteva senza il parere d’essi consiglieri. Cinque sindaci scorrevano le provincie per raccogliere i reclami contro gl’impiegati e vegliare sugli esattori. Il generale poteva istituire nelle provincie un governo militare, ma i membri di esso dovevano subire il sindacato.
Paoli aborriva le truppe stanziali, arma del despotismo, non della libertà, soggiungendo che «il popolo non deve lodare il valore del tale o tal altro reggimento, ma bensì la ferma risoluzione di questo o quel Comune, il sacrifizio della tal famiglia, il coraggio del tal cittadino». Quindi ogni Côrso dai sedici ai sessant’anni doveva essere soldato; ciascun Comune levava una o più compagnie, ciascuna pieve aveva un campo sotto un generale; ogni quindici giorni cambiavasi il servizio, e nella stessa compagnia cercavasi raccogliere i parenti, pel qual modo quei d’una pieve e d’una famiglia impegnavansi viepiù a mantenerne l’onore e la salute, e le antiche nimistà municipali mutavansi in gare di prodezza. Non ricevevano paga se non il tempo che passavano sotto le armi, e i villaggi li provvedevano di pane. Solo per necessità della guerra formò un piccolo corpo regolare che presidiasse le fortezze. Quando aveva prefisso una spedizione, Paoli scriveva ai ministri di ciascuna provincia, gli mandassero il tal numero d’uomini; e subito era obbedito. Diede estrema attenzione all’industria, all’agricoltura; fece piantare ulivi e castani, seminare granoturco; non neglesse la coltura intellettuale, trascurata dai Genovesi, e fece porre scuole, massime dal clero, e aprì l’Università a Corte.
Non lasciossi accecare dalla moda in guisa, da non sentire l’importanza della santa Sede, per quanto allora umiliata; e supplicò il papa togliesse l’isola in protezione, e riparasse ai disordini allignati in quella chiesa durante la guerra civile. Clemente XIII, chiesta invano l’adesione da Genova, mandò un visitatore apostolico: ma la repubblica genovese, esclamando ch’e’ ne violava i diritti e teneva mano con ribelli, spedì navi per impedirlo e una taglia di seimila scudi. Pure il visitatore approdò, all’isola credente recando le benedizioni che confermano le speranze, e molto bene vi operò d’accordo col Paoli; il clero ne attinse coraggio a grandi sacrifizj in pro della patria, nè però il Paoli risparmiava di punire i preti e frati contumaci; diede ricetto anche agli Ebrei, perfino ai Gesuiti, liberalismo allora stupendo.
Non è dunque meraviglia se il Paoli era amato come un padre. E l’isola ormai poteva reggersi senza soccorsi stranieri, lusingavasi di diventare potenza marittima come le antiche di Grecia, viepiù da che facilmente tolse ai Genovesi l’isola di Capraja, possesso un tempo dei Da Mare. Ne restarono ontosi e desolati i Genovesi, e convinti da quarant’anni d’inutili sforzi di non bastare contro la ben ordinata resistenza, chiesero soldati alla Francia, che paurosa di vedere annicchiarvisi gl’Inglesi, ne mandò col conte di Marbœuf (1764). Egli portava anche patti d’accordo; occupò le fortezze, ma usò riguardi agli abitanti; e non era guardato di mal occhio, ma una domanda sola gli si faceva, — Lasciateci indipendenti». Il vessillo di San Giorgio sventolava sulle fortezze di Bastia, San Fiorenzo, Calvi, Algajola, Ajaccio: ma avendo i Genovesi avuto l’ardimento d’accogliere i Gesuiti espulsi di Francia, i Francesi se ne ritirarono, e subito i Côrsi ebbero occupato ogni cosa, eccetto le fortezze.
Ai Genovesi dunque non rimaneva altro partito che cedere i proprj diritti alla Francia. Questa, credendo che tale acquisto la compensasse del perduto Canadà, l’accettò nel trattato di Compiègne (1768 maggio), a titolo di pegno per somme che eranle dovute, ma in realtà dandone in prezzo quaranta milioni di tornesi, e assicurando il dominio della Capraja e de’ possessi in terraferma. All’udire tale baratto Giangiacomo Rosseau prorompeva: — Popolo servilissimo questi Francesi, nemici a chi è in isfortuna; se sapessero che un uomo libero vive all’altro capo del mondo, v’andrebbero pel piacere di sterminarlo».
I Bastiesi esultarono della nuova servitù; ma il vile mercato irritò gli altri Côrsi, che inanimati dal Paoli, s’accinsero a mostrare d’essere uomini, non bestiame vendereccio. Avevano i pochi cannoni portati da re Teodoro, alcuni ripescati dal mare, alcuni comprati col vendere i vezzi muliebri di corallo; ma gli insorgenti devono affidarsi nella carabina e nella bajonetta. Qualche Svizzero, qualche Grigione, e Baschi e Greci e Italiani, e un’intera compagnia prussiana, disertata da Genova, vennero a combattere con loro; e nelle rinnovate prove di stupendo eroismo, s’udirono i nomi dei Saliceti, dei Buttafuoco, dei Buonaparte, dei Murati, degli Abbatucci, d’altri destinati ben presto a sonare tant’alto. Domenico Rivarola andò a combattere per la Corsica, benchè lasciasse due figli nelle mani de’ Genovesi. Gian Pietro Giafferi, assediando la città di Corte, vide sulle mura il proprio figliuolo di quattordici mesi rapitogli con la balia, ed esposto alle palle de’ suoi; eppure egli comandò il fuoco. Clemente, fratello maggiore del Paoli, un de’ migliori condottieri, erasi vestito da frate e dato alla vita contemplativa, pronto ad uscirne ogniqualvolta tornasse bisogno del suo braccio. Con pochi prodi assediato in Furiani, a settemila cannonate e mille bombe genovesi non si dà vinto, e per cinquantasei giorni si sostiene fra le ruine, finchè n’esce vittorioso; poi quando tutto fu finito, si ritirò nel convento toscano di Vallombrosa. Nel campo di Loro, ventun pastori assaltati da ottocento soldati d’Ajaccio, li respingono; ma da altri quattrocento sopravvenuti alle spalle serrati nei paludi, muojono combattendo tutti, tranne uno, che nascosto ne’ cadaveri e lordo di sangue sperava campare la vita. Quando vennero per recidergli il capo, chiese misericordia: ma il commissario, appesigli alla persona sei teschi de’ suoi, lo fece impiccare e squartare.