Armis pauca, dolo plurima, jure nihil.
Scoppiata poi la rivoluzione francese, l’Assemblea nazionale (1789 30 9bre), per proposizione del côrso Saliceti, decretò la Corsica formar parte della Francia; i Côrsi banditi per averla difesa potessero rientrare, colla pienezza dei diritti di cittadini francesi.
Narrati questi eventi, il Pommereuil conchiudeva con questa singolare profezia: — Se è vera l’osservazione che dal seno delle discordie civili nascono gli uomini grandi, dobbiamo aspettarci da quest’isola genj possenti, e grandi conduttori d’eserciti, giacchè le calamità devono avervi fecondato il germe della gloria»[181].
CAPITOLO CLXX. Venezia.
Colla pace di Passarowitz Venezia era stata spogliata della Morea, e ridotta qual rimase fino alla sua caduta. Possedeva il dogado, cioè le isole e i contorni delle lagune; le provincie di terraferma, cioè Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Crema, il Polesine di Rovigo, e la Marca Trevisana che comprendea Feltre, Belluno, il Cadore; al nord del suo golfo il Friuli; a levante l’Istria[182] e la Dalmazia colle isole dipendenti; nell’Albania il territorio di Cattaro, Butrinto, Parga, Prevesa, Vonizza; nel mare Jonio le isole di Corfù e Paxo, Santa Maura, Cefalonia, Teak, Zante, Assò, le Strofadi e Cerigo.
Nel 1722 le anagrafi davano allo Stato quattro milioni e mezzo di anime, la rendita pubblica di sei milioni di ducati[183], e il debito di ventotto milioni. La sovranità spettava al granconsiglio, che componendosi di tutti i patrizj maggiori di venticinque anni, talora salì a mille ducento membri: ducento bastavano per le decisioni ordinarie, ottocento voleansi per le più rilevanti, onde togliere la possibilità di concerti e d’ámbito. Del doge sempre più restringeasi il potere: due pagine erano bastate alla promission ducale di Enrico Dandolo, alle quali aggiungendosi via via sempre maggiori restrizioni, fin pel caso che alcun bisogno l’obbligasse a levarsi dal consiglio[184], ne risultò un grosso volume, com’era quella proposta all’ultimo doge. Tanti riguardi costringevano il principe all’isolamento.
Il governare apparteneva al senato, annualmente eletto dal granconsiglio, e portato a cenventi membri, oltre i magistrati patrizj finchè duravano in carica; l’esecuzione affidavasi alla Signoria, collegio formato dal doge, da sei consiglieri, tre capi della Quarantìa, sedici savj; la giustizia, a quattro tribunali elettivi, tre dei quali componeano la Quarantìa civile, ed uno la criminale, di cui i presidenti sedevano nella Signoria e i membri nel senato. Il ministero pubblico presso queste era sostenuto dagli avogadori. Il consiglio dei Dieci, annuale, esercitava l’alta polizia, e sceglieva dal proprio seno due inquisitori neri e dalla Signoria un rosso, che questo per otto mesi, quelli per un anno, costituivano l’Inquisizione di Stato. Gli esecutori contro le bestemmie vigilavano sulle superstizioni, le stregherie, le rappresentazioni sceniche, proibendo quelle di soggetto sacro. I procuratori di San Marco, prima dignità dopo il doge, gratuiti, e dispensati da ogni altro uffizio se non fosse d’ambascerie a teste coronate, tutelavano la basilica, i poveri, i pupilli, le pie istituzioni e le ultime volontà.
Questi erano a vita come il doge: tutte le altre magistrature erano a tempo, e tante, che il granconsiglio faceva sin nove elezioni per settimana, oltre quelle competenti al senato. I podestà di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Belluno, il luogotenente d’Udine, il provveditor generale di Dalmazia, gli ambasciadori a Roma, Madrid, Vienna, Parigi, il nobile a Pietroburgo aveano tenuissime provviste e arbitrarie gratificazioni, ma se ne faceano scala al baliato di Costantinopoli, che fruttava copiosamente per ricche eventualità, senz’aggravio della repubblica: anche tutte le magistrature portavano tenuissimi stipendj, ma i patrizj le sostenevano senza sparagno per decoro della patria e proprio.
Tra le famiglie nobili veruna distinzione, nè tampoco di primogenitura; non titoli, non abito diverso: pure alcune si assicurarono i posti migliori, e una clientela fra’ patrizj poveri, col che diedero scacco al maggior consiglio deliberante, e trassero al senato la nomina, o almeno la presentazione alle cariche principali; poi dal senato stesso revocarono ogni cosa al collegio, e infine agli inquisitori. Di tal passo un tribunale divenne il governo, mercè di quel suo potere senza limiti nè appello.
Per conservare l’oligarchia si teneva chiuso il libro d’oro, mentre nobili nuovi l’avrebbero arricchita d’altre capacità, di giovinezza operosa e d’idee più franche. Nel 1775 fu riaperto per vent’anni a famiglie anche di terraferma che godessero un’entrata di diecimila ducati e nobiltà di quattro generazioni: ma sei sole concorsero, nè col diploma si dà la tradizione dell’amor patrio e della grandigia. Gli esclusi della nobiltà costituirono un terzo stato di cittadini originarj: il popolo stesso si divise in cittadini e plebe, alla quale non erano permesse che certe professioni e il traffico interno. Ogni sestiere della città avea privilegi e amministrazione propria, e così ciascun’arte, con capi e con distinte giurisdizioni di maggior o minore ampiezza; viluppo che inaspa gli occhi al secol nostro, avvezzo come i pupilli a lasciar far tutto dal babbo.