Come in tutte le oligarchie, frequentavano gli abusi e le malversazioni sull’esercito e nelle finanze: vivissimo il broglio, dove i nobili ricchi accarezzavano i nobili poveri per ottenerne i voti, e questi i ricchi per averne impieghi, protezione, pranzi. Le donne costituivansi mediatrici di questo traffico de’ voti, degl’impieghi, della giustizia; nella quale i cancellieri potevano implicar gl’innocenti e dimettere i rei; che talvolta anche furono sottratti dalle prigioni, come avvenne a Galeano Lechi, nel 1785 lasciato fuggire dai piombi col pagare ventimila ducati agl’inquisitori.

Ne’ possessi oltremare peggiore il disordine; gl’impiegati estorcevano denaro e vendevano la giustizia, intanto che malversavano gli assegni fatti dalla repubblica per mantenere le fortezze e i porti. Severissima legge interdiceva ai nobili e ai loro dipendenti ogni relazione coi residenti di potenze straniere nè colle loro famiglie, talchè se uno dava una festa donde volesse escludere i non invitati, metteva alla porta un servo colla livrea d’ambasciadore forestiero. A pochi si permetteva il viaggiare, onde i costumi serbavano l’originalità.

Adunque concentravasi lo Stato nella città, la città in poche famiglie, ed unica forza pareva la debolezza degli obbedienti. La politica esteriore più non badava a Venezia che come a una preda agognata; il Turco le lasciava pace, salvo a correre qualche volta sopra le sue navi; i Barbareschi non erano repressi che da un tributo. La prudenza vantata di que’ senatori si limitava a conservarsi neutri fra le potenze belligeranti in Italia, in modo di non interrompere il commercio con esse, di non veder ribellate le serve provincie, di non aggravare i sudditi, e di non palesare la propria fiacchezza: ma questo aborrimento dalla guerra facea rassegnati ad ingiustizie, violenze, soprusi. Avendo l’ambasciador veneto sottoscritto per ignoranza alcune cambiali false d’un mercante a carico d’un Olandese, ne derivò caloroso carteggio, poi minaccia di guerra dall’Olanda, che viepiù imbaldanziva perchè Venezia non poteva armare più di otto vascelli: fortunatamente si finì con un accordo.

Alla briga della successione spagnuola non prese parte Venezia, eppure si trovò costretta a mantener in armi ventiquattromila soldati; grave jattura quando appena usciva dalla guerra turca, e senza di lei fu sbocconcellata l’Italia. Le potenze violarono il suo territorio qualvolta ne trovarono il conto: la fiera di Sinigaglia istituita dai papi e presto divenuta primaria, faceva dannosissima concorrenza alla veneziana: navi inglesi e austriache baldanzeggiavano nel golfo ch’esso chiamava suo, e l’imperatore aperse a Trieste un porto franco, con fortificazioni ed arsenale, in onta dell’antica regina dell’Adriatico. Logorato il cassone dove riservavasi un fondo pei gravi bisogni, il debito crebbe fin a ducento milioni, e si dovette ricorrere per prestiti anche a forestieri, malgrado il divieto della legge.

Il commercio serbava appena ombra dell’antica floridezza[185], ritraeva anzi una specie d’infamia dall’esser interdetto ai nobili; al che si volle riparare nel 1784, animando i signori alle speculazioni. Ma il credito, che n’è anima, deperiva: il bancogiro parve vicino a rompere, ed emettere cedole invece di contanti: nella guerra per la libertà d’America, allegando che i Veneziani fossero alleati coll’Inghilterra, gli Spagnuoli e i Francesi assalivano le navi di San Marco, per modo che l’assicurazione montò fin al cinquanta per cento, e le botteghe in città diminuivano.

Cessato di guadagnare, sprecavansi i guadagni fatti, all’amor delle ricchezze surrogandosi la cupidigia di goderle, all’amor del lavoro la pretensione d’ozj fastosi, e quel vivere molle e pacato, che parve l’aspirazione del secolo scorso, onde rimase tradizione proverbiale della voluttuosa suntuosità de’ patrizj. Da Mestre fin a Treviso la bella via detta il Terraglio era sparsa di ville signorili; tra una continuità di queste serpeggiava il Brenta, dove primeggiavano quella de’ Foscarini alla Malcontenta, architettata da Palladio, dipinta da Paolo Veronese e dallo Zelotti, quella dei Pesaro alla Mira, ove il Tiepolo avea storiato il ricevimento ivi fatto a Enrico III di Francia; e l’altra a Stra, disegnata dal Frigimelica, dipinta da Fabio Canale, da Jacopo Guarana, dal Tiepolo, con magnifiche balaustrate di Giuseppe Cesa e Pietro Danieletti padovani, e stanze guarnite di rarità cinesi, turche, persiane, e quadri e statue, con camere distinte per la musica, pel giuoco, per lo studio, per la pittura; in quella d’Angelo Quirini ad Altichiero abbondava ogni sorta d’anticaglie e di preziosità raccolte ne’ suoi viaggi, illustrate dal Zoega, dal Morelli, dalla Rosenberg.

E tutti faceano gara nelle fabbriche, ne’ numerosi cavalli, nel lauto spendio, non limitato qui dalle leggi suntuarie della città; traevansi dietro una folla di parasiti, che venduta l’anima e lo spirito per lauti bocconi, ricambiavanli con celie continue e inesauribili aneddoti, a scapito dell’onestà e della carità. Intanto l’asse domestico abbandonavasi ad agenti scaltriti, che sapeano deviare alla borsa propria i denari del padrone; l’educazione dei figli ad abatuccoli, che gli allevavano a credere l’onnipotenza del denaro e il delitto della povertà.

Nella dominante la corruttela trovava fomento dalle seduzioni della gondola e della maschera. La maschera, cioè tabarro o bauta, cappello a due punte e mezzo viso nero, permetteasi dal 5 ottobre al 16 dicembre, poi da santo Stefano fin a tutto il carnevale, oltre il giorno di san Marco, la quindena della fiera dell’Ascensione, alla creazione del doge e ai solenni suoi banchetti, e in altre feste straordinarie e venute di principi. Allora il patrizio potea deporre la toga e la parrucca, e colla maschera al viso o nel cappello girare pertutto, e sin favellare coi ministri esteri in piazza, ne’ casini, al teatro. I monasteri di donne ricche e nobili erano convegno di brogli, di spassi, d’amori[186]; ne’ parlatorj atteggiavano pantaloni e pagliacci, o ballavansi minuetti signorili e popolari furlane; e i forestieri, compratori del nostro disonore, voleano acuire l’appetito colla difficoltà, seducendo monache, in cui vece è vero che talora trovavansi offerte dai mezzani pubbliche baldracche. Dietro le procuratìe teneansi appartamentini messi con ogni squisito lusso, ove i patrizj, disertati dalle famiglie, ritiravansi giorni e settimane come nell’isola d’Armida, fra tutti i solletichi del lusso e i fascini meretricj: e delle avventure, non che celarle, faceasi pompa, e d’aver a braccio la mantenuta, e suscitare clamorose gelosie. Ne derivavano conseguenze funeste, e dal 1782 al 96 si sporsero al consiglio dei Dieci ducensessantaquattro petizioni per scioglimento di matrimonj, ed ebbero corso.

Coll’immoralità forse intendeasi sviare le menti dalle cose pubbliche[187]; proposito ancor più micidiale ove da altri interessi non sieno elevati gli animi. Il cupo genio di quel tribunale dei Dieci, che incuteva spavento ai forestieri e che porse tanti foschi colori ai romanzanti de’ nostri giorni, riducevasi ad un abjetto spionaggio che impediva lo sviluppo dell’energia morale, a dare qualche specie di regola al mal costume. Una volta esso sbandì, ma tosto dovette richiamare le nostre benemerite meretrici, perocchè le costoro case o il parlatorio de’ chiostri erano i soli campi franchi dove non davasi ombra al Governo, perchè vi manteneva spie.

Palestra d’immoralità era il ridotto, ove a sessanta o settanta tavolieri il giuoco frenetico spostava le fortune: il presederli era privilegio de’ nobili, che stipendiati dalle compagnie, stavanvi in parrucca e toga da magistrato, mentre tutti gli altri portavano la maschera; e ambasciadori e ministri venivano a cercarvi le alternative d’opime illusioni e d’angoscie disperanti. Vi accorreano i bari di tutto il mondo per truffare: molti non viveano che di quella professione: sbanditi, cambiavano paese e nome, e proseguivano e tornavano, usufruttando le stolide speranze. Quando nel 1774 i correttori della promission ducale fecero chiudere il ridotto «come sorgente perniciosa di mali alla repubblica e allo Stato», i giocatori sparsero quella contaminazione in centinaja di privati casini, più rovinosi perchè non più sorvegliati.