Anche Verona ebbe un famoso casino, al quale essendo comparse nel 1773 alcune dame col guardinfante men voluminoso del consueto, se ne prese scandalo, tutta la città ne andò partita in pro e contro, e gli spiriti s’infervorarono a tal punto, che per lasciar tempo di calmarli fu chiuso il casino. Non bastò, l’affare fu portato alla suprema magistratura della repubblica, e Giuseppe Torelli buon letterato ne scrisse gravi apologie.
L’eccesso spinse un tratto a provvedimenti eccessivi, si chiusero i caffè, si moltiplicarono ordini suntuarj, s’interdissero i libri empj: ma la moda ruppe quegli argini; riaprironsi le botteghe, alle feste si sfoggiò un lusso mai più veduto, i teatri superarono in magnificenza quelli di tutto il mondo.
Continuavano le solite feste e per le commemorazioni nazionali, e per le frequenti nomine di magistrati[188], e per venute di principi. E poichè si suole far segnalatissime feste agli idoli che stanno per andar a pezzi, memorerò le splendide accoglienze fatte in tutto lo Stato a Pio VI nel suo pellegrinaggio a Vienna; e molte iscrizioni ricordano anc’oggi i luoghi dove stette o celebrò e la benedizione che diede sull’allora ampliata piazza di San Giovanni e Paolo[189]. Vero è che il papa stesso ebbe a dire di scorgervi più curiosità che devozione; e gl’inquisitori di Stato disapprovarono le prostrazioni del doge Renier, e l’ammonirono che in altra simil evenienza tenesse modi convenienti alla dignità conferitagli dal granconsiglio. Quelle gelosie non saranno occorse nelle altre feste di cui furono onorati Federico IV di Danimarca, Gustavo di Svezia, Pietro czar, Giuseppe II.
Gran segno di depravato costume è l’esser potuto vivere a Venezia quel Casanova, che poi di sue avventure contaminò il resto d’Europa, e continua a farlo nelle impudenti sue Memorie; e l’avervi trionfato il Baffo, che, nel patrio dialetto affrontando le frasi tecniche del bordello, col brago della lascivia deturpò la devozione, l’onore, la virtù, piantando i simboli osceni nel parlatorio e sugli altari, incoraggiando gl’intrighi amorosi e il giuoco, gridando viva il vizio, negando Dio per surrogare al culto suo «la santa semplicità dell’oro». Eppur visse fra la gente d’onore, ottenendo quel rispetto che sovente è ispirato dalla paura.
Il popolo restava abbandonato all’ignoranza, alla depravazione de’ forestieri, all’esempio de’ signori. Lettura consueta de’ buoni era il Perfetto leggendario, zuppo di baje: certe cartine portanti una preghiera all’Immacolata Concetta davansi da inghiottire a malati e perfino a bestie, e ne conseguivano guarigioni[190]: la religione faceasi consistere nelle grandi feste, nelle processioni sfarzose con lanternoni e baldacchini d’oro e mascherate d’angeli e santi. Sulla terraferma un umore bravo e manesco faceva frequenti le risse e gli omicidj; e gl’illustrissimi si vendicavano dell’inferiorità loro coll’esercitarvi una prepotenza di cui i plebei si rifaceano nella ristretta loro cerchia.
Vedemmo (Cap. CLXVII) come la Signoria secondasse l’andazzo col mozzare l’autorità ecclesiastica: allora parve non bastasse per la revisione dei libri il solo inquisitore, e gli fu accompagnato, per conto della Signoria, don Natale delle Laste, lodato erudito e censore condiscendente, al quale rifuggiva chiunque incontrasse altrove difficoltà. Poi fu vietato nel 1767 di vestire alcun nuovo frate o di tramutarlo da un convento all’altro senza assenso del magistrato; obbligo alle religiose comunità di denunziare con giuramento i beni, le rendite, fin le limosine che riceveano; dipendessero dal vescovo per lo spirituale, dal Governo pel temporale, non più da Roma: soppressi molti conventi[191]; vietato ai secolari di disporre de’ beni a vantaggio di comunità religiose. La beneficenza prese dunque altre vie, e la sola confraternita dei poveri vergognosi di Sant’Antonino somministrava medicinali a tutti i bisognosi della città.
Chiudere i monasteri e riaprir le bische e i lupanari non parve la più liberale procedura ad alcuni[192], e il Labia torse la poesia vernacola dal fomentare, com’è consueta, le vulgari passioni e i malevoli istinti, e — Se un poeta che cantò solo per iscandolezzare coll’oscenità e l’irreligione, era lodato da tutti, e nessuno zittì contro di lui, perchè tutti gridano contro di me, mosso da patria, religione e Dio?» Poi quando vedeva i padri della patria gravemente occuparsi, come i re, di vessare monaci o emanar regolamenti sulle messe e sulle fraterie, — Eh via (diceva), prendete piuttosto cura di questa libertà, di questo lusso, delle truppe, dell’arsenale, della mercanzia, così abbandonate. Una volta si era ricchi, con palazzi e botteghe piene; ora ciò sparve, ma ci vantiamo d’essere guariti dai pregiudizj. Questi spiriti forti dichiarano corbellerie i miracoli e birberie di frati; e che basta creder in Dio, se pure, giacchè neppur lui abbiam visto: così la pensano, e poi vogliono sostener l’onore della moglie e della madre, incerti dei figli e del padre. Vero cittadino repubblicano son io, che solo la mia patria ho in vista; e come tale vi provo che in politica non si dà di peggio che scemar la fede nel popolo. Provvedere alle pompe, chiudere i caffè, altre correzioni particolari sono follie, mentre si vorrebbe eleggere buoni magistrati che non dirazzassero dai primieri: impedire questa depravazione delle donne, impedire l’infezione dei libri». E compose un’arringa in versi al senato per mostrare che coteste abolizioni di frati repugnavano alla ragion di Stato, alle leggi costituzionali, alle arti e al commercio.
Pensate se le procuratìe e il ridotto fecero scene contro il retrivo, il bigotto![193]
Che se in lui, nel Goldoni, nel Gozzi, nei gustosi dipinti del Longhi, nel Pino, nel Bona, ci sembrano mascherate e sogni quel lusso mal temperato da leggi suntuarie, que’ mucchi d’oro messi al repentaglio d’una carta, se in costoro e in simili studiassimo i costumi d’allora, troppo facile ci riuscirebbe metter in beffa que’ popolani, che si divideano in fazioni non solo per Nicolotti e Castellani, ma pei varj candidati a beccamorto; che dovendo partire anche per un solo giorno, faceano addio di qua, addio di là; che all’udir una fucilata scappavano come i colombi. Chi vede anch’oggi esprimersi le stesse meschinità degl’istinti in iscene che non palesano tampoco bontà di cuore, sentesi inclinato a compatire, e a piuttosto rimpiangere quelle giornate di Venezia, ove il popolo intero e moltissimi forestieri in begli abiti e in bauta passeggiavano sotto le procuratìe o scivolavano in gondola, chiacchierando, celiando, pizzicando ciliegie, uva, fichi, gustando un’infinita varietà di zuccherini e canditi, e di sorbetti e gelati, o l’indispensabile vin di Cipro e il prelibato caffè di levante; mentre la poveraglia dilettavasi ai poponi, ai cocomeri, alle zucche barucche, ai frutti di mare; e i giovani solazieri cercavano rinomanza di eccellenti al vogare, al lanciar il pallone, ad abbattere tori; e i cortesan pompeggiavano[194]; e tutto ciò fra un’incessante armonia di violini e ghitarre, e i lazzi d’un pantalone e d’un arlecchino, o l’improvvisare d’un poeta, o il cantare Rinaldo ed Erminia; spensierati sul domani, che sarebbe lieto non meno dell’oggi. E grandemente amavasi il cantare; «cantano i mercanti spacciando le loro mercatanzie; cantano gli operaj abbandonando il lavoro; cantano i barcajuoli aspettando i loro padroni: il fondo del carattere nella nazione è l’allegria; il fondo del linguaggio veneto è la lepidezza»[195].
Non v’era quel progresso ch’è laboriosa missione dell’uomo quaggiù: pure quasi sono fiori sbocciati fra i bronchi della vita; e non ci basta il cuore d’aborrirli quando li troviamo surrogati da un sistematico fremere, e indignarsi e deplorare i tempi, e riprovare il Governo qualunque sia, e piangere i figli rapiti dalla coscrizione, le sostanze decimate dalle imposte, la gioja compressa dalla Polizia.