Quello sfarzo de’ patrizj, circondati da stuoli di servi e cameriere, con ville pompose come reggie, gavazzanti di compagnia e di banchetti; e i teatri divenuti materia di diplomazia, e il frenetico giuoco, e il lusso de’ cavalli e de’ vestiti, e le donne sfavillanti di gemme e di spirito quanto scarse d’educazione e di condotta; e le caccie fragorose, e il ligio abate e le cameriere civette, e i gondolieri mezzani, e i cortigiani bravacci, e i servigevoli parrucchieri, disdicono a un gran popolo, ma non bastano a farlo perire. Perì forse l’Inghilterra, che pur era la maestra di quelle e peggiori depravazioni? Nè gli altri paesi d’Italia valeano nulla di meglio; se non che Venezia spiccava di più per le gloriose tradizioni, ed ebbe scrittori che ne tramandarono ai posteri, come le glorie, così lo scadimento.
La nobiltà provinciale, improvvidamente esclusa da ogni partecipazione alla sovranità della dominante, aborriva quel Governo perchè l’invidiava; ma la plebe, in nullità così spregiata da soffrire che i nobili sputassero sulla platea dai privilegiati palchetti, mostrava sempre e riverenza e affetto ai patrizj, cui il costume cercava avvicinarli con varie gradazioni di patronato. Talvolta fin cencinquanta compari assisteano al battesimo de’ patrizj, e sempre doveano essere plebei; pena l’esiglio al sacerdote che ne tollerasse uno patrizio: fin coloro che portassero lo stesso nome (senso) riguardavansi in qualche modo imparentati. Rispettosa fin alla bassezza, la plebe sfuggiva d’urtare in questi, più fastosi che soperchiatori, alle cui spalle viveva allegra, senza gloria ma senza bisogni, piuttosto spensante che rassegnata. Quando Paolo di Russia e sua moglie godettero lo spettacolo della caccia del toro in piazza San Marco, stupirono al vedere tra gente affollatissima bastare a tener l’ordine quattro fanti degl’Inquisitori colla loro bacchetta nera.
Nel 1783 s’una popolazione di tre milioni e mezzo le entrate non eccedevano sei milioni e settecentomila ducati, e le spese sei milioni e seicentoventicinque mila, con un debito di quarantaquattro milioni. Questa tenuità dell’imposta obbligava nei bisogni a far prestiti o aggiungerne di straordinarie, le quali mal ideate o mal percette, rendeano scarsamente, e così esponeano la Repubblica a soccombere a paesi, dove nell’esigere non s’avea rispetto a necessità de’ sudditi e in tempi in cui non si trattava di far felici i paesi ma di farli forti.
Noi veneriamo la libertà dovunque un lampo ce n’appaja, e comprendiamo donde traggano gli astj coloro che, talvolta in senso opposto, piaccionsi a calunniare Venezia o insultarla; ma inverte l’ordine della libertà chi la fa protettrice del monopolio, de’ privilegj di pochi sovra la moltitudine. È obbligo d’un Governo sviluppare gli elementi vivificanti della società, e reprimere i deleterici. Or Venezia aveva per assioma, — Di Dio si parli poco, della serenissima nè ben nè male».
Intelligenza unita al cuore forma l’eroismo, e per questo Venezia era ingrandita, della cui storia il tratto più caratteristico può dirsi l’amor di patria, che splende in ogni colpo di pennello e di scalpello, in ogni libro, in ogni festa, ne’ grandiosi sagrifizj per lo Stato, nel gratuito servirla. Or esso soccombeva al morbo del secolo, il razionalismo, che spegneva tutti gli entusiasmi, e sostituiva idee e costumanze forestiere col titolo di filantropia, d’universale cittadinanza. Ed ecco agli abiti caratteristici sottentrare quelli alla Montgolfier, alla Figaro, al globo di Roberto, e cappellini alla Basilio, alla vedova di Malabar, e i Caracos; gli uomini vestir all’inglese; leggersi gli Enciclopedisti, più pericolosi ove non porgeasi educazione bastante per confutarne il dubbio epigrammatico o la miscredenza; gli stessi preti talvolta dal pulpito o li lodavano o gl’imitavano.
Poi si vollero aver qui pure, altra imitazione forestiera, le loggie massoniche. Pare ve le impiantasse un Sessa napoletano; e v’erano affigliati conti, abati, negozianti, massime gioventù, che da quella consorteria trovavasi giovata nel viaggiare in paesi forestieri, e dalla conoscenza delle straniere attingeva lo sprezzo delle patrie istituzioni. Quegli oculatissimi Inquisitori non ne vennero a conoscenza che pel caso, dicesi, d’un Girolamo Zulian che dimenticò in gondola un rotolo di carte massoniche, il quale fu portato all’Inquisitore di Stato. Subito invasa la loggia presso San Simon Grande, se ne asporta quel mistico e burlesco corredo di teschi, di pentagoni, di seste, di tamburi, di cazzuole, di grembiuli, e son bruciati al cospetto del popolo, che li crede stregherie: vengono proibite anche le loggie aperte a Vicenza e Padova, cui erano aggregati il Carburi, il Festari ed altri professori; ma non s’inflisse castigo agli aggregati, potenti troppo e numerosi; e ben presto nuove congreghe furono surrogate.
Le idee dell’universale egualità ivi professate doveano rendere esoso un Governo fondato sul privilegio d’una classe; e principalmente arridevano ai nobili poveri, classe pericolosissima in libero Stato, e che dalla chiesa di San Barnaba intorno a cui abitavano, erano intitolati Barnaboti, discendenti dai cadetti delle famiglie principali e da quelle aggregate in occasione della guerra di Chioggia. Brogliar voti per le magistrature, sollecitare ne’ processi, scroccare strisciando avanti ai ricchi, sbraveggiare sopra i poveri, biscazzare, erano le occupazioni di costoro, le cui donne fra’ loro privilegi contavano quello di poter mendicare in zendado. Carichi di debiti e di superbia, insultavano ai creditori come a villani, e li costringevano a lunghi processi, donde sguizzavano all’appoggio d’altri nobili.
Chi dicesse a cotesti che era un’ingiustizia il non equipararli agli altri nobili, che aveano diritto naturale a tutti gl’impieghi e gli onori, trovava facile ascolto e pronto fermento, siccome chi oggi vanta al povero il diritto di aver lavoro o di dividere le ricchezze col capitalista. Pertanto costoro ordirono di sovvertire la Repubblica, uccidere il doge Paolo Renier, la Signoria e gli affezionati al Governo, per surrogarvi Barnaboti. Si disse quel che si dice sempre, cioè che avessero intesa coll’imperatore, ch’egli darebbe diecimila soldati, ed essi gli cederebbero la Dalmazia. Gl’Inquisitori di Stato scopersero dove Giorgio Pisani teneva il piano della congiura, e un pitocco potè carpirglielo senza ch’egli se ne avvedesse. Il Pisani si presenta candidato alla dignità di procuratore di San Marco; e riuscito per appoggio dei Barnaboti, fa la solenne entrata, ma al domani è arrestato e chiuso in fortezza, e così Carlo Contarini, Pier Alvise Diedo, Matteo Dandolo; e la plebe si rallegra di non essere caduta in man de’ nobili poveri, che ai vizj degli altri avrebbero unito l’avidità stimolata dal lungo digiuno.
Primeggiava tra’ Franchimuratori Angelo Quirini, che ne’ viaggi avea conosciuto i filosofisti svizzeri e francesi, riverito a Ferney Voltaire, a Colmar Corrado Pfeffel, loro patriarchi. Molto egli aveva studiato i libri del granconsiglio e la legislazione arcana, e divenuto avogador del Comune[196] (1761) a concorrenza con Giovanni Donà, usò ogni prova per mozzare la potenza dei Dieci. Ma gl’Inquisitori lo fanno arrestare e tradurre in terraferma. Si esclamò alla minacciata libertà, e siccome soleasi alla morte del doge e ne’ casi più urgenti, si adunarono cinque correttori delle leggi, magistrato temporario che proponeva riforme al maggior consiglio, il quale ne risolveva prima di nominare il principe.
Quello spaventoso tribunale dei Dieci poteva essere distrutto da un momento all’altro, bastando non dar a nessuno voti sufficienti per entrarvi; e così avvenne allora in ben quattro votazioni, sicchè pareva cassato. Alcuni però de’ correttori dissentivano; e Marco Foscarini, insigne per letteratura e ambascerie, e per la franchezza d’un discorso dove avea patrocinato la Dalmazia contro lo sciagurato governo che se ne faceva, disse davanti al maggior consiglio un’arringa, ch’è delle più eloquenti fra le politiche, mostrando esagerato il concetto della fierezza di quel tribunale; giovar le denunzie secrete, altrimenti per paura non si farebbero; mentre l’oscurità de’ giudizj pareggia ogni esterna accidentale differenza della nobiltà veneta, e anche i patrizj più altamente locati sottopone all’egual giustizia. Ogni cambiamento nel governo tendere alla distruzione di questo; le soddisfazioni concesse all’imperita moltitudine aprir la via a nuove pretensioni; e ne sarebbe avvilita in faccia ai principi l’opinione del governo, e minacciata la città di corruttele, ch’erano sconosciute ai maggiori[197].