La proposizione per allora venne messa da banda, fra immensi applausi del maggior consiglio e della popolaglia che volea bruciar le case dello Zeno e del Malipiero oppositori, mentre faceva falò a quella del Foscarini: ma nel 1779 fu riprodotta ad istanza di Domenico Contarini, barnaboto che coll’avvocheria s’era acquistato denaro e nome. Egli tratteggiò al vivo la corruzione de’ costumi, il caro de’ viveri, gli abusi degli uffiziali, che carchi di miseria e di fame, non servono e mangiano; e scarsamente provvisti, pure vivono da gran signori.
Molti anni si protrasse il dibattimento, e ne provennero scissure. Paolo Renier, essendo bailo a Costantinopoli, speculò sì opportunamente, da guadagnare novantamila zecchini, coi quali comprò i voti degli elettori e gli applausi del vulgo per ottenere il corno ducale. Forse le sono dicerie di partito; il fatto sta che, salito doge, si oppose di tutta forza ai novatori coi quali avea intrigato nel 1762, e diceva: — Le eccellenze vostre vogliono il ben apparente o il ben reale? Se il reale, non v’è bisogno di correzione: basta che lo vogliano e l’hanno. Il loro ben reale è di curar la Repubblica, è la concordia degli animi, è il sospirar tutti d’accordo al decoro, alla grandezza, alla gloria della nostra patria... Noi che abbiamo servito e dentro e fuori, sappiamo come pensano i monarchi, e avvertiamo le vostre eccellenze a pensare seriamente. I monarchi, per la loro organizzazione, per la differenza del lor governo, per la grandezza loro, per le speranze, per la soggezione dei loro sudditi, odiano mortalmente tutte le repubbliche, e quest’odio è radicato fin dai secoli più lontani in tutta l’Europa, e lo dice perfin Cicerone parlando del popolo romano; oggi poi tutti i monarchi, muniti di somme forze, hanno coperto di vilipendio le repubbliche, ormai ridotte pochissime in Europa. Le eccellenze vostre fortunatamente per la felice situazione del loro Stato sono sicure pel sito, ma non lo sono già pel dominio. Oggidì tutti i monarchi stanno oculati sulla Repubblica; tutta l’Europa aspetta di vedere lo sviluppo di nuove cose, per cui sono sempre pronti: poichè se l’ambizione e l’interesse sono passioni potenti in noi, sono potentissime ne’ monarchi, attenti sempre a dilatarle, e a non perder occasione di dar loro nuova esca. Da queste nostre presenti combustioni, i sovrani stanno per formare il loro giudizio. Chiamo Dio Signore in testimonio; io mi trovai a Vienna nei tempi torbidi della Polonia, e là ho sentito più volte a ripetere: I signori Polacchi non vogliono aver giudizio, vogliono contender fra loro; l’aggiusteremo noi, ci divideremo la preda, perchè uno Stato che si governa male da sè, chiama gli stranieri a governarlo. Se c’è Stato che abbia bisogno di concordia siamo noi, che non abbiam forze terrestri nè marittime, non alleanze, viviamo a sorte, colla sola idea della prudenza del Governo della Repubblica veneziana. Questa è la nostra forza».
È lode l’aver preveduto i pericoli: ma è troppo vulgare il distoglier dalle riforme col mostrarne le eccedenze; l’impedire che si correggano istituti, colla speranza che si migliorino gli uomini. La proposizione del Contarini, sulle prime sostenuta a gran voci, fu poi abbandonata dai più; si continuò nel letargo vizioso, e la plebe applaudì agli oppositori della riforma, insultò ai promotori, il Contarini fu relegato a Cataro, altri altrove; e i conservatori applaudendo a se stessi, aspettavano dal turbine quelle mutazioni che fatte a tempo lo avrebbero prevenuto.
Pure questo poco che dicemmo basterebbe già a mostrare che Venezia non rimase stazionaria allorchè il progresso avventavasi ad una rapidità disordinata. Nel 1735 fu dichiarata portofranco la città, per imitare ciò che l’Austria avea fatto con Trieste, e il papa con Ancona. Il Goldoni, tornando da’ suoi viaggi, rallegravasi nel veder illuminata Venezia, mentre buje rimanevano le vie delle metropoli da lui visitate. Nel 76 l’architetto Macaruzzi inventò l’edifizio per la fiera, di legno sì ben congegnato che in cinque giorni si piantava, in tre si riponeva. Nel 70 il senato fece raccogliere tutte le leggi di massime di governo, cioè di materia feudale dal 1328 innanzi: vera legge nuova fu il codice per la marina mercantile, che si pubblicò nell’86: il magistrato delle acque radunava pure tutte le ordinanze relative ai porti e alle lagune: le prime leggi organiche sullo scavo delle miniere sono dovute a Venezia (6 marzo 1679 e 18 settembre 1784), e prepararonsi gli statuti civili e criminali, che furono presentati al senato nell’89.
Venezia non era dunque così decrepita, e basti citare la gigantesca opera de’ Murazzi, diga marmorea opposta al mare, ausu romano, ære veneto, dal 1744 all’82[198]. Non che difettasse di lettere, pochi altri paesi la poteano pareggiare. Oltre quelli di fama europea, quali Marco Foscarini, Apostolo Zeno, i due Gozzi, il Goldoni, Benedetto Marcello, Angelo Maria Quirini, vi fiorivano i poeti Ermolao Barbaro, Daniele e Tommaso Farsetti, i Valaresso, la Cornelia Barbaro Gritti, amica di Metastasio, di Goldoni, di Frugoni; suo figlio Francesco che tradusse il Tempio di Gnido e la Pulcella, e fece apologhi in veneziano; il Vitturi e il Chiribiri, che fecero versi troppo lepidi per prete[199]. Angelo Dalmistro, ammiratore del Gozzi, parve emularne il brio e la correzione: Giuseppe Manzoni fu autor di favole che ancora si ristampano: Leonarducci dettò la cantica della Provvidenza in modi danteschi: l’abate Antonio Conti, buon matematico, fece anche tragedie discrete: Zaccaria Valaresso nel Rutzwandscand parodiò l’Ulisse del Lazzarini. Tre fratelli Barbarigo furono tutti frati e buoni letterati. Zaccaria Sceriman fece il Viaggio di Enrico Wanton ai regni delle scimie, e Francesco Gritti La mia storia, opera narcotica del dottore Pifpuf (1767), romanzi ben superiori a quelli del Chiari, come delle migliori memorie del secolo erano quelle di Carlo Gozzi, del Gratarol, e pur troppo del Casanova, che abbandonandosi agl’istinti d’una natura frivola e sensuale, scrisse poi come operava, cioè senza pensarvi, e fortunatamente non può prendersi per tipo nè del veneziano nè dell’uomo.
Girolamo Giustiniani, lodato in magistrature, teneva in casa un’accademia di eloquenza estemporanea. Una per le scienze ecclesiastiche s’aprì in San Francesco delle Vigne, segretario Giacomo Agostino Gradenigo, poi vescovo di Chioggia e di Ceneda, e scrittore. Quasi un’accademia erano le case di Giustina Michiel e d’Isabella Albrizzi, alle quali i forestieri sollecitavano l’onore d’essere presentati. Flaminio Corner, illustratore delle chiese venete, una raccolta di lettere e documenti regalava a San Michele di Murano: Teodoro Correr con mediocri mezzi procacciò un tesoro d’arti e letteratura patria, che poi lasciò al Comune: Filippo Farsetti, oltre spendere un milione di ducati nella villa di Sala, fece modellare in gesso i capi della scultura antica e moderna, in sovero e pomice i ruderi di Roma, copiar le pitture di Rafaello nelle loggie Vaticane e del Caracci nella galleria Farnese, e con bronzi, modelli, schizzi gli espose nel suo palazzo a chiunque volesse profittarne, incoraggiandovi anche con annui premj: suo cugino Giuseppe Tommaso, cavaliere di Malta, invitò i poeti a illustrar ciascuno qualche capo di essa galleria: Natale delle Laste ne fece la descrizione latina, sicchè la fama se ne diffuse a tutta Italia. Il qual Tommaso scrisse versi in italiano e meglio in latino, e raccolse una biblioteca che emulava la raccolta del cugino, e che con pari liberalità apriva agli studiosi.
Il senatore Zulian incoraggiava il Canova e Pierantonio Serassi; dal Volpato faceva incidere la pianta di Padova di Giovanni Valle; e com’era consueto ai nobilomini, menò seco a Costantinopoli il naturalista Fortis, il botanico Cirillo, lo Chevalier che illustrò la pianura di Troja, e raccolse insigni anticaglie, fra cui il Giove Egioco, uno de’ più vantati cammei antichi, che lasciò alla Marciana con altre preziosità. Antonio Cappello, procuratore di San Marco, di cui son famosi i dispacci che di Francia scrisse alla Serenissima, procurò molte belle edizioni, fece eseguire a bassorilievo i fatti della guerra di Troja dal Canova, al quale innalzò poi una statua nel prato della Valle, come il senatore Falier aveagli ottenute le prime assistenze e commissioni. Francesco Pesaro procurò l’edizione genuina della storia del Bembo e delle opere del Gozzi.
Francesco Foscari senatore attese alla pubblicazione di grandiose opere, quali il Tesoro delle antichità sacre in trentasei volumi, e la Biblioteca de’ padri antichi greco-latini. Sebastiano Crotta lasciò Memorie storico-civili sul governo della repubblica; la cui storia uffiziale, dopo l’aspro e incolto Garzoni fu scritta da Marco Foscarini, poi da suo figlio Francesco nel 1774, e la illustrarono pure Giannandrea e Gian Benedetto Giovanelli, e più rinomato Vittor Sandi, che dettò la Storia civile dalla fondazione di Venezia sino al 1767, con goffo stile ma cognizioni estesissime, profittevoli ai posteriori. Gian Domenico Tiepolo scrisse sugli uffizj municipali di Chioggia, poi confutò il Daru. Giambattista Galliciolli, raccoglitore instancabile e coscienzioso di profane e sacre memorie intorno agli usi di Venezia, che le lingue orientali parlava come la natìa, fece la Fraseologia biblica, un Trattato dell’antica legislazione degli Ebrei, l’Origine dei punti, Pensieri sopra le settanta settimane di Daniele[200]. Orientalista valentissimo era Carlo Visconti prete di San Trovaso; e il Lalande dà per uno de’ maggiori ellenisti Giambattista Schioppalba.
Illustri medici vi fiorivano, il Lotti, il Paitoni, il Pellegrini, il Pezzi, il Cullodrovitz, ii Gallino, l’Aglietti: Gian Girolamo Zannichelli di Spilimberto avea inventate le pillole di Santa Fosca, mentre continuava in credito la misteriosa teriaca. Nel fôro, carriera che tanti allettava per la pubblicità e per guadagni, ebbero fama il Gallino, l’Alcaini, lo Stefani, lo Svario, il Santonini, Carlo Cordellina, che per la reputazione di probo, pratico eloquente, acquistò ingenti ricchezze, e ben ne usava, accogliendo il fiore de’ grandi, de’ dotti, de’ forestieri; superbi palazzi alzò, uno a Montecchio Maggiore, ove per cinquant’anni continuò splendida villeggiatura, l’altro a Vicenza architettato dal famoso Calderari, dove si ritirò a vivere gli ultimi anni, e di cui fece poi dono a quella città.
Gianmaria Ortes abbiamo già mentovato fra gli economisti. Matteo Dandolo alla traduzione dei Saggi di Hume sul commercio prepose una lettera sui modi di rifiorire quello di Venezia. Francesco Zanetti per la dissertazione sull’Egitto avanti i Tolomei ebbe un premio dall’Istituto di Francia, uno per l’altra sugli attributi di Saturno e di Rea; suo fratello Anton Maria, custode della Marciana, pubblicò il catalogo de’ manoscritti di questa e della pittura veneziana[201]. Mentre Zaccaria infervoravasi in polemiche letterarie e teologiche di senso papale, il teatino Contini sosteneva le opinioni giansenistiche e leopoldine. Giacomo Coleti gesuita continuò l’Illyricum sacrum del Farlati e dissertò sugli antichi pedagoghi; Demetrio Coleti proseguì l’opera dell’Ughelli, e fece un dizionario storico-statistico dell’America meridionale(1772), dove a lungo dimorò; Nicolò Coleti assistette alla ristampa del Labbe arricchendola, e in loro famiglia si accolse la più ampia raccolta di storie generali e particolari d’Italia. Il librajo Modesto Fenzo diè fuori la lodata Biblia sacra cum selectissimis literalibus commentariis; il padre Giacomo Maria Paitoni una Biblioteca de’ volgarizzatori di greci e latini, ben più ricco dell’Argelati; il Canciani raccolse le Leggi de’ Barbari; altre cose il padre Angelo Calogerà; il Rubbi un Parnaso italiano e uno de’ traduttori, un epistolario, ed altre compilazioni non prive di gusto. Il Mittarelli, oltre far il catalogo della libreria di San Michele a Murano, ajutò il Costadoni nell’illustrare le cose ecclesiastiche e principalmente l’Ordine de’ Camaldolesi, nel quale allora viveva a Murano Mauro Capellari, divenuto poi Gregorio XVI.