Nelle scienze positive il padre Giovanni Crivelli diede elementi di geometria, fisica, aritmetica, e prese parte alla quistione di Leibniz sulle forze vive, come pure il Polleni. Giambattista Nicola trattò della soluzione analitica del caso irreducibile. Lo Zendrini primeggiò fra gl’idraulici. Ignazio Vio fu lodato naturalista. La musica vi gareggiava colla napoletana.

Andrea Tirali ben architettava secondo il gusto d’allora; Pierantonio Zaguri, discreto poeta, fu non felice artista; ben migliore il Temanza. Pietro Longhi ritrasse i costumi con comica verità, ingegno, allegria, e talvolta sconcezza. Era recente la memoria del Tiepolo, del Canaletto, del Piazzetta. Lo scultore Ferrari Torretti sentiva il bello, pur dolendosi di non saperlo raggiungere; ma quanto procedesse al meglio appare dalla differenza che corre fra le statue della facciata de’ Gesuiti e quella dell’Emo all’Arsenale, e fu maestro al Canova, veneto anch’esso. Antonio Diedo architetto, poi segretario dell’accademia delle belle arti, lasciò fabbriche e libri. Silvestro Dandolo nella spedizione contro i Barbareschi acquistò l’esperienza di mare, che il fece segnalato fin al 1847.

L’Università di Padova conservava l’antica reputazione, e oltre i nostri, venivano a educarvisi i Greci, e ne uscirono Ugo Foscolo, Delviniotti, Coletti, famoso nelle successive vicende: e là nel 1765 s’istituiva la prima cattedra in Italia d’economia rurale, coperta dall’Arduino, che tanto favorì le società agrarie, formatesi in tutto il dominio.

Ricche biblioteche possedettero il Giovanelli, che la sua lasciò alla chiesa di San Marco; Giovan Giustiniani, che l’univa alla Marciana; Pietro Grimani, d’eloquenza impareggiabile, membro della regia Società di Londra, poi doge nel 1741. Quella di Matteo Pinelli, descritta in sei volumi dal Morelli, fu poi venduta a Londra come quella del medico Paitoni. Il quale Jacopo Morelli fece pure il catalogo de’ manoscritti posseduti dai Nani, e delle storie d’Italia dei Farsetti; un trattato Della letteratura veneziana nel secolo XVIII[202]; un Saggio sulle pompe nuziali de’ Veneziani(1793); e fu un Varrone per dottrina, giovandone chiunque il richiedeva; e introdusse di stampare qualche antica scrittura inedita, invece delle scipite raccolte per nozze e monacazioni.

Il gesuita Luigi Canonici adunava un medagliere prezioso, una raccolta singolare di crocifissi e moltissimi libri, fra cui quattrocento edizioni della Bibbia in cinquantadue lingue. Anche il poeta Girolamo Ascanio Molin lasciò alla Marciana molti libri e numismi; e ricca collezione di dipinti e incisioni all’accademia di belle arti. Si hanno a stampa i cataloghi delle biblioteche Pinelli, Pisani, Svajer, e di molte corporazioni religiose; e così della biblioteca e del gabinetto del cavaliere Giacomo Nani, le cui monete cufiche vennero alla Marciana. Il senatore Andrea Memmo, mecenate del Lodoli, governando Padova vi fece il prato della Valle e l’ospedale. Lorenzo Memmo stampò il Codice feudale della repubblica. Nicolò Antonio Giustiniani, vescovo di Verona e Padova, pubblicò molte opere ecclesiastiche, e a Padova alzò un ospedale, e lasciò la sua biblioteca all’Università. E ospedale e biblioteca pose a Udine ov’era vescovo Gian Girolamo Gradenigo, autore delle Cure pastorali, della Brixia Christiana, e della Letteratura greca in Italia. Pierantonio Zorzi, vescovo di Ceneda, poi di Udine e cardinale, fu studioso della poesia e dell’eloquenza. Gian Andrea Avogadro, vescovo di Verona, era stato predicatore lodatissimo. Lodovico Flangini, traduttore dell’Argonautica poi cardinale, succedette nel patriarcato di Venezia al pio quanto dotto Giovanelli. Pietro Zaguri vescovo di Vicenza a quei poveri lasciò il poco che vivo non avea distribuito dell’aver suo, e confutava Rousseau nel Piano per dare regolato sistema al moderno spirito filosofico. Il seminario di Padova fu rifabbricato dal vescovo Carlo Rezzonico, che poi fu papa Clemente XIII. Crema si ricorda del vescovo Gandini, che combatteva i filosofanti, come il conte De Cattaneo e Troilo Malipiero, e il Zorzi che divisò un’Enciclopedia italiana.

A Venezia si stampavano i migliori giornali, siccome la raccolta d’opuscoli del Calogerà e del Mittarelli; il Giornale letterario di Apostolo e Caterino Zeno, proseguito poi dal Lami; la Frusta letteraria del Baretti; l’Osservatore del Gozzi; la Minerva, il Corriere letterario, la Biblioteca moderna, che dava estratti de’ libri nuovi; l’Europa letteraria della Caminer Turra; il Giornale de’ confini d’Italia; oltre i giornali medici dell’Aglietti e dell’Orteschi, e quel di scienze naturali e commercio del dottore Griselini.

Senza recitare tutti i nomi onde Venezia allora si abbelliva, tanto basti a provare che non era nè più pervertita nè più ignorante d’altri paesi, come si piacquero dipingerla quelli che vollero scolparne l’assassinio. Bensì le mancavano le qualità che in altri popoli poteano elidere i difetti, e tra esse il valor militare, in un tempo in cui acquistava predominio la forza armata. Lusinga del secolo erano la pace e i progressi pacifici, e nessuno in Italia pensava a sciupare in armi i tesori ch’erano reclamati dai miglioramenti civili. Neppure Venezia lo fece, laonde si trovò incapace di resistere alla nuova arbitra del mondo.

La marina mercantile non contava meglio di quattro o cinquecento navi, e la militare una dozzina in acqua, e venti interminabili sui cantieri. Per aborrimento alle innovazioni, si conservò ai vascelli la foggia antica; segrete le pratiche di costruzione, come i processi della chimica.

Le galeazze erano state riformate nel secolo XVII; e la descrizione e il disegno dati dal Coronelli mostrano che i remi aveano cessato di disporsi a tre per banco come nelle antiche, ma equatamente lungo i due fianchi, in numero di quarantanove, lunghi quarantadue piedi, mossi ciascuno da sette uomini. Oltre questi trecenquarantatre remiganti, ogni galeazza portava ducento soldati cogli uffiziali, sessanta marinaj, un comíto, un pedota, uno scrivano, un chirurgo, un medico, quattro capi bombardieri, otto bombardieri, due remaj, quattro calafati, quattro marangoni. Il governatore e il nobile teneano per proprio servigio un cappellano, un computista, e uffiziali e ministri: sicchè l’equipaggio constava di settecento uomini. I trentasei pezzi d’artiglieria di bronzo pesavano da ottantanovemila libbre venete: aggiungansi i moschettoni da forcine, appoggiati alle sponde, i brandistocchi, le spade ed altre armi. Una galeazza bellica costava cenventimila ducati, e l’annuale mantenimento dell’arme ducati ventiseimila quattrocento, non computando il biscotto, la polvere e le altre munizioni. La Repubblica ne avea sei[203].

La miglior canapa si trae dal Padovano; e la Signoria, invece di farne provviste pel sartiame, obbligava a deporre nell’arsenale tutta quella che giungesse a Venezia; col che i mercanti trovavansi accomodati di magazzino gratuito, e il Governo conosceva di quanta potesse disporre, avea priorità nella scelta, e non comprava più dell’occorrente. Le corde riuscivano sì bene, che si davano per ogni nave quattro soli cavi di rispetto, mentre Inglesi e Francesi ne davano sei. Però le navi di Venezia erano costrette avere poca carena in grazia de’ bassi fondi[204], e quindi poco minacciose: alcune da cento cannoni non uscirono che per pompa.