Al crescere della potenza turca erasi sentito il bisogno d’avere galee stabili, e nel 1545 s’istituì il magistrato alla milizia di mare. Le ciurme erano tutte d’abitanti del dogado, fra i sedici e i cinquant’anni, che s’iscriveano ogni due anni; doveano sommare a diecimila, ma poi furono or più or meno, e si potè anche redimersene a denaro: in caso di bisogno levavansi, ed erano divisi in artigiani, pescatori, gondolieri, i quali ultimi venivano posti su galere di scuola, servendo al solo esercizio ordinario; e sebbene volontarj, teneansi alla catena fin all’imbarco. Per le navi grosse voleansi marinaj già sperimentati. I forzati aveano pessimo trattamento; non ospedale, e ammalandosi doveano pagare medicine e medico; si permetteva andassero a terra come facchini e servitori per guadagnarsi le prime necessità; gravavansi di debiti, e così finita la pena bisognava rimanessero per ispegnerli. Ai capitani stessi delle galee spettava la spesa delle provvisioni e degli uomini; nè la Repubblica li stipendiava se non dal punto che mettessero alla vela. Voleasi con ciò impegnare i ricchi agli armamenti, e distogliere i nobili poveri dai comandi, sicchè ne rimanesse il lucro ai denarosi. Gl’impieghi dell’arsenale erano poco più che titoli senza peso, i figli sottentrando ai padri se n’intendessero o no. Da seicento ragazzi, ignoranti malgrado i dieci maestri, vagabondavano scroccando, finchè giunti all’età, per impegni o per riguardo venivano accettati nell’arsenale, dove stavano scioperi, essendovi obbligati al lavoro appena un giorno alla settimana o al mese. I famosi boschi erano dilapidati, intanto che le navi non reggeano al mare; mancavasi d’ingegneri, di maestranze, di marinaj; tanto più dacchè la Russia, che allora compariva a competere la padronanza del mare, ingaggiava i Greci e i Dalmatini. Nel 1774 si mutò sistema, e lo Stato assoldò gli equipaggi, mentre il progresso degli stranieri indusse a migliorare anche qui le costruzioni navali.

Venezia non era mai stata potenza guerresca di primo ordine, e più che a minacciare Italia attendeva a difendersi in Levante; non volle adottare eserciti stabili e nazionali come la restante Europa; e nelle guerre comprometteva l’unità del comando col mettere a fianco de’ generali un provveditore. Lo Schulenburg aveva nel 1729 esibito un sistema d’armamento, che importava diciottomila cinquecento fanti, e due mila fra cavalleria, artiglieria e genio: ma l’artiglieria principalmente rimase trascurata. Pochissime truppe avea Venezia in terraferma; di più in Dalmazia e nelle isole di Levante, formate di forestieri, oltre il reale macedone, reggimento di Albanesi: ma accettavansi senza cautele, non si esercitavano per risparmiar la polvere, teneansi sparsi in modo da perdere ogni uniforme disciplina e soggezione, ridicoli per divise cenciose, temuti per fame e sete insaziabile, mal riparate sotto frasche, intesi coi contrabbandieri e coi masnadieri, dei quali talvolta usurpavano il mestiere, o più innocentemente applicavansi all’agricoltura. I tre reggimenti di cavalleria, croati, corazzieri, dragoni, sparsi a drappelli per paesi donde non erano mai mutati, il più che facessero era portar i messaggi e le intimazioni curiali. Le cernide poi, che non assumevano l’armi se non per guerra guerreggiata, vi si ascriveano solo per aver licenza di portar armi e agevolezza di contrabbandare tabacco, sale, polvere. I soldi facevansi stentare, e i provveditori bisognava supplissero con prestiti sul proprio credito. Dopo la pace di Passarowitz le fortezze lasciaronsi conquassate e cadenti, con moltissimi cannoni ma smontati, moltissima polvere, ma spesso guasta e fradicia; sottilissime le guarnigioni: nelle fosse si seminava; sugli spalti eransi piantati ulivi e gelsi, e la vite intrecciava i pampani ai vilucchi e ai caprifichi delle feritoje: di rado i bombardieri faceano spettacolo di sè, del resto piazzeggiavano al sole della riva degli Schiavoni e all’ombra delle procuratie[205].

Oh sì! appena jeri Venezia ha mostrato che l’incomparabile sua posizione può farla resistere alle forze d’un grand’impero; ma a tal uopo voglionsi ed esaltazione di sentimenti, ed esempio di vicini, e speranza in lontani, e concordia interna; e di questa appunto sentivasi il supremo difetto non colà solo ma in tutta Italia.

Pure sfavilla sugli ultimi giorni di Venezia l’astro di Angelo Emo. Conobbe egli i difetti della marineria, e cercò introdurre nelle costruzioni le teoriche di Bouguer; ed essendosi fatto un vascello da settantaquattro con gli alberi connessi, mentre prima anche i maestri erano d’un pezzo solo, quali ne porgevano le selve di Cansiglio e di Avronzo, egli fu spedito (1755) con questo e con due fregate a rincacciare i pirati del Mediterraneo, dove abituò le disusate ciurme a sfidare gli elementi e il fuoco nemico. Come almirante governator di nave (1765), cioè viceammiraglio, sforzò il dey d’Algeri alla pace, e fu eletto capitano delle navi, cioè ammiraglio (1769). Ne’ magistrati pacifici fece migliorare il modo delle esazioni, levare la pianta dell’estuario e impedirne le colmate: ottenne dalla gelosa Inghilterra laminatoj pel rame da rivestire le chiglie: pensava all’asciugamento d’un gran tratto del Veronese: coll’Austria, che pel lido degli Uscocchi spingendosi al mare, aveva incessantemente turbato i Veneti, fece un accordo per la navigazione del canale della Morlacca (1784). Spedito poi contro Tunisi, inventò le galleggianti, con cui affrontò e gli scogli di Fax e i bassifondi di quella Tunisi, che sebbene assai meno fortificata, avea respinto Carlo V: e quivi formò que’ marinaj, che da poi fecero bellissima prova, ma a servigio di stranieri. Costretto a ridursi nell’Adriatico per l’infausta guerra fra la Porta e la Russia, lasciò navi che tenessero in soggezione i Barbareschi, contro i quali accingeasi di nuovo allorchè a Malta morì (1792) non senza sospetto di veleno, prima di vedere i disastri della sua patria[206]. La quale fu in tempo di fargli erigere un monumento da un altro immortale suo figlio, di cui i primi passi erano stati incoraggiati da patrizj veneti, le prime opere erano state applaudite alla fiera dell’Assunta, ove, al modo de’ giuochi Olimpici, faceasi mostra d’ogni bellezza d’arti ingenue e d’industri.

CAPITOLO CLXXI. Costumanze. Il teatro.

Se facesse bisogno d’altre prove che l’importanza sociale non consiste negli avvenimenti politici, il secolo passato ci attesterebbe come in mezzo alla quiete si operasse una radicale trasformazione. Nel valutare la quale, ciò che il secolo nostro più ricorda è la distinzione dei nobili, legalmente dominatori nelle repubbliche, dappertutto efficienti ne’ municipj. Il diritto del pugno era stato spento in ogni luogo; andava pure togliendosi la giurisdizione feudale; e se nelle Romagne[207] e in Sicilia i baroni si tennero indipendenti dal sovrano e tiranni de’ popoli, nel Napoletano avevano sagrificato l’indipendenza della forza alle appariscenze della Corte; in Piemonte la nobiltà serbava aspetto militare, ma senza rappresentanza, benchè i titoli che traeva dai castelli le attribuissero privilegi nocevoli al popolo, fra cui lo sciagurato di dare essa sola uffiziali all’esercito; e tenendosi legata fra sè, poteva respingere le prepotenze de’ superiori ed esercitarne sugli inferiori. In Lombardia non serbavano che qualche distinzione di vestire, di comparse, d’essere decapitati anzichè impesi, e con patibolo ornato; del resto la mano monarchica gli aveva pareggiati nell’obbedienza.

Dappertutto però erano collegi di nobili giureconsulti, di nobili medici; essi soli componeano il consiglio municipale, essi coprivano le dignità ecclesiastiche, essi l’amministrazione gratuita delle pie fondazioni, essi le tante missioni a cui dava luogo la vita comunale, quando, invece d’una folla d’impiegati, vi si destinavano persone all’occorrenza. Tali uffizj produceano un dispendioso decoro, e la tradizionale clientela facevanli primeggiare ne’ municipj, di cui erano l’anima, l’ornamento, la tutela; e addestratisi nella giurisprudenza, o raccomodavano come arbitri le differenze, risparmiando processi e litigj, o sostenevano le ragioni del Comune o della corporazione, o dell’istituto benefico di cui erano o presidi o parte, o versavano in indagini economiche, ultima attività che si conservi dopo tolte le politiche; e bastevole occupazione vi trovavano quando i Governi non avevano ancora concentrati in sè tutti gli uffizj, le attribuzioni, l’attività.

I più erano spolverati de’ classici; leggevano e scrivevano latino; e furono nobili la maggior parte degli studiosi di quel secolo: chè, oltre l’obbligo di educarsi per comparire, essi ne avevano comodità sì per la tradizione domestica degli affari, delle gentilezze, dei libri, sì per l’avere maestri e scuole, sì perchè non costretti occuparsi in guadagni. Quei cadetti, cui i diritti del primogenito toglievano di supremeggiare per grado e ricchezza, cercavano distinzione col sapere e colle armi. Ma erano assai più coloro che, deposto nella lunga pace l’umor bravo e il prepotente soverchiare, infingardivano nella negligenza dei pubblici interessi, dei proprj diritti, della vera dignità, de’ progressi a cui allora si affaticava tutta Europa, e a cui i nostri ben poco coadjuvarono, lasciandosi mettere avanti il piede da quelli, a’ quali erano stati maestri.

Nell’educazione cercavasi piuttosto la vernice; trattavasi dei doveri verso di sè, più che di quelli verso gli altri; obbedire ai superiori, mantenere il decoro, impratichirsi agli esercizj cavallereschi, non fallire ai convenevoli, e le virtù di parata; e quanto alle dottrine, coltivare l’immaginazione meglio che il raziocinio, studiare i classici e non i filosofi e gli scienziati; procurare l’eleganza delle forme, più che i pensieri sani e i sentimenti veri, più che raddrizzare i torti giudizj e ampliare lo spirito. Conseguenza era l’accettare la moda, cioè il pensare e l’operare comune, senza ardimento d’originalità; donde una bonarietà uniforme, che fa perchè gli altri fanno, rimanendo sempre eleganti fanciulli, guardando come necessario ciò ch’è indifferente, lo che porta a tenere per indifferente ciò ch’è necessario, e trovarsi irresoluti e pusillanimi ne’ grandi bisogni della vita. Le pratiche pie, l’indocilimento della volontà, il rispetto ai preti, il decoro, le abitudini patriarcali disponevano certo al vivere onesto, alle virtù tranquille, all’amorevolezza soccorrevole; ma non abbastanza premunivano contro il cozzo delle passioni e degl’interessi, non rimediavano a quella fiacchezza di volontà da cui deriva metà delle nostre colpe, non a quella esitanza che ai mali della vita ci fa freddamente rassegnati, anche quando bisognerebbe vigorosamente repulsarli.

Essendo poi l’educazione una cosa distinta dalla società, bisognava rifarla quando in questa si entrasse. Che se volessero compirla con qualche viaggio, nel quale la loro condizione gl’introduceva presso le Corti dissolute di Francia e di Germania, o nei castelli inglesi, smarriti innanzi a una realtà di cui non avevano idea, tuffavansi facilmente in quella corruzione, accettavano gli esempj degli uni, i sofismi degli altri, vergognandosi delle massime in cui unicamente erano stati cresciuti.