Le ricchezze legate in fedecommessi e accumulate da tutta la parentela sopra un capo solo, e le fruttuosissime magistrature faceano alcuni somigliare a principi, non per potenza o autorità, ma per entrata e spendio, con centinaja di servi e di cavalli, e fragor di palazzi, di villeggiature, di caccie. Sopravvivono dappertutto chiese e cappelle patrizie suntuosissime, ville somiglianti a reggie, con giardini regolarmente disposti a viali, a carpinate, a siepi di bosso, in forma d’animali, di sedili, di torri, fin di scene storiche; l’arrivo del padrone dava vita al villaggio e ai contorni, e nei mesi ch’ei vi restava era un continuo andar e venire di carrozze, e un popolo di servitori, e un via va di visitanti, e balli splendidi, e rischiosi giuochi, e i sinistri esempj urbani.

Per tali servigi strappavansi molte braccia alla più utile delle arti, onde marcissero nell’abjezione e nella scostumatezza delle anticamere. Anche quello sfarzo era una sottrazione all’operosità commerciale, all’attiva industria, poichè riguardavasi scaduto il nobile che a traffici attendesse; mancava quella solerzia ch’è indotta dal bisogno di migliorare le rendite e perciò raffinare l’agricoltura, vantaggio ben maggiore ai contadini che non l’indulgente remissione dei debiti od il soccorso gratuito.

A quell’unico signore guardavano con invidia i fratelli minori, obbligati a celare nel chiostro e nelle caserme la povertà cui erano ridotti in grazia di esso, e a mendicare il piatto alla mensa del fratello padrone, o a sollecitare la protezione di esso e de’ parenti a favore di chi domandasse e pagasse; altro modo d’usufruttare l’ozio e le aderenze, a scapito della giustizia.

Ma il primogenito stesso, separato da alcuni fratelli chiusi ne’ conventi, nojato dall’assiduità degli altri, con una moglie nè scelta nè stimata, con beni di cui non potea disporre liberamente, che moglie, fratelli, servi gareggiavano a dilapidare, che gravati di debiti non potevansi depurare col venderne una porzione, sicchè bisognava logorare il capitale destinato all’agricoltura; gonfio di sè, fra le irremittenti cure di nonnulla, fra i continui disgusti della superbia, gli urti della vanità, le soddisfazioni del puntiglio, certamente non potea chiamarsi beato.

Durante il dominio spagnuolo, le donne erano rimaste appartate dalla società maschile; ed avendo il duca d’Ossuna a Milano raccolto una volta a circolo la nobiltà d’ambo i sessi, ne fu tanto a dire, che ben si guardò di rinnovarlo. Ma il principe di Vaudemont, ultimo governatore della Lombardia a nome di Spagna, cresciuto nelle maniere francesi, radunava di frequente i nobili a corte e ad una sua villa suburbana, che acquistò galante rinomanza. Poi sopravvennero i Francesi, e si divulgarono le loro usanze; talchè i nostri, passati rapidamente alla costoro leggerezza dal sussiego spagnuolo, perdevano la bonarietà antica per investirsi de’ nuovi usi, e con essi della frivola empietà, e di quella galanteria che è amore senza passione.

Allora si contrasse il morbo nuovo del cicisbeismo, legame insulso, che non aveva tampoco l’energia del vizio; logorava la gioventù in corteggiamenti, baciamani e fatue smancerie, con una dama scelta per convenienza non per cuore, coltivata con ostentazione e con faticose premure del vestire, del comparire, dello smaschiarsi. Quest’affetto di mera vanità produceva alla donna i difetti della lubricità senza che ne avesse le scuse; le dava un altro confidente che il padre de’ suoi figli, riconosciuto pubblicamente, talora stipulato nei contratti; svogliava dalle dolcezze domestiche, dall’attenzione ai figli, dalla riverenza al marito, che ridotto al secondo grado nella propria famiglia, ed occhieggiato nell’intimo delle proprie abitudini, non trovava in casa quell’onorevole e soave riposo che disacerba tante amarezze della vita.

L’abbigliatojo usurpava lunghe ore anche agli uomini. La testa architettata e sparsa di cipria, l’abito a recami e assestato, calzoncini, calzettine, scarpettine come da ballo, fibbie al ginocchio e al piede, costosi manichini, tutto pareva inventato per moltiplicare legami, e costringere a non muoversi che in passi di minuetto. La spada che portavano al fianco era una parodia delle imbelli abitudini; come i voti di castità e povertà che faceano i cadetti entrando cavalieri di Malta, per cui l’unico merito richiesto era la provata nobiltà. Le visite, il corteggio, i prolungati desinari, il corso empivano la giornata; alla sera teatro, più spesso i circoli e il giuoco, dove a un voltar di carte si mutavano ingenti fortune.

Era possibile non acquistare aborrimento per ciò che costasse sagrifizio, fatica, assiduità? Riponeasi il bene supremo nel riposo; si camminava nel solco antico, o sugli esempj e il pregiudizio; si rideva di tutto colla leggerezza che su tutto svolazza, in nulla s’arresta; dalla vita domandavansi soltanto fiori, e per risparmiarsi la fatica del pensare e dell’operare, si pensava e agiva secondo la moda altrui, anticipandosi l’inoperosità della vecchiaja.

Pochi i viaggi, e i più non aveano mai perduto di vista il campanile della terra natìa; onde mancanza di confronti. Neppur s’aveva, come in Francia, una Corte unica, una gran capitale, dove tutti i nobili facessero il tirocinio, e acquistassero uniformità d’usi e di tratti, mutandoli dietro all’esempio, e trasmettendolo agli inferiori.

Già era lamentato il cambiar d’abiti a seconda della foggia; sebbene lontanissimo dalla versatilità odierna. Nelle persone mediocri l’abito di sposo serviva alla gala di tutta la vita; anche le eleganti avevano un vestito, la cui immagine si associava a quella della loro persona. Il gran costo e la ricca fattura delle stoffe si opponeva ai subiti mutamenti, nè ancora i telaj inglesi avevano potuto somministrare quelle indiane e quelle cotonerie, che tanta apparenza uniscono con sì tenue costo, e che nell’eleganza pareggiano alla gran dama la sua portinaja. Anzi la moda d’allora distingueva inalterabilmente le diverse classi, nè l’artiere avrebbe potuto usurpare l’abito del civile, o il nodaro quello del gentiluomo. Uno de’ nobili più spregiudicati, Pietro Verri, fa colpa a Giuseppe II dell’ammettere uffiziali nell’esercito anche persone ignobili, perocchè il sentimento d’onore è educato fra i patrizj, non fra gli altri. Perfino ne’ teatri il viglietto del nobile costava meno di quello del plebeo.