L’eguaglianza mancava dunque dappertutto; e i nobili traevano a sè ricchezze, impieghi, dignità. E mentre essi stavano persuasi d’essere superiori per natura ai plebei, atteso la serie degli avi, di cui i poderi, i ritratti, gli uffizj si conservavano in famiglia, il povero s’era rassegnato a credersi di razza inferiore; la legge sanzionava le distinzioni, riservando gl’impieghi ai nobili, traendoli a fôro privilegiato, ove il plebeo non potea citarli, come non poteva chiamarli al feroce giudizio del duello, che essi costumavano fra loro, cento atti, cento esclusioni lo avvertivano che il suo vicino era superiore, non per merito ed autorità nè tampoco per denaro, ma per nascita; la moglie d’un ricchissimo mercante non poteva farsi reggere lo strascico come una dama pitocca e diffamata, nè un abilissimo meccanico portare la spada come il marchese che gli era debitore di lunghe liste, o come quelli che, venuti su dalla bottega o coll’appalto, per denaro facevansi strada nell’aristocrazia. — Io disprezzo quei che comprano la nobiltà», diceva Giuseppe II al Casanova; il quale rispondeva: — E quei che la vendono, sire?»
Non per questo il popolo odiava i ricchi. A quel sovrastare era avvezzo, come agli altri disordini della vita; e la dipendenza procacciava protezione, giacchè si ricorreva al padrone o al signor principale del villaggio, fosse per ottenere una dote o un posto o un letto all’ospedale, o per farsi rendere giustizia. I signori a vicenda consideravano come obbligo il proteggere i clienti; i servi nascevano in casa dai servi ereditati; il contadino stava da più generazioni sul fondo medesimo, e se poco si faceva per migliorarne la condizione, nol si lasciava nell’estrema miseria; gli artieri, gli operaj tradizionalmente mantenevano la pratica delle stesse famiglie.
Senza credere incivilimento il nausearsi del mestiero paterno, ciascuno era curiale, sartore, contadino, barbiere perchè tale era stato suo padre e suo nonno, dai quali avea ricevuto gli stromenti, le tradizioni, le clientele. Chi volesse uscire dal vulgo bisognava si facesse frate o prete; e saria parso reo di lesa società il gastaldo o il pizzicagnolo che mettesse i suoi figli sullo studio. Molto insomma conservavasi del patriarcale, così ne’ Governi come ne’ privati; il grande volea poter fare tutto, ma col proposito di fare il bene; era un dogma la padronanza, ma temperavasi colla benevolenza; e quell’aria soldatesca, che appestò la società moderna, appena appena cominciava per imitazione dei Tedeschi.
Questo complesso di tradizioni rendeva docili all’autorità, tanto più che i Governi non avevano ancora dimenticata l’arte di farsi sentire il meno possibile, di lasciar ire molte cose di loro gambe, molte rimetterne agli uffizj municipali, non togliendo ai sudditi la dolce compiacenza d’adoprarsi a vantaggio della patria. Le capitali non usurpavano ogni importanza alle città di provincia; e il patrizio che nel suo paese godeva dignità tradizionali, posto nel consiglio o nel collegio dei dottori, antica clientela, palazzo avito annesso alla storia del paese, non pensava a staccarsene per andare a sfoggio più splendido ma meno distinto nella capitale.
Agli Ordini religiosi molta consistenza attribuivano ancora l’unità, lo spirito di corpo, le dovizie, il carattere, e il non essersi la coscienza risolta in opinione. Ma lo zelo della carità primitiva o della conversione intepidì, dacchè il mondo era sistemato; da un lato proibita la manifestazione dei dubbj religiosi, dall’altro vôlti in riso l’autorità e lo zelo; sicchè i predicatori pareano intenti a farsi perdonare il loro stato; e l’ingiuria che s’affiggesse agli zelanti, ai dotti, ai pii era chiamarli gesuiti. Ecclesiastici d’alto merito non mancavano, ma troppi abbandonavansi non tanto alla scostumatezza, quanto alla negligenza, indotta dalla mancanza di contrasti e dalle agiatezze; ad intrighi e cure e corteggiamenti secolareschi, derivati dal non entrare nel clero per vocazione ma per domestiche convenienze; mentre i Cappuccini e gli altri Mendicanti spargevansi tra il vulgo consolandone i dolori, temperandone le miserie, celiati eppur riveriti e consultati, altri nelle città s’insinuavano in ogni casa, in ogni affare, consiglieri spesso, spesso intriganti, corteggiando la dama, connivendo al cavaliere, mascherando l’intrigo, sottraendo il reo alla giustizia, o questa indocilendo al raccomandato, sollecitando impieghi, doti, eredità.
Peste del clero erano gli abati, cadetti di case principali, o veramente plebei, che provvisti di buoni benefizj, dispensati dalle cure secolaresche e dispensandosi dalle ecclesiastiche, divenivano mobili necessarj d’ogni casa illustre, ove diceano la messa al comando, faceano la partita, raccontavano le novità. Con ricche zazzere, panni finissimi d’Inghilterra, sete di Lione, manichini di Fiandra, grande anello all’indice destro, tabacco di Siviglia in scatola d’oro cesellata, da tavola a tavola, da villa a villa portavano le celie e le novelle, tesoreggiando epigrammi da ripetere, scrivendo sonetti e madrigali d’occasione, facendo ridere degli altri e di loro stessi.
A dipingere quei tempi molti colori ci offrirebbero gli stranieri che viaggiarono nel nostro paese, cercando qui le arti e il gajo vivere, come in Inghilterra il pensare e il governare; portandovi compassione più che insulti. Fra essi meritano ricordo l’inglese Sharp[208] per la confutazione che ne fece il Baretti, esagerando per ribattere esagerazioni[209]: e i francesi Lalande astronomo, che restò in un discredito proverbiale, non forse meritato[210], e il De Brosse che fu poi presidente. Raccomandato dal proprio nome e dalla compagnia di Lacurne Saint-Palaye, autore del Saggio sulla cavalleria, osservò con discreta leggerezza, se pur non sono alterate le lettere che tardi se ne pubblicarono[211]; trascurate e scorrette, ma senza apparato pedantesco, giudicando alla ventura e senza dissertare, e offrendo immagine viva del paese; credeva barbari tutti gli artisti avanti Rafaello, ma del resto dava giudizj liberi in fatto d’arte, deridendo il barocco ed il grottesco che i nostri mescolavano al classico; e a lui rimonta quel che ai dì nostri parve un ardimento dello Stendhal, che non bisogna credere tutte le lodi date dal Vasari alla scuola fiorentina, fors’inferiore a tutte le altre (Lett. 24).
Se vogliamo con questi e con altri scorrere il nostro paese, eccoci in prima a Torino, talmente rinnovellata da quando la vedeva Montaigne, che De Brosse la dichiara la città più bella d’Italia per filo delle strade e regolarità degli edifizj. Lalande vi trovava meno lusso e depravazione che nelle grandi città; «il re sopravveglia come un padre in famiglia, e dà buoni esempj; non si ha l’abitudine di mantenere attrici; la nobiltà può comprarsi ma a gran prezzo, mentre sono poco ricchi i nobili, cui non è dato lucrare sopra le finanze, amministrate per conto del re, tanto bene che un ambasciadore di Francia ebbe a dire: A questo modo, ciascuna provincia francese varrebbe quanto un regno[212]. «I nobili non possono uscire di paese, nè vendere i feudi senza permissione, e sono obbligati servir nelle armi, ma con poco guadagno; mentre neppure alle magistrature lascia gran rilievo il governo alla militare». Di Piemonte uscivano sete per diciotto in venti milioni, e molto riso; attorno a Torino coltivavasi il tabacco, la cui privativa fruttava al re cinquecentomila lire[213]. Ogni appalto poteva essere disdetto, qualora alcuno alla Camera offrisse un terzo di più.
A Genova, lo Stato più povero e coi cittadini più doviziosi, eranvi, secondo il De Brosse, ricchi di quattrocentomila lire che ne spendeano trentamila e fabbricavano palazzi per sè d’un milione e pel pubblico di tre milioni, e stupende chiese: il fasto degl’Italiani, ben più ricco, nobile, grazioso, utile, magnifico e grandioso di quel di Francia, il quale si riduce al dare pranzi. Le donne coprivansi del mézzaro, i nobili di nero, sempre senza spada; la gioventù morigerata perchè occupata. Alle veglie regnava molta amenità, e profusione di lumi e rinfreschi. Nelle carceri dell’Inquisizione stava solo un tal Riva, che aveva predicato l’ateismo, e per venticinque anni non volle ritrattarsi. Si lavorava assai di velluti, principalmente neri; d’una carta immune dalle tarme, di paste, d’ebanisteria, di sapone, di fiori artifiziali, di lampade a riverbero, quivi introdotte assai prima che a Parigi. Porgevano occasione di divertimento le devozioni; e nelle famose processioni delle Casaccie, il nobile che avesse saputo montare la scalea di San Lorenzo tenendo il pesante crocifisso in bilico, senza toccarlo colle mani, era vantato come oggi quel che abbia scritto un articolo per diffamare un galantuomo.
In Lombardia noi sappiamo d’altre parti che sopravviveano pregiudizj e istituzioni spagnolesche, e un tribunale araldico non solo verificava la nobiltà e le sue gradazioni, ma regolava l’addobbo, l’acconciamento, il cerimoniale; a chi l’uso de’ predellini sotto i piedi, e delle borse pe’ libri in chiesa; o la tal forma del guardinfante, e il farsi sostenere lo strascico, e portar le torce davanti al cocchio e nel salir gli scaloni, o i fiocchi di seta ai cavalli, e le livree di color variato ai servi e co’ galloni d’argento e d’oro, e aver sulla carrozza lo stemma, e attorno a quella staffieri e lacchè, e mandar inviti a stampa per circoli, matrimonj, funerali.