Notati i cattivi alberghi, Lalande appuntava a Milano le vie non illuminate la notte, non segnate con nomi, inaffiate da galeotti. Il teatro, su cui comparivano fin quattrocento figure e quaranta cavalli, durava dalle nove ore sin all’una dopo mezzanotte, e molto strepito faceasi durante la rappresentazione: l’unito ridotto era riservato ai nobili, e i giuochi se ne appaltavano per quattromila luigi, che servivano di dotazione al teatro. Al Corso sfilavano fin ducento carrozze bellissime. Nello Stato v’avea da seimila soldati; trenta birri bastavano al buon ordine della città, ventiquattro alla campagna. L’ingerenza che conservavano nell’amministrazione del proprio paese, valeva a ritenere a Milano e nelle provincie i nobili, che nelle monarchie tendono ad affluire alla capitale[214].
I Milanesi passano per diffidenti; l’eccessiva economia li rende operosi; scarsi d’ingegno, ma meritevoli del titolo proverbiale di bonacci, buoni buseconi. I mercanti hanno l’abitudine di chiedere il triplo del prezzo. Molto lavorasi di foglia e fil d’oro, e di velluti e vetri: carrozze vi si fanno comode e robuste, cercate per tutta Italia[215]. Il collegio di Brera conta ottanta gesuiti e mille ducento scolari. Le signore hanno aria disinvolta, senza il compassato degli altri paesi. Il cicisbeismo non v’è d’etichetta per le donne, nè di servitù così dura per gli uomini quanto a Genova, a Roma, a Napoli; una buona metà non è provvista di cavaliere servente; quelle che l’hanno, non son notate come cosa straordinaria, sicchè più facilmente possono cambiarlo, nè sono tenute a vedersi accompagnate perpetuamente da un uomo nojoso.
Venezia era sempre oggetto delle meraviglie e delle favole de’ viaggiatori, e il De Brosse vi ammirava l’illuminazione dei tre ordini delle procuratie, in cui la notte di Natale consumavasi più cera che in un anno in tutta Italia. Poco s’invitavano a pranzo i forestieri; e in generale per gl’Italiani il minore dispendio va nella tavola; di mattina, ai visitanti offresi la cioccolata, di sera gelati. Le famiglie a Venezia tenevansi molto unite, vivendo senza spartire i beni. I giovani studiavano, poi a venticinque anni metteansi ne’ pubblici affari. L’accettar gl’impieghi era obbligo, ma poteasi sottrarsene col farsi abati. Le mode francesi vi penetravano a stento. I Veneziani erano sobrj, beveano poco vino, andavano a romper l’aria in terraferma, dove in magnifiche ville riceveano molte persone e bene, e dove radunavansi ogni giorno ai caffè. In questi, come ai casini, andavano anche le signore, alle quali il cavalier servente era necessario per dar la mano all’uscire e all’entrare in gondola.
Di convegni e intrighi erano campo i conventi, e l’allegria dominava in quelli riservati alla nobiltà. In San Sepolcro erano professe cinque fanciulle de’ Giovanelli; in una vestizione si spendea fin ventimila scudi. De Brosse particolareggia troppo sulle cortigiane; e Lalande stupisce come, senza truppe e con poche guardie, non vi succedessero assassinj, neppur duelli. Ogni casa ricca aveva libreria, e collezioni artistiche e naturali. Fin cinque giornali vi si pubblicavano, operosa la tipografia, e lavoravasi molto di fonder caratteri. Continuava l’arte de’ vetri, e facevansi lumiere (ciocche) fin di sei o sette piedi di diametro.
In Toscana la nobiltà era la più parte d’origine popolesca; e i titoli prodigati dai Medici, e le commende di Santo Stefano conferivano privilegi futili, e non toglievano di conoscervi scarse le ricchezze, le quali del resto erano molto livellate, e usavansi col buon senso. A Firenze le fanciulle non poteano parlare a chichefosse; sol dopo promesse aveano libertà di trattar collo sposo. A Siena era spasso prediletto il far alle pallottole di neve. Gorani[216] descrive un circolo in casa del Sinsinelli governatore, in una sala dov’era il camino ma spento; sedeasi attorno a una tavola, sotto la quale stava un braciere, e ciascuno tenea sui ginocchi un veggio per iscaldar le mani; sulla tavola ardeva una lampada d’argento a due lucignoli, bastante per chi non avea che a parlare.
A Bologna il cambiar del legato cambiava intera l’amministrazione della giustizia, poichè egli menava seco fin i birri. Molto vi si lavorava di veli crespi, sapone, rosolj, tabacco, carta; e principalmente di carte da giuoco. Quelle donne, collo zendado parevano in lutto; gli uomini, gran parlatori, mostravano estrema franchezza nello spacciare cognizioni che non avevano.
A Roma poca nobiltà derivava dalle antiche famiglie e molta dalle papaline; ma l’elemento democratico vi si mescolava mercè dei tanti monsignori e prelati, che fra i grandi aveano probabilità di sedere come cardinali. I signori non erano troppo ricchi; aveano ereditato magnifici palazzi, ma poco riceveano, salvo che alla campagna. Vi si pubblicò lungo tempo una gazzetta manoscritta, che a nessuna cosa o persona serbava rispetto; il che faceasi pure a Venezia, e con tal segretezza che mai non ne trapelò l’autore. L’antica reputazione di gelosia era perduta, e nessuna dama appariva in circoli se non accompagnata dal cicisbeo. Questo deve la mattina andar a farle visita, aspettando in sala finch’essa sia visibile; assiste alla pettiniera, la conduce a messa, fa seco la partita fin all’ora del desinare; dopo questo, rimane presente al nuovo addobbo, la mena alle quarant’ore, poi alla conversazione che comincia all’avemaria, e la riconduce all’ora di cena. Tali ibridi unioni durano fin venti anni; e non che cagionare scandalo, le dame vi danno tutta l’aria di decenza, disapprovando la civetteria delle Francesi, la quale provoca molti adoratori. Il cicisbeo è distinto affatto dall’amante, contro del quale anzi egli serve di salvaguardia. Ove Lalande riflette ch’è meglio aver un cicisbeo che cinquanta vagheggini, e che dimostra la depravazione non esser ancora estesa a segno da introdurre col libertinaggio la leggerezza.
Le Romane non metteano troppa attenzione all’abbigliamento, e in generale le Italiane faceano maggior parsimonia di rossetto che le Francesi. Molte limosine si distribuivano, e zuppe alla porta di tutti i conventi. Assassinj anche nel cuor della città, non per rubare, ma per passione; rarissimi i supplizj. Secondo il Gorani, frequentavano gli avvelenamenti, massime fra parenti; e la terribile acqua tofana stillavasi non più a Napoli, ma a Perugia. Gli uomini vestono facilmente da preti. Della politica molto studio vi si fa; molto se ne discorre nei circoli, dove Lalande trova non consueto il giocare, mentre il Gorani dice che l’unico modo d’acquistarvi stima era il giocar di grosso.
Costui segue a dire che ciascuna professione aveva un caffè proprio dove raccogliersi i pittori, gli antiquarj, i cancellisti. Somma potenza esercitavano gli abati: i prelati difettavano di virtù e di scienza, mentre i claustrali erano colti e gentili: la classe operosa fregiavasi di belle virtù: la plebe gran parlatrice, superba del passato e del veder accorrersi da tutto il mondo ad ammirare le sue ruine; dal continuo aver sott’occhio i capi d’arte acquista buon gusto; non è avara, col che si scevera dall’insaziabile servidorame. Il Governo spende assai in istrade; ma gl’intraprenditori mangiano il denaro, e le lasciano pessime. I principi adoprano i servitori come bravi, e il cardinale Albani più volte gli armò per sottrarre delinquenti alla giustizia. Ma De Brosse avverte: «La libertà di pensare in fatto di religione, e fin di parlarne è tanta in Roma almeno quanta in qualunque città ch’io conosca: non si creda il Sant’Uffizio così nero come si dipinge: non ho inteso parlare di verun caso di persone messe all’inquisizione, o trattate con rigore»[217].
Egli si fa beffa de’ giardini in forme bizzarre; eppure, senza approvarli, convien confessare che non mancano d’attrattive. Sono cortili ornati d’antichi cimelj; scale sviluppate che non menano a verun oggetto, labirinti inestricabili, parterri a disegni compassati, e arabeschi e stemmi; e fra divinità e fauni di travertino, fra grotte di tufi e conchiglie, fra castelli in ruina romoreggiano altissime cascate od organi idraulici. Alla Rufinella il bosso nano figura nomi d’illustri; alla villa Aldobrandini la roccia rappresenta un’enorme faccia di Polifemo, la cui bocca dà l’accesso ad ampia grotta.