A Napoli si sfoggia lusso, ma spesso fraudando gli artigiani; spendonsi dieci luigi il mese per la tavola, cento per la scuderia; conversazioni magnifiche, e nel 1778 una mascherata, che rappresentava l’entrar del sultano alla Mecca, componevasi di quattrocento figure. Usansi grandi cerimonie e numerosi servi, perchè costano poco, e ricercansi specialmente milanesi, come fedeli ed esatti; il cocchio d’ogni dama è preceduto da più volanti. Non molti i cicisbei; e le donne vanno alle conversazioni anche d’uomini celibi, come usa a Roma. Non v’abbondano come a Parigi e a Londra quelle miserabili, che fan l’onta del loro sesso coll’importunità. Diradavano anche le avventure galanti ne’ conventi, ma questi erano numerosissimi e per ogni condizione; molte le esteriorità devote, magnifiche le feste, e con una specie di mascherata a Napoli era il trionfo della musica, e orrido genere di speculazione i soprani.

Non bisogna tacere quante donne si facessero ammirare per ingegno, ed oltre le letterate, aveasi una Caterina Padovani Bonetti e una Beatrice Cittadella a Padova; a Milano la duchessa Serbelloni, che tradusse le commedie francesi di Destouches; a Venezia teneano convegni brillanti e onesti la Albrizzi e la Benzon; Caterina Bonfini, stata cantatrice, e tratto buon profitto dagli amanti, raccoglieva a Modena la società migliore dopo partitone il duca; altrettanto faceva a Firenze la contessa d’Albany moglie dell’ultimo Stuard; e a Roma la contessa di Rosenberg inglese, la quale sposò il conte Bartolomeo Benincasa modenese, poi separandosene gli fissò ottantamila lire di pensione, ond’egli visse brillante a Parigi e a Milano, scrisse su giornali ed ebbe impieghi.

Ma perchè si vivea spensierati non si figurino idillj di felicità; non v’avea libertà nelle repubbliche, non indipendenza ne’ principi, non garanzie fra i popoli; nè fu storia di questi la da noi narrata, bensì de’ Borboni, Austriaci, Lorenesi, Savojardi che se li disputavano; guerre o trattati non portavano a sviluppo morale, non nasceano da eroismo e generosità. La nazione dunque si abbandonò a una lassitudine di viver molle e spensierato.

Il commercio intisichiva in piccolezze di ritaglio; ed eccetto le sete, verun’altra industria profittava al paese; le manifatture non che attirar denaro forestiero, neppur provvedeano ai nostri bisogni, giacchè i capitali che avrebbero dovuto alimentarle giacevano inoperosi o consumavansi in frivolo lusso. De’ campi molta parte aspettava cultura; molta era di proprietà comunale, cioè guasta da tutti, curata da nessuno; molta in manomorta, dove più non si cercava migliorare la rendita dopo averla creata; molta ristretta in primogeniture e fidecommessi, dove l’ampiezza sviava dalle necessarie attenzioni, e talvolta il sopraccarico dei debiti facea vendere le scorte e sottraeva i capitali, necessarj alla buona gerenza, intanto impacciando le transazioni. Lo sminuzzamento delle provincie e i privilegi faceano che disuguali cadessero le imposte da paese a paese, da persona a persona. Poche strade e mal tenute, e queste pure impacciate da pedaggi.

Il trattato di Kainargi del 1774 aperse il mar Nero ai Russi, che vi coltivarono quegli ubertosissimi terreni, dapprima negletti dall’accidia musulmana; e con pochissima spesa, in grazia degli uomini mezzo schiavi, ottennero abbondantissimi grani che versarono in Europa, sicchè d’allora restò avvilito il prezzo de’ cereali, principalmente in Italia.

Masnade di ladri rendevano pericoloso il viaggiare, non nella Romagna soltanto e nel Napoletano[218] famosamente funesti, ma fin nel cauto Veneziano e nella regolata Lombardia; e il Governo or doveva prendere in ispecial protezione i beni di qualche gran signore o qualche paese minacciato, ora con premj eccitare i cittadini ad armarsi, arrestare, uccidere i malviventi; or applicare ferocissime pene, con cui non si facea che rintuzzare la sensibilità e mettere a pericolo la giustizia col dispensarla dalle formalità della procedura. Armi non avevansi, se non qualche reggimento reclutato coll’ignobile ingaggio: pochi gentiluomini compravano un vano grado nelle milizie forestiere, o negli Ordini di Malta e di Santo Stefano, sviati dall’istituzione primitiva per divenire di pompa aristocratica e null’altro. Il clero, invece di combattere in quelle fondamentali quistioni che sviluppano i grandi talenti, perdevasi in frivoli eppure accanniti litigj d’un giansenismo, qui imbastardito dalla protezione de’ forti. Dappertutto mancava quella vigoria, che fa ripudiar l’errore sotto qualunque aspetto si presenti, e voler sempre e solo la verità per quanto costi.

La letteratura ritraeva dell’affievolimento generale, ridotta ad elegante loquacità, insulse galanterie, imbellettata goffaggine, ad uccellar belle immagini, ingegnose similitudini, locuzioni eleganti, da versare a piene mani per meritar larghissime lodi con ingegno mediocre. La poesia arcadicamente bamboleggiante, era comandata d’umiliazioni sempre nuove, alle minime occasioni della vita pubblica e della privata. Libri popolari non si facevano, eccetto i catechismi, che per verità suppliscono a tutti. I giornali, frivola lettura e dannosa quando divengano monopolio de’ più inetti scribacchianti e dei più assurdi ragionacchianti, allora erano pochi o pochissimo letti, nè si curavano di sminuzzar il sapere, il quale rimaneva privilegio come ogn’altra cosa; e in ogni città o provincia v’aveva quei due o tre in fama di dotti, al cui parere si riportavano tutti, dispensandosi dalla fatica del riflettere, e disapprovando chiunque pensasse diversamente.

La scarsa lettura e le difficili comunicazioni manteneano funesti pregiudizj, privavano del vantaggio che deriva dal ricambio d’idee, dal veder altri costumi, dal conoscersi a vicenda. I nostri ignoravano quel che scriveasi fuori, a segno che i pochi che lo sapevano affidavansi a copiarne le teorie, e fin le parole, sicuri di non essere scoperti. Eppure di gran depressione nel carattere nazionale era sintomo l’eterna imitazione dei Francesi; quanto da Parigi venisse sembrava un oro, e beato chi primo vestisse quelle foggie; di Parigi doveano venire i cuochi, i maggiordomi, i sartori; dovevasi cinguettar francese prima di saper parlare italiano; a Venezia recitavasi commedia francese. Scipione Maffei nel Raguet pose in iscena quei che il paterno sermone lardellavano di smorfie francesi: il Cesarotti trova che «la biblioteca delle donne e degli uomini di mondo non è che francese»: il veronese Becelli, dimenticato autore di dottrine anticipate, querelavasi del gran leggere e tradurre che gl’Italiani fanno le cose straniere, e dell’affettato lodarle per deprimere i nostri[219]; il Chiari si lagna che «pensa francese chi nacque a Milano», che «pare credano nulla si stampi in Francia di cattivo», che «le donne il parlar tosco ignorano per balbettar francese»; e assennatamente soggiunge: — Abbiamo preso dagli stranieri gli abiti, i linguaggi, i vizj, ma non però spogliati i pregiudizj nostri».

Seguitavano i nostri ad andar fuori a procacciare guadagno co’ mestieri e coll’industria, fra i quali il Galignani di Palazzuolo bresciano a Parigi fondò il giornale del Messenger, che dura fin adesso. Di rimpatto Tommaso Lambe fin nel 1719 veduti i nostri torcitoj, li trasportò in Inghilterra e li perfezionò, ottenendovi quattordicimila lire sterline di premio[220].

La plebe, sotto il qual nome va inteso tutto il terzo stato, conservava il sentimento di religione e di famiglia, la riverenza all’autorità, l’amore dell’ordine; ma anche molti pregiudizj, non contando quelli che pajono tali ai pregiudicati dell’età nostra; al malocchio, alle apparizioni di diavoli e di morti si credea generalmente, e n’erano pieni i discorsi de’ nostri padri. La plebe dunque soffriva men patimenti che oggi, ma più umiliazioni; e queste snervano il carattere, mentre può esser rinvigorito dalle calamità. Cento paure la circondavano; paura de’ nobili che poteano vessarla impunemente; paura de’ ladri, e altrettanta degli sgherri e de’ giudici, mal frenati dalla fierezza punitiva; paura de’ dazieri, che per qualche contrabbando poteano mandar sossopra una famiglia; paura di potenze misteriosamente malefiche[221].