Il Cafariello (-1787), scolaro del Leo, poi successore nel dirigere il conservatorio della Pietà a Napoli, indi la cappella reale, nella musica da chiesa e da teatro sapeva adattare i motivi del sentimento, senza sbalzi ma con progressione armonica e soavità. Antonmaria Sacchini, anch’esso napoletano e allievo del Durante e molto dimorato in Inghilterra, piace per amabile e facile fare, dolcezza, melodia; e coll’Edipo a Colono parve ai Francesi toccasse il punto supremo. Prima di comporre leggeva qualche sonetto del Petrarca; e D’Alembert disse che le sue sonate sono un sentimento e un linguaggio, piuttosto che un suono e un’armonia. Giuseppe Sarti di Faenza (-1802) gli succedette come maestro al conservatorio dell’Ospedaletto a Venezia, poi a Sartori nella cappella del duomo a Milano, infine diresse la musica alla Corte russa, e nel Tedeum per la presa di Okzakow introdusse anche i cannoni; eppure aveva grazia ed espressione, e fu maestro di Cherubini. Il Pachierotti (-1825) fu filosofo della musica. Il Salieri di Legnago, maestro di cappella a Vienna, attese ad opere buffe, poi anche a serie sulle orme di Gluck, con condotta drammatica. Boccherini, re dei quintetti, precedette Hayden nel perfezionare la musica istromentale.
Giuseppe Tartini (1692-1770) istrioto di Pirano, resistendo al padre che voleva mandarlo minorita, si pose alla legge in Padova, ma più divertivasi della scherma e dell’amore; e sposata una parente del vescovo, fuggì con essa, vagando finchè ricoverossi nel convento d’Assisi. Quivi applicatosi alla musica, riuscì stupendo violinista; allora perdonato, fu lungo tempo ad Ancona, poi per cinquant’anni maestro alla cappella del Santo di Padova, ove cominciò una scuola famosa. Erede degli scritti del Corelli, princeps musicorum, anzichè musicæ, che aveva fondato su regole l’arte del violinista e vincendolo in felicità di motivi, il Tartini estese le ricerche sulla produzione de’ suoni, chiedendo la spiegazione dell’armonia mediante sperienze acustiche ingegnose, che sfuggono alla comune dei compositori, e ridurrebbero a mero calcolo un’arte che trae efficienza dal sentimento, e dove le teorie dell’acustica mai non rendono ragione del ritmo. Così scoperse il terzo suono che esce dal toccare due corde all’unissono, del violino ingrossò le corde e allungò l’archetto, e dettò Lezioni pratiche. L’accusano d’avere sagrificato il sentimento alle difficoltà, ai trilli, ad altre fioriture; pure ne’ suoi adagio il violino parve acquistare veramente un’espressione drammatica. Nel 1725 da Carlo VI invitato a Praga, diede buon indirizzo a Stamitz, illustratosi poi a capo della scuola di Manheim. Morì di scorbuto fra le braccia del Nardini, uno de’ suoi migliori allievi; fra’ quali furono segnalati i Pollani, Pugnani e Giambattista Viotti (-1821) di Fontaneto piemontese che nella musica volea grandezza non capricci, e riuscito originale per grazia e sublimità, fu festeggiato in tutta Europa, e lasciò a stampa molte composizioni. Insigne violinista e compositore di drammi fu pure Antonio Bruni di Cuneo, vissuto fin al 1823.
Tradizionalmente continuavasi a guardare come disonorevole la professione del teatro: nel Carolino a Palermo non si comportavano nè donne nè amori; ed è a vedere nella Storia letteraria del 1753 lo strano rimpasto che vi si fece della Clemenza di Tito per poterla rappresentare. Sui teatri di Roma, solo ai tempi di Pio VI, per istanza della Principessa Braschi si permisero donne. Vi supplivano i castrati, e la fortuna diede all’Italia molti egregi soprani, massime a Bologna e Napoli; superbi infelici, che elaboravano la laringe a segno da gareggiare cogli strumenti musicali, facendo quelle che Metastasio chiamava sonatine di gola. Baldassarre Ferri perugino, lodato da Rousseau per la voce più estesa, flessibile, dolce, armonica che mai si fosse udita, in un fiato discendeva e saliva due intere ottave con un trillo continuo senza accompagnamento, riscoteva applausi straordinarj; a Firenze gli uscirono tre miglia incontro personaggi principali; ritratti e medaglie e sonetti gli si profusero; la sua carrozza era tirata da uomini; a Londra una maschera gli offrì un bello smeraldo. Francesco Bernardi dalla patria detto il Senesino, era molto onorato da Händel.
Il Caffarelli da Bari (1705-82), capace d’emulare gl’istrumenti più difficili e melodiosi, e che mostrò quanti abbellimenti può dare alla musica la voce, a Venezia toccò fin seicento zecchini per un carnevale. Il re di Francia gli mandò regalare una tabacchiera d’oro, ma egli al portatore mostrandone una raccolta di più belle e costose, — Almeno (soggiungeva) vi fosse il ritratto del re. — Ma questo non si dona che agli ambasciatori» replicò il segretario; e il cantante: — Tutti gli ambasciatori del mondo non farebbero un Caffarelli». Il re gl’inviò un diamante e l’ordine di andarsene subito. Sopra un palazzo ch’egli si fece fabbricare scrisse: Amphion Thebas, ego domum. Tanto guadagnò che comprossi la ducea di San Donato, cui unì la rendita di quattordicimila ducati.
Carlo Broschi detto Farinelli, napoletano e scolaro del Porpora, con una voce estesa di tre ottave eseguiva le arie più difficili di Händel, di Hasse, di Vinci, e trilli in gara cogli stromenti di fiato; e i contemporanei non hanno parole bastanti a lodare le corde sue robuste e flessibili. A Londra accolto in trionfo, guadagnò fino cinquemila sterline in un anno; un Inglese gridò in pieno teatro, — Non v’è che un Dio solo e un solo Farinelli»; e facendo egli da schiavo, e il Senesino da tiranno, questo nell’udirlo cantare dimenticossi del personaggio e l’abbracciò, e gli spettatori a freneticamente applaudirli. Gareggiava col Caffarelli: due usignuoli, dicevasi; l’uno che alla classe colta strappava ammirazione e lacrime; l’altro delizia del popolo per le vinte difficoltà. Il Farinelli a Madrid toccava quaranta mila lire l’anno; e ogni sera cantando innanzi a Filippo V[227], a vincere l’umor negro del quale l’aveva chiamato Elisabetta, seppe divenirne confidente, consigliero ed arbitro: pure non abusò di quella grandezza; e scadutone, si ritirò a Bologna esercitando splendida ospitalità.
Su questi esempj si formarono il Rubinelli, il Pachierotti, ultimo de’ gran soprani, e il milanese Marchesi il quale, al tempo della repubblica, invitato dal Miollis a dare un’accademia, ricusò con una generosità ben insolita allora rispondendo, — Il generale straniero può farmi piangere, non farmi cantare». Secondarj rimanevano i tenori; però fu vantato il Burzolini cantante del duca di Mantova, poi Ettori dell’elettore palatino, Rauzzini che anche compose, Crivelli sublime nella Nina Pazza, Batino, Davide, Ansani ed altri: ma solo Rossini diede importanza a queste voci, nelle quali poi primeggiarono Garcia, David figlio, Nozzari, Mombelli, Bonoldi, Donzelli, Rubini, Moriani e gli altri nostri contemporanei.
Così careggiati, pensate se i cantanti trascendessero in pretensioni e ostinatezze; le virtuose battevano il tempo collo scettro o col ventaglio, sorridevano ai palchetti, prendeano tabacco, lanciavano villanie al rammentatore, sfibbiavansi per gorgheggiare a miglior agio, e alla fine uscivano mezzo svestite. Guadagni, facendo da Ezio, al finale mutavasi in Teseo perchè gli piaceva combattere col Minotauro: una bella non volle mai cantare il larga mercede di Metastasio, ma ampia[228]. Lodatissime troviamo pure Vittoria Tesi fiorentina e Faustina Bordoni veneziana; e famosa non meno pel canto che per le bizzarrie la romana Gabrielli Caterina, scolara del Porpora e del Guadagni pel canto e del Metastasio per la declamazione. Dai grandi facevasi pagare profumatamente, per poi prodigare coi teatranti. L’ambasciatore di Francia per gelosia le diè una stoccata; ma schermitane dal busto, essa volle la spada del pentito, e destinava conservarla per trofeo con un’iscrizione, se Metastasio non l’avesse rabbonita. Un signore fiorentino mostratosi accorato per un manichino suo ch’erasi stracciato ad uno spillo della Gabrielli, essa il domani gli mandò sei bottiglie di vin di Spagna, ove faceano da turaccioli altrettanti superbi merletti di Fiandra. Da Caterina di Russia chiese per stipendio diecimila rubli. — Non pago tanto neppure i miei marescialli», disse la czarina; e l’attrice: — Ebbene, fate cantare i vostri marescialli». A Palermo avendo eccitato un inesprimibile entusiasmo, quel vicerè la invita a un pranzo di cerimonia; vien l’ora, ed essa non compare; mandasi per lei, e la trovano placidamente a letto, nè per esortazioni volle muoversi. La sera cantò sottovoce, dicendosi indisposta; e il vicerè mandò a minacciarla; ma essa: — Mi farà gridare, ma cantar no». Finito lo spettacolo, è messa in cortesissimo arresto per dodici giorni, ne’ quali essa diede pranzi scialosi, soddisfece per debitori carcerati, la sera tenea circolo cantando ai prigionieri con quella maggior maestria che sapesse; e quando fu sciolta, una folla di poveri l’accompagnò dal carcere a casa in trionfo. Quando nel 1780 cantò a Milano col Marchesi, si formarono due partiti, che contrariavansi in teatro e sui caffè, sin co’ pugni e colle spade.
Queste frenesie diventavano uno scandalo quando si portavano alla chiesa. Ivi la musica si facea con fragore e schiamazzo; una volta si infilarono quattromila amen; e perchè gl’istromenti da fiato in qualche luogo erano proibiti, sonavansi di fuori; e gli astanti applaudivano spurgandosi[229]. Ma i maggiori maestri scrissero anche per la chiesa; e celebri furono lo Stabat Mater e la Salve regina del Pergolesi, la messa di requiem di Mozart; di Paisiello la cappella reale di Parigi conserva ventisei messe, il mottetto Judicabit in nationibus, il Miserere, l’oratorio della Passione.
Altri intanto raffinavano la teoria della musica, come Rameau di Dijon, che superando Lulli, diffuse il Sistema del basso fondamentale; come il nostro Tartini; come il padre Giambattista Martini bolognese (-1784), allievo dell’insigne Giacomo Antonio Perti. Scrisse egli sulle correlazioni della musica colla matematica, fece la più estesa raccolta di trattati di quell’arte, e una storia, i cui tre volumi si limitano alla musica ebrea e greca. Alla teorica associò eccellente pratica, sebbene più d’arte che di genio; ed ebbe da tutti i sovrani d’allora testimonianze, quali non ottenevano i pensatori; insisteva si conservasse alla musica ecclesiastica il far grande e maestoso, e la primitiva semplicità si surrogasse a strepiti da piazza e sdulcinature da teatro.
Il padre Giovenale Sacchi (-1789) barnabita milanese, tentò ricomporre il sistema musicale degli antichi, e volgere quest’arte più ad elevare il sentimento che a blandire i sensi, e alla cognizione delle teoriche univa l’eleganza dell’esposizione[230]. Eccellente compositore e precettista fu pure il padre Sabbatini di Padova.