Pochi uomini furono dalla natura dotati così riccamente come l’avvocato veneziano Carlo Goldoni (1707-93): ma non si coltivò, e fu nociuto dalla patria e dal tempo; perchè, invece di ribellarsi, come Shakspeare, alle esigenze del gusto, vi si adagiò accidiosamente. Poco badò ai libri ma alla società, e mai non si mostra nè melanconico nè metafisico. Divagarsi nella politica non era permesso a Venezia, dove un nobile che si fosse creduto offeso, bastava a farlo il mal capitato, sicchè quella sua ricca varietà e finissima arte d’improntare i caratteri non rivolse che a dipinger quella società, la quale spiana le fattezze risentite e i colori ricisi, e si ridusse a fatuità d’uomini, civetteria di donne, cozzo di frivole vanità, costumi triviali, passioni superficiali, vigliacchi vantatori d’onorevolezza, donne indilicate, fisonomie scorbiate, anzichè quelle vere che sono d’ogni tempo. Ma chi meglio maneggia la scena e il dialogo? chi ne’ caratteri, per quanto prosaici, adombra meglio quella mistura che s’incontra nella realtà senza le idealità romanzesche? dove trovare tanta abbondanza di stile famigliare? La lingua letteraria che mal conosceva, non porgeagli il brio arguto, i frizzi efficaci, l’evidenza che solo dal dialetto possono esser dati, e che fanno di gran lunga superiori le commedie che dettò in veneziano. Fosse nato francese il suo Bourru bienfaisant palesa qual sarebbe potuto riuscire: fosse nato fra que’ Senesi e Fiorentini ch’egli chiamava testi vivi, quanta espansione non avrebbe dato alla lingua parlata, se tanto vi giovò il Fagiuoli, il quale altro pregio non ha che la dizione?

Le persecuzioni e le onte de’ compatrioti il Goldoni sopportò senza fiele: poi ne cercò consolazioni in Francia: ma narrando gli applausi che ivi lo ristoravano, non sa trovar espressione più efficace che dire, — Mi parea di trovarmi nella mia patria». E colà morì, come Metastasio era morto a Vienna. Degli avversarj suoi il solo degno di menzione è Carlo Gozzi (1720-1801), il quale, irato al ventoso stile del Chiari ed al forense del Goldoni, li bersagliò con satire, principalmente la Tartana degli influssi; e poichè gli si opponeva il gran concorrere del popolo, alle rappresentazioni del Goldoni, egli si propose di tirarne altrettanto a scempiaggini da veglia. E scrisse le Tre melarancie, fiaba di pura fantasia; e gli applausi che ottenne ancor maggiori dell’aspettazione l’animarono ad altre, il Re Cervo, Re Turandote, i Pitocchi fortunati, la Donna serpente, il Mostro turchino, l’Augel belverde, molto valendosi delle commedie spagnuole, benchè le chiamasse strane e mostruose. Per vero, s’accorse egli dell’efficacia popolare, onde proclamò non doversi abbandonar la commedia dell’arte, produzion nazionale, bensì migliorarla; non abbiosciarsi ne’ precetti, ma ringalluzzire nell’immaginativa. È in fatto la via di giungere alla novità, ma purchè si sappia reggerla colla ragione. Il Gozzi invece la sbrigliò; traeva sulla scena gli accidenti del giorno, le baruffe letterarie; talvolta l’attore volgevasi alla platea, talaltra additava uno spettatore; e si rideva, e applaudivasi l’arguzia, per quanto inurbana e scorretta. Amoreggiava egli una Teodora Ricci commediante, quando a costei pose assedio Pier Antonio Gratarol, uom maturo e segretario del senato: se n’adontò il poeta, più se n’adontò la Caterina Vitalba procuratoressa fin allora corteggiata dal Gratarol, e si accordarono per la vendetta. Il Gozzi adattò alle scene Le droghe d’amore, dramma spagnuolo di Tirso di Molina, e sparsone il segreto, indicibile folla accorse al teatro di San Luca: la Caterina aveva combinato che un attore, somigliante di figura e più di addobbo e di portamenti al Gratarol, rappresentasse il don Adone, e andava dicendo: — Venite a veder mio marito sulle scene». Il Gozzi, sbigottito dall’eccesso dello scandalo, cercò invano impedirlo: già il pubblico se n’era insignorito: gli applausi non furono pari che alle risa, tanto più che il Gratarol istesso volle intervenirvi: il quale però ne’ giorni seguenti trovandosi bersaglio alle celie plebee, non ebbe pace finchè non andò a finire i suoi giorni nel Madagascar[233].

Sorretta con tali artifizj, la fama del Gozzi dovette presto traboccare: ma se fu assurdità da giornalista quella del Barotti che chiamollo l’uomo più straordinario che siasi veduto dopo Shakspeare, è vero che di fuori trovò ammiratori coloro che l’immaginoso o il paradosso ricevono per segno d’originalità; Schiller tradusse alcuna fiaba di lui; altre furon lette in cattedra a Halla.

Camillo Federici 1751-1802 di Garessio piemontese, pensò più ch’altro a servire agli attori e all’effetto scenico, e imitando Kotzebue, infelice sentimentalista, moltiplicò commedie non fondate sulla vivacità scenica, la pittura dei caratteri, la scorrevolezza del dialogo, ma d’intrecci complicati, di personaggi gemebondi, di stile declamatorio; lavorando di fretta, ricadde ne’ mezzi stessi, nelle stesse scene, nello stesso scoprirsi di qualche principe nascosto. L’insieme in generale è ben concepito e distribuito, il dialogo sostenuto, e il Rimedio peggior del male, La bugia vive poco e alcun’altra furono ancora tradotte e restano ne’ repertori; ma n’è sempre vulgare lo stile, e la moralità non risulta dall’azione ma da precetti introdottivi a pigione. Carlo Greppi bolognese colle tre Terese ottenne applausi; e la Gertrude d’Aragona, recitata primamente a Milano nel 1785, parve delle migliori tragedie.

Il duca di Parma nel 1770 propose un concorso annuo di produzioni teatrali da cui fu eccitato l’Albergati Capacelli, cattiv’uomo, ingegno pieghevole e spiritoso, che dell’arte teatrale avea buone idee, e fu tra i fondatori d’un teatro patriotico a Bologna per servir di modello agli attori mercenarj. Le sue composizioni presentano condotta e moralità, ma nè naturali fisionomie nè rapido dialogo. Uno di que’ premj toccò a Napoli Signorelli napoletano, che stese anche una storia critica dei teatri, scarsa di gusto, e ricca di quella boria di paese che s’intitola patriotismo. L’Avelloni rubacchiò lo spirito di Beaumarchais e d’altri, e da staffieri o gente infima fa scagliar frizzi contro la classe media, con brio di dialogo, e anche verità in quei caratteri che potè ritrarre dal vero.

E taciam d’altri, ciò bastando a provare che non a torto dicea Voltaire: — I bei teatri sono in Italia, i bei drammi in Francia».

CAPITOLO CLXXII. Lettere e arti belle.

Così ci facciamo via a discorrere della letteratura, nella quale riscontreremo arte, studio, conoscenza dei classici, non l’intelligenza del sublime suo scopo.

Il latino era sempre fondamento all’istruzione letteraria, e molti l’usavano con facilità, alcuni con eleganza. Jacopo Faciolati padovano (1682-1766) professava, che i libri brevi sono i migliori, e ad Angelo Fabroni fiorentino, autore di venti volumi di Vite d’Italiani illustri, continuamente citate da coloro che non vogliono la fatica di giudicare da sè, scriveva: — Se volete sieno lette, fatele corte»; dettò i Fasti dell’Università di Padova, purissimi ma scarni; e cominciò il Lessico della latinità, compiuto da Egidio Forcellini di Fenér sulla Piave, poi supplito dal Furlaneto padovano. E padovano fu Ferdinando Porretti, la cui Grammatica latina (1729) si adottò in tutte le scuole, sebbene irragionata e materiale; come il vocabolario del Pasini. Latinisti lodati ebbero i Gesuiti; e Girolamo Lagomarsini genovese (1698-1773) formò eccellenti scolari, coadjuvò altri scrittori, stampò le Epistole di Giulio Poggiano con ampie note, e lavorò tutta la vita attorno alle opere di Cicerone, ma non trovò chi anticipasse la spesa della stampa; onde quello sterminato lavoro rimase inedito, come i trenta volumi di sue note in difesa de’ Gesuiti. Poetarono con fiacca delicatezza Natale dalle Laste vicentino; con eleganza l’abate Giovanni Costa d’Asiago; con fierezza Giulio Cesare Cordara, che sotto il nome di Lucio Settano avventò sermoni contro i falsi eruditi (1785), poi egloghe militari ed altro, e proseguì la storia dei Gesuiti del Jouvency dal 1616 al 1725[234]. Castruccio Buonamici lucchese espose la guerra italica fra gli Austriaci e Carlo III in elegante latino, avversando l’Austria colla penna, come già colla spada.

Gli studj orientali, coltivandosi per intento religioso, si restringeano all’ebraico e all’arabo, di cui i papi cercarono che nelle Università non mancassero maestri; il collegio di Propaganda colla sua biblioteca e colla stamperia prosperata da Gregorio XV, favorì a tali studj, e sotto Pio VI fece stampare il Catechismo romano in arabo, grammatica e vocabolario curdo, l’alfabeto del Tibet e di Ava. Dei materiali ivi deposti si valse il padre Giorgi riminese per dare un Alphabetum thibetanum (1781) e informazioni sull’Asia centrale, ma cumulando testi con poco discernimento, nè forse buona fede; pare anzi ignorasse quella lingua: eppure altro libro non n’ebbe l’Europa sino alla grammatica dello Schröter nel 1826, e alla migliore di Cosma di Körös nel 34.