Clemente XI comprò manoscritti siriaci di Abramo Echellense, altri arabi, copti, etiopi di Pier della Valle. Giuseppe Simone Assemani, maronita nato a Roma, nell’Oriente dond’erano i padri suoi, andò a raccogliere scritti preziosi, stampò sugli Assassini e sugli Arabi avanti Maometto, intraprese il catalogo de’ manoscritti siriaci ed arabi della Vaticana. L’Œdipus ægyptiacus del tedesco gesuita Kircher, pubblicato dalla Propaganda, fermò primo l’attenzione sui geroglifici, ch’e’ diceva una criptografia sacerdotale per tenere arcane le dottrine, e che pretese spiegare. Che un elemento fonetico vi esistesse dubitò Giorgio Zoega danese, il quale mutatosi a Roma e al cattolicismo, stampò le medaglie egizie per commissione di Pio VI, e illustrò gli obelischi di Roma, dalle successive scoperte smentito.
Stefano Renaudot, nel 1713 dedicando la Storia dei patriarchi d’Alessandria a Cosimo III, diceva che, nel secolo precedente gli Orientalisti di tutta Europa aveano avuto per unico fondamento le opere pubblicate a Firenze. Ora però gli stranieri ci erano precorsi; e quanto poco si sapesse fin dell’arabo, n’è prova il maltese Giuseppe Velia, che diede tradotti documenti scoperti da lui in San Martino di Palermo, illustranti la dominazione araba e normanna nell’isola (Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi, 1789), e lettere di Roberto Guiscardo e dei Ruggeri, che riservavano molte regalie, e sminuivano i diritti baronali; falsificò monete e lapidi, asseriva d’avere la traduzione araba di diciassette de’ libri di Livio perduti, e per quattordici anni fu tenuto ed onorato; eppure non conosceva tampoco i caratteri arabici; e scoperto impostore, fu condannato a lunga prigionia e a rintegrar l’erario, a cui spese avea stampato.
Per confutarlo, il canonico Rosario Degregorio palermitano pubblicò (1805) gli scrittori e le iscrizioni cufiche relative alla Sicilia: ma anch’egli dell’arabo sapea poco più che leggere e scarsamente ne conoscea il Morso, nulla lo Scrófani e il Martorana, che pur tesserono lavori sopra l’araba dominazione. Gian Bernardo De Rossi piemontese, professore a Parma, adunò ricchissima biblioteca di testi orientali[235] e principalmente di Bibbie, colle quali fece copiosissime aggiunte alle varianti pubblicate dal Kennicot (1782 e 98): pubblicò un Dizionario degli autori arabi, molto reputato.
L’erudito per eccellenza di quel secolo fu Lodovico Muratori da Vignola (1672-1750). Dalle sue lettere appare quanto a principio fosse sprovveduto di sussidj e ignorasse quel che oggi sanno gli scolaretti; interrogando e cercando arrivò a sapere quanto pochissimi. Collocato dai Borromei a Milano nella biblioteca Ambrosiana, vi contrasse l’amor dell’erudizione; esplorò le ricchezze ivi sepolte, e si legò in amicizia con quei dotti, massime col Sassi, mentre discuteva, e impetrava consigli, e otteneva larghezza di osservazioni erudite dal Magliabechi, di filologiche dal Salvini, del quale disse poi — Era maggiore di quel che pareva; più facilmente serviva a far gloria agli altri che a se medesimo»[236]. Collocato a Modena prevosto della Pomposa e bibliotecario, mai non intermise gli studj; ed essendosi formata a Milano da alquanti signori una Società Palatina per pubblicare opere importanti e costose, coll’assistenza di questa e di dotti Milanesi egli compilò la Raccolta delle iscrizioni antiche, le Antichità del medioevo in sei volumi, in ventotto di Scrittori delle cose italiane, i cronisti anteriori al 1500.
Delle benemerenze sue divisammo a lungo (tom. VII, pag. 352), e vogliamo qui aggiungere come fosse dei primi a proclamare ch’è follia il gloriarci di scendere da Trojani, Greci e Latini; che per conoscere le sorgenti della nostra storia bisogna studiare le lingue nordiche, sebbene egli non abbastanza vi ricorresse. Si pena a credere che in un anno abbia steso gli Annali d’Italia, ch’e’ pubblicò dal 1744 al 49; opera bassa e sazievole di stile, ma di bastante esattezza e colla continua serenità d’uno spirito probo.
Per la sua gran raccolta non potè nulla ottenere dal Piemonte nè dalle Repubbliche. Avendo nella prefazione chiamato i Côrsi ferocium atque agrestium hominum genus, un Côrso minacciò ammazzarlo se non ritrattava quelle parole. Ebbe assalti da molte parti, e spesso dovette assumere finti nomi per sostenere la propria causa; onde esclamava: — Che i poveri Italiani facciano qualche passo a pro delle lettere, mi par ben difficile. Noi arrabbiati l’un contro l’altro, noi attorniati da guardie e co’ piedi nei ceppi... Che sperare se gl’Italiani, invece d’animarsi l’un l’altro a promuovere le lettere, pieni d’invidia ad altro non pensano che a far guerra uno all’altro, e par che volessero tutti ignoranti, o almen non tanto arditi da produrre i suoi parti colle pubbliche stampe?»[237]
Principalmente il padre Zaccaria osteggiava il Muratori, ed oltre le imputazioni teologiche, tenta insinuare che sia «zelante austriaco, salvo solamente negli ultimi affari di Genova, riguardo a’ quali egli è spacciato genovese, o, come i geniali sogliono dire, buon Italiano»[238]. Nell’opera latina Della moderazione degli ingegni in fatto di religione Muratori disapprovava il voto sanguinario usato in Ispagna da una Società palermitana, di versar anche il sangue per sostenere l’Immacolata concezione. Tutta Sicilia ne divampò, i Gesuiti fecero rinnovare quel voto, e ne restò turbata la pace del pio prevosto: al quale però l’ingiustizia nol tolse di esaltare i Gesuiti pel loro governo nel Paraguai.
Un pseudonimo Ferepono avea ristampato nel Belgio opere di santi Padri con annotazioni erronee, specialmente ferendo sant’Agostino, e apponeva alla Chiesa cattolica l’avversione alla verità. Altri molti la imputavano di non soffrire la buona critica, e singolarmente Alfonso Turretino, famoso rettore dell’accademia di Ginevra, avea detto che, se tante genti d’Europa sotto bel cielo e con buoni ingegni nulla di insigne operano nella letteratura, ne sono causa il Sant’Uffizio, o leggi simili a quelle dell’Inquisizione, che frangono ogni vigore d’intelletto; perocchè nessuno vuol promovere le lettere e cercare la verità o pubblicare i trovati quando invece di lodi ottenga ingiurie, disonore invece di commendazione, pene e supplizj invece di ricompense. Il Muratori tolse a confutare queste esagerazioni nell’opera latina predetta, dimostrando come fra’ Cattolici sia libero il disputare di ciò che non intacchi la fede e la moralità, quale sarebbe il sistema copernicano; e delle opinioni in fatto di scienze, arti, lettere; ed ampio il diritto di pubblicare la verità. Nel sostener la quale, raccomanda si adoperi giustizia, prudenza, carità, non calunniar mai, temprare la mordacità, tenersi moderati in ciò che non sia di fede, non imputar errori se non siano ben accertati. Savj avvisi porge anco ai censori, che devono esaminar le opere a stampare; quelle stesse virtù esser loro necessarie, e di non irritare l’amor proprio degli autori, col che non fanno che esacerbarli; non mettervi il puntiglio d’opinioni personali, non l’ostinatezza di trovar errori, non interpretare le intenzioni.
Nelle controversie nate fra i suoi duchi e la Corte romana a proposito del dominio di Ferrara e Comacchio, il Muratori adoprò l’erudizione e talvolta anche il cavillo a sostenerli; lo perchè dagli zelanti venivali taccia di men cattolico. Egli ne scrisse sommessamente a Benedetto XIV, che gli rispose: — Per far comprendere all’inquisitore di Spagna che le opere degli uomini grandi non si proibiscono (come esso avea fatto di quelle del cardinale Noris), ancorchè vi si trovino cose che il meriterebbero se scritte da altri, portammo l’esempio delle opere de’ Bollandisti, di Tillemont, di Bossuet, e le sue (del Muratori)». Segue a dire che la lettera fu pubblicata nobis insciis; che i suoi scritti, concernenti la giurisdizione temporale dei papi, erano spiaciuti, ma non si pensò a proibirli «avendo mai sempre creduto che non conveniva disgustarla per discrepanza di sentimenti in materie non dogmatiche nè di disciplina, ancorchè ogni Governo possa proibire quei che contengono cose che gli dispiaciano»[239].
Mirabilmente assiduo al lavoro, quando usciva dalla biblioteca, passeggiava come uno scimunito, fermavasi a vedere in piazza i Pulcinelli, e schivava le conversazioni che lo obbligassero a nuova attenzione. Di grandissima pietà, dava esercizj, spiegava il catechismo ai ragazzi: eppure i forestieri scriveano (ingannati dal nome) che egli era capo de’ Franchimuratori, e molti teologanti lo investivano accannitamente.