Fra tante opere sue religiose, ascetiche, erudite, letterarie, vogliam ricordare quella della Perfetta poesia, ove dà come ristauratori del buon gusto il Maggi e il Leméne. Il primo dicemmo come componesse sonetti d’alto sentimento patriotico, ma sprovvisti di forme poetiche: il Leméne, oratore di Lodi al senato di Milano, fecondissimo eppur lambiccato, dopo molte poesie di giuoco e d’amore, si ricoverò in argomenti sacri, ma senza lasciare il floscio e il madrigalesco, e avviò una scuola tutta concettini, frasuccie, fantasie smorfiose, punta epigrammatica, riscalducciamento di parole, di rime, di circonlocuzioni, eleganza parasita, nulla di virile e sentito.
Alle gonfiezze del Seicento sottentravano allora le meschinità dell’Arcadia, per la riforma non ricorrendosi alla natura ed all’inesausta fonte de’ sentimenti, bensì ai Classici, ai Cinquecentisti e al Petrarca, del quale però cercavasi meno l’arte immortale che la fredda purezza. Non la vita nostra, i nostri sentimenti, non il nostro cielo, i nostri monti, i laghi nostri si ritraevano, ma doveansi figurare l’Arcadia e l’Emo; in quello di Tamarisco, Armonide, Filandro, Comante, Meronte... cangiar il nome di Manara, Mazza, Cerrati, Frugoni, Cesarotti; bisognava sempre essere innamorati e infelici, e baloccarsi attorno a dorate trecce e sen d’avorio ed occhi cerulei e ritondetti fianchi di Glícere e d’Amarillidi senza sangue nè fisionomia; e per ogni misera evenienza incomodar Venere, Giove, Cupído, e veder la natura sorridere o scorrucciarsi per un funerale o per un battesimo. Gli strali nomi-sempiternanti dirigevansi a qualche eroe de’ tempi? foggiavasi colla lorica e colla toga. Quindi un diluvio di sonetti amorosi, di egloghe, di capitoli buffi, di raccolte per nozze, per monache, per prime messe, per feste di santi, per lauree, per cantatrici: chè ogni occasione torna opportuna quando si fanno versi per far versi. Muore la gatta del Balestrieri o quella d’un pittore di Mondovì? muore un cane? si compilano volumi di poesie, e intere accademie ne piangono ridendo. Muore in Brescia il pedante Barbetta (1759)? una fioritissima brigata che accoglievasi presso il Mazzuchelli, infilza poesie, che poi fecero gemere i torchi e il buon senso. Molti begl’ingegni si accordarono per tradurre in ottave un canto ciascuno delle avventure di Bertoldo e Bertoldino[240]. I Traformati di Milano pigliano in beffa un dottor Plodes, facendogli credere fosse un grande scrittore, e una sua sciocchissima composizione accompagnano con altre de’ più spiritosi d’allora. Begli ingegni veneziani, e collo scopo d’opporsi al mal gusto dominante, radunansi negli orti della Giudecca, ma ai loro convegni dan nome d’Accademia de’ Granelleschi; fanno componimenti consoni al titolo goffo e all’emblema; e ad un prete ridicolo, intitolato arcigranellone, piccolissimo e seduto sur un seggiolone immenso, che diceangli essere stato del Bembo, nell’estate servivano the bollente mentre gli altri rinfrescavansi con sorbetti, nell’inverno bibite ghiacciate mentre gli altri il caffè. Negli Apatisti di Firenze, un fanciullo messo in cattedra a quesiti e dubbj dovea rispondere una parola qualunque; e due accademici assumevano di mostrare che questa era la risposta giusta; e Toscana si empì d’applausi al giovane Pignotti, quando ad un tema scientifico la Sibilla avendo risposto scuffia, egli sfoggiò erudizione e fantasia per dimostrare la congruenza di tale risposta al quesito.
Quale strano concetto avevasi della poesia, se al Lorenzi per improvvisare davansi tesi di fisica, se il Frugoni scialacquava sessanta sonetti contro l’avaro Ciacco, e ducensedici in versi tronchi il Casti per uno cui dovea tre giulj, e quattrocento don Lazzarelli parroco della Mirandola nella Cicceide contro un Ciccio Arrighini? Il veronese Becelli, che del resto volgeva in beffa la letteratura pedantesca, celebrò in dodici canti il buffone Gonella. Eppure in gregge ancor più basso, cioè fra gl’improvvisatori, andavasi cercare quelli da coronare in Campidoglio, come fu la Corilla Olimpica, come il Perfetti[241], al quale per esperimento furono dati dodici temi sopra le scienze. Conforme a tale idea, il conte Girolamo della Corte Murari mantovano, che continuò a studiare dopo reso cieco, diè fuori cento sonetti sulla storia romana, e cento sui sistemi antediluviani de’ filosofi sino al Genovesi; l’Ortes scriveva un Saggio della filosofia degli antichi, esposto in versi per musica nel 1757.
Qualche bel nome galleggia su quel diluvio. Con buona intenzione il Cotta fece una serie di sonetti su Dio, cumulando difficoltà teologiche e fisiche; il Salandri uno su ciascun titolo delle litanie; lo Jerocades un quaresimale, dove sottigliezze scolastiche rinvolge in frasi classiche. Saverio Mattei (1742-95) soppresse le moltissime sue poesie per non pubblicare se non la traduzione dei Salmi, sprovvista di stile poetico e lancio lirico; e dice che, «avendo veduto che il mondo tutto è sedotto e incantato dal Metastasio, ha creduto di vestirsi di quelle vesti già approvate, e non introdurre una nuova moda», e che «per opporsi alla seduzione dei teatri fece poesia sacra nello stile di quelli».
Francesco Maria Zanetti bolognese (1692-1778), prosatore e filosofo sodo, e segretario del patrio istituto, ne’ suoi sonetti pose almeno qualche fondo di dottrina, dottissimo essendo; e così Eustachio Manfredi, insigne scienziato, poetò severo insieme e dolce. Prospero Manara, ajo del principe di Parma e per alcun tempo ministro, molto attese agli antichi, onde si salvò dalle ondose gonfiezze; tradusse Teocrito e Virgilio in modo da pareggiarli, come dissero i contemporanei, dai quali furono lodati i suoi sonetti alla campana e alla tomba di Alessandro. Paolo Rolli romano, maestro d’italiano alla Corte di Londra, tradusse Milton[242], e fece poesie elegantemente inani.
Alla troppo facile imitazione petrarchesca voleano togliersi alcuni? si mettevano a imitar il Costanzo; onde il Cassiani e Onofrio Minzoni fecero poesie che son veri quadretti, ma con figure di stucco; e letti, tu dubiti di qual secolo sieno, e se contemporanei di Tibullo il Savioli che belò gli Amori in metro monotono come i pensieri, e l’ebreo elegista Salomone Fiorentino.
Suole personificarsi la poesia di quel tempo in Innocenzo Frugoni genovese (1692-1768), somasco contro voglia, a Parma poeta della Corte e segretario dell’accademia di belle arti. Provvisto d’ingegno e d’estro se alcuno mai, invece di raffinarli col lavoro, vi si abbandonò cantando di tutto, e senza mai uno studio al pensiero, una limatura alla forma, un’attenzione alla delicatezza: poeta della buona compagnia, enfatico per dei nulla, tutto a facili fantasie, limitato di pensieri quanto profuso di parole, caldo coloritore ma senza disegno, per quanto talora volesse sostenersi con una scienza da collegio, scambia le ampolle per fuoco, il manierato per adorno. Le sue liriche pindariche rimpinza con gingilli di scuola; cigni dircei, robusto plettro, canore muse, saette archilochee, luoghi comuni e macchina mitologica, onde poeteggia per nozze, per preti, per dottori, per campane, per facoltosi che il convitano. Nel verso sciolto non vide se non l’agevolezza, che lo dispensava dal meditar le idee, forbir l’espressione, precisare l’immagine: profuse aggettivi, e parole e frasi sinonimo e riempitive: dallo stil grande piegossi poi a vagheggiare l’espressione leggiadra e la vivacità; ma cuore e sentimento non palesa mai; descrive sempre, senza nè scelta nè misura; diluviando versi più che qualunque altro dell’età sua tanto verseggiatrice, ora s’infuoca contro lo «spezialin che sempre pesta», or fa una canzone pel medico che gli proibisce la cioccolata, or una pel solito salasso autunnale; ed abituatosi a soggetti comandati dalla Corte o chiesti dalla buona compagnia, mai non mostrò ispirazione vera, neppur nell’amore, anzi neppur nell’ira cui spesso servì.
Ogni quisquiglia cascatagli dalla penna per ozio, per condiscendenza, per allegria convivale, per gozzoviglia carnevalesca, fu raccolta dopo la sua morte in nove tomi, ai quali «per la materia e per lo stile potranno i nomi convenire delle nove Muse, onde la Grecia intitolò le storie di Erodoto»[243]. Son parole dell’editore conte Gastone Rezzonico comasco (1742-96), poeta cortigiano, legato co’ migliori dell’età sua in patria e fuori, aggregato alle insigni accademie, e che brevetti d’accademie impetrava al terzo e al quarto. I suoi versi sono imitazione d’imitazioni: la prosa lonza e scorretta, e insieme fraseggevole e arrogante, era l’accademica del suo tempo, che considerava come vezzo il troncar le parole e trasportarle, tessellarne di pellegrine, scontorcerne il senso, intarsiarvi emistichj, talchè ad un’eleganzuccia si accantasse un errore od una improprietà.
Egli definiva «la poesia non essere che la filosofia posta in immagine armonica»; supponeva di scrivere troppo austero, appunto per contrapporsi ai troppo facili, ed ogni tratto se ne scagiona. Nel 1795 da Napoli scriveva: — In mezzo a studj sì severi non ho dimenticato le Muse, ed ho portato fino a sei libri un poema. A Roma ne ho recitati alcuni squarci in Arcadia con sommo applauso; ma non posso a Napoli recitare i miei versi che a due o tre privilegiati uomini, che non l’intendono da ciechi adoratori del facilismo. Lo stile qui chiamato di Lombardia si rigetta come troppo studiato e difficile; non si conosce la lingua, non l’artifizio e il meccanismo. Del verso, non s’ammira l’atteggiamento greco o latino; nè si lodano che i versi da colascione, le frasi plebee, le immagini più triviali; e la fluidità e la snervatezza più nauseosa si toglie a cielo come dono inapprezzabile delle Muse. A Roma si gusta l’intonazione lombarda, e siamo riguardati a buon titolo come i soli veri poeti che adornino l’Italia: ma Napoli non pensa così».
Il curioso è che Frugoni, il Frugoni! incolpava Rezzonico di troppa facilità, e gli scriveva: — Imparate a correggere, ed imparatelo da me, che pur sono invecchiato nei versi. Mi fan ridere certi gufi di Parnaso, che quando hanno gracchiata una filastrocca di versacci al deretano dovuti, non san più mutarne una sillaba, e se li guardano, e se li godono come se usciti fossero dal cigno d’Arno o da quello del ferrarese Eridano. Inganna tutti l’amor proprio, e belle a tutti e irreprensibili fa parer le cose proprie. Non inganni così voi, valoroso Dorillo. Non siate troppo facile a contentarvi di tutto ciò che vi esce dalla penna».